Saturday, September 23, 2017

Lumie di Sicilia e spritz veneziani

Dopo tanti anni, quasi 20, sono tornata nella terra di mia madre, la Sicilia, ma né in visita ai parenti né in vacanza, bensì in escursione vulcanologica come ospite di un gruppo di professori e studenti dell’università di Vienna. La nostra comitiva era alquanto variegata, comprendendo oltre a due professori (il vulcanologo di origine greca che andrà in pensione a settimane ed il direttore di dipartimento, petrologo), due postdoc (la sottoscritta e la mia collega d’ufficio tedesca ed originariamente vulcanologa), un dottorando americano, quindici studenti austriaci (tranne due altoatesini e quindi ufficialmente italiani ma di madrelingua tedesca) di età compresa tra i 22 ed i 30 anni, più due sopra i 60 anni al secondo titolo ed una 47enne neolaureata (seconda laurea), e l'organizzatore, un post-doc di Ferrara, al quale si sono aggiunti alla fine un prof. di Ferrara e per un giorno un prof. di Catania. In questi giorni ho respirato e mangiato Sicilia, ricordando gli anni dell'infanzia ma guardandola con gli occhi di adesso, un po' come nella novella di Pirandello citata nel titolo, senza finale tragico, ovviamente.

Giorno 1
Se "il buongiorno di vede dal mattino" siamo partiti male, molto male. La fedele S7 che doveva portare me e la collega tedesca all’aeroporto è stata cancellata per causa sconosciuta (molto probabilmente un suicidio). Siamo quindi ricorse ad un taxi, condiviso con uno sconosciuto con valigia che si è rivelato essere un fisico e che si è accollato il costo del viaggio mettendolo in nota spese all'università. Solo al gate abbiamo incontrato il resto del gruppo, tutti più o meno condizionati dalla cancellazione del treno veloce. Il confortevole volo Austrian ci ha permesso di gustare le Eolie e l'Etna dall'alto. A Catania l'ordinario caos alla consegna dei bagagli e nel parcheggio, ma il van prenotato ci stava aspettando e con una bella passeggiata lungo la costa orientale sicula siamo arrivati a Milazzo. Appena dopo pranzo ci siamo imbarcati su un aliscafo con meta Lipari. Qui ci siamo trovati in una deliziosa pensione, degna di un film, ove abbiamo ascoltato le presentazioni di alcuni studenti prima di immergerci nell’atmosfera estiva e turistica della città per la cena.

Giorno 2
Tre piccoli van ci hanno portato in giro per l’isola, siamo scesi alla spiaggia attraversando la mia prima sequenza vulcanica, abbiamo ascoltato musica popolare locale ed abbiamo assaggiato i fichi d’india (entrambe le cose a me stranote), abbiamo visto una ex miniera di pomice e ci siamo arrampicati sulla tagliente ma magnifica ossidiana. Per sera abbiamo preso l’aliscafo per Salina ove abbiamo cenato magnificamente a base di pesce. Cena rovinata solo dalla notizia che l’aliscafo dopo il nostro si era schiantato sugli scogli. Avremmo potuto terminare l'escursione già al secondo giorno, in ospedale! Per la notte ci siamo divisi, alcuni in hotel, noi con gli studenti in tre appartamenti in collina, dalla vista magnifica ma relativamente lontani dal porto e dall’albergo ove facevamo colazione.

Giorno 3
Al mattino altri van ci aspettavano per portarci alla partenza della salita sulla cima del vulcano spento monte Fossa delle Felci, il più alto rilievo delle Eolie. Una sfacchinata istruttiva e premiata in vetta da un panorama mozzafiato su tutte le altre sei isole. La visita è continuata nel pomeriggio a Pollara, ove hanno girato il film “il Postino”. A parte per la scienza e per il mare, il posto mi ha intenerito per la genuinità. La frenesia dei tempi moderni sembra non essersi mai arrivata quaggiù: quattro case, una chiesetta, un chiosco di bevande, tre ragazzini che giocano a palla sul sagrato della chiesa, una donna anziana con una bambina, potevano anche essere gli anni '50.

Giorno 4
In mattinata avremmo dovuto prendere l’aliscafo per Stromboli, ove saremmo dovuti salire in vetta in notturna. Uso il condizionale perché il programma ha dovuto subire un repentino cambiamento: causa scirocco, circolazione per Stromboli interrotta. La nostra guida ha provato a trovare una barca privata, ma non davano l’autorizzazione a partire o ad attraccare. Quando è stato chiaro che non saremmo partiti in giornata e che dovevamo cancellare il giro a Stromboli perché il vento sarebbe continuato per giorni, siamo tornati in albergo, che per fortuna aveva ancora le nostre camere libere. Nel pomeriggio abbiamo fatto un giro geologico a piedi tra le enigmatiche sequenze vulcaniche di Salina appena dietro l’hotel.

Vulcano
Giorno 5
Pur di non rimanere bloccati di nuovo a Salina, abbiamo preso il primo aliscafo alle 6:30 del mattino sotto una pioggia battente. Il padrone dell’hotel ci ha aiutato con i bagagli caricandoli sulla sua ape. Meta Vulcano, ossia isole interne, più protette dal vento. A Vulcano siamo giunti all’albergo tramite la spiaggia, inalando a pieni polmoni… zolfo. In mattinata siamo saliti sulla cima più alta dell’isola, Vulcano della Fossa, ove ci ha colpito un forte vento che ci ha inondato di sabbia e che rendeva difficile anche lo stare in piedi. Nella discesa la nostra guida si è sfortunatamente storta una caviglia, facendoci preoccupare non poco. Per fortuna nulla di grave. Nel pomeriggio abbiamo visitato un centro informativo dell’ingv, ove lo "spettacolo" è stato per me capire sia le sommarie spiegazioni in italiano di una studentessa volontaria sia la traduzione in inglese della nostra guida, che così ha salvato il salvabile.

Giorno 6
Avremmo dovuto prendere l’aliscafo in tarda mattinata, ma sempre causa mare mosso siamo potuti partire solo nel pomeriggio, aspettando per ore al porto. Il viaggio è stato animato da mare mosso, con l’aliscafo che andava con la punta sotto l’acqua per poi emergere per metri verso il cielo. Per caso mi sono trovata come vicino un simpatico signore originario della Sicilia e da anni a Zurigo, con cui chiacchierare sia in tedesco sia in italiano. A dispetto dei timori siamo arrivati tutti sani e salvi a Milazzo, ove il pullmino ci aspettava per portarci sull’Etna. Prima di raggiungere il rifugio Ragabo con l'oscurità, ci siamo fermati alle magnifiche gole dell’Alcantara, tra spettacolari basalti colonnari, ed abbiamo attraversato deliziosi paesini abbarbicati sulle alture, un panorama da presepio.

Giorno 7
Siamo stati raggiunti dal prof. di Ferrara che avrebbe dovuto organizzare il tutto, da un prof. di Catania e da due ricercatori dell’INGV. Con due jeep ed un pullmino VW siamo saliti fino 3000 m tra le vecchie colate per poi proseguire a piedi fino in vetta, a 3330 m slm. Il vento e la quota tagliavano il respiro, oltre ai gas in cima, raggiungibile proprio grazie al vento che li spazzava in direzione opposta a noi. Altrimenti avremmo rischiato di fare una fine simile a quella della famiglia a Pozzuoli. Durante la discesa ci siamo fermati per osservare la Valle del Bove e per vedere come vengono campionati i gas emessi dal vulcano. Nel tardo pomeriggio, iniziando ad avere un fastidioso mal di gola ed arrabbiata per alcune notizie da Vienna, ho fatto un giro di sfogo con due colleghe austriache, osservando una quasi recente colata.

Giorno 8
Dopo una breve visita ad un un lava tube impressionante, nelle vicinanze del rifugio, siamo scesi col pullmino ad Aci Trezza, passando dai 0°C della vetta dell'Etna ai 33°C a quota mare. Qui abbiamo visto i faraglioni di trachi-basalti colonnari, segno della prima fase eruttiva dell’Etna, e della lava a cuscini presso Aci Castello, ove mi sono goduta l'ultima granita con brioche per pranzo. Nel pomeriggio siamo andati a Catania e mentre i colleghi visitavano una stazione dell’INGV, la collega tedesca, una studentessa ed io siamo andate in aeroporto, non senza aver visto i principali monumenti del centro. In serata abbiamo preso un volo Ryanair verso Treviso, con nello stomaco un arancino e negli orecchi l'ennesima discussione tra passeggeri ed addetti della compagnia per i bagagli (noi eravamo in regola). Come tratta e come orario ci è convenuto, ma quando possibile evito questa compagnia, nonostante sia la prima che mi abbia portato in aria tanti anni fa. A Treviso ci hanno accolto pioggia e freddo, fine dell'estate.

Catania
Giorno 9
A questo punto era chiaro che il mio mal di gola fosse solo il preludio di un potente raffreddore. Indisposizione a parte, ho portato la collega tedesca alla scoperta di Padova, città secondo me sottovalutata, ricca di storia e di angoli meravigliosi. Dopo il viaggio in USA non posso che apprezzare sempre di più l’Europa. C’è stato pure il tempo per una passeggiata a Montegrotto, per un gelato, nonostante qualche goccia di pioggia, per una pizza con un amico ed ex-compagno delle elementari e per godermi i miei genitori ed il nostro gattone.

Giorno 10
Ho portato la collega anche a Venezia, ove abbiamo preso una solenne lavata. La città è comunque sempre magnifica, con la pioggia, con la nebbia o col sole. Per pranzo ho bevuto finalmente uno spritz come si deve, scambiando due chiacchiere con la barista del posto, incastonato tra il Ghetto e le Fondamenta, ove il grosso dei turisti non arriva. Cena in casa, condita da medicina e rimedi della nonna, perché il raffreddore era piuttosto pesante.

Giorno 11
Ultimo giorno in Italia. Un magnifico sole ha illuminato un breve giro tra i miei colli, tra monasteri e vigneti. Nel pomeriggio la collega ed io ci siamo avviate in treno verso Vienna. Sapevamo già che la linea era interrotta causa lavori, ma l’organizzazione austriaca ci ha piacevolmente sorpreso. A Mürzzuschlag ci attendevano tre capienti autobus che velocemente ci hanno portato a Wiener Neustadt da cui abbiamo continuato con un veloce Railjet, arrivando a Vienna in perfetto orario. Bentornate in Austria!

filosofia nostrana
Considerazioni finali.
È sempre strano vedere i luoghi da cui si proviene e dove si è cresciuti con gli occhi del turista. Se ne apprezza finalmente la bellezza e si comprendere il perché tanti attraversino gli oceani per farvi una visita. Si prova anche l'amarezza di vedere la patria "sì bella e perduta", nel senso di trascurata, di non funzionante come potrebbe, oltre alla consapevolezza dell'impossibilità del ritorno. Per i compagni di viaggio è stato sicuramente differente. Loro hanno visto un luogo di vacanze ove vorrebbero sicuramente tornare. In questo senso, il lavoro delle Eolie in campo turistico è lodevole.
Questo viaggio ha fornito a tutti anche l'occasione di confrontarci con i nostri pregiudizi, tra nord e sud ed Italiani e stranieri. Abbiamo anche potuto verificare quanto alcuni luoghi comuni corrispondano a verità. In Sicilia si vive ancora con i ritmi della natura, senza stress, prendendo quel che viene, mentre nel nord ci bagniamo letteralmente prima che piova, andando nel panico se qualcosa non funziona come programmato. 
Dal punto di vista scientifico ho imparato molto. Avevo già visto molti dei posti visitati, ma prima di studiare geologia e soprattutto senza una guida vulcanologica. Ciò che ho intuito di straforo dall'ambiente accademico italiano, però, ha tristemente confermato l'impressione che mi sono portata dietro otto anni fa. L'Austria non è il paradiso della ricerca, ma almeno un minimo di meritocrazia è riconosciuto e valorizzato ed il rapporto con i docenti è basato sul rispetto reciproco. Certe idee sono talmente radicate in Italia che si tramandano inconsciamente. A pagare è la nostra generazione, sospesa tra precariato e tempo che passa.

Saturday, September 2, 2017

Posti che non esistono più: la casa dei nonni

I miei nonni avevano radici in Veneto ed in Sicilia. La casa della nonna a Lentini (SR), poiché il nonno era mancato prima che io nascessi, è più pallida nei miei ricordi, ma ben presente. Quand'ero piccola andavo in Sicilia tutti gli anni, un anno in treno con la mamma ed un anno con entrambi i miei in camper (o roulotte all'inizio). Ricordo la stradina laterale che proprio davanti all'ingresso del caseggiato si tramutava in scalinata fino quasi la piazza centrale del paese. L'ingresso dava su un cortile dominato da un albero di fico. C'era una scala su cui si aprivano diversi ingressi. Tipica struttura di casa siciliana del XVII secolo. L'ultimo ingresso, in cima alle scale, con un terrazzino davanti, era quello della nonna. Appena entrati si notavano la penombra (Sicilia d'estate...) e la frescura (data dallo spessore dei muri). In ingresso c'era un salottino di paglia. Poi di fronte c'era la cucina,relativamente grande, specialmente rispetto la nostra. Dopo la cucina sulla destra c'era la camera della nonna e poi il salotto. Ove c'era il salotto si trovava una volta la camera dei nonni. Il salotto era di velluto blu.
Vecchia cartolina di Lentini. dal web.
La stanza aveva una porta finestra che dava su un balconcino affacciato sulla scalinata sottostante ed uno stanzino, forse pensato come un guardaroba dal costruttore. In fondo al corridoio c'era il bagno. Sulla sinistra la stanza dove per un certo periodo dormiva mio zio, la scaletta per andare in terrazza ed uno spazio in cui ricordo di aver giocato con uno dei miei cuginetti. La terrazza sul tetto era grande quanto l'appartamento, c'era anche una stanza chiusa che non ricordo e la cisterna per l'acqua. Lentini non è in piano e man mano che si sale diminuisce la pressione nelle tubature dell'acquedotto, specialmente durante il giorno quando aumenta la richiesta. Per questo quasi tutti avevano una cisterna sul tetto che si riempiva durante la notte e garantiva il flusso d'acqua diurno. Chissà se nel frattempo hanno risolto il problema. Il ricordo della casa è strettamente legato a quello della nonna, che da piccola mi ricordava la regina Elisabetta d'Inghilterra, non solo per come portava i capelli brizzolati e mossi, ma anche perché nelle grandi occasioni aveva un gusto particolare per vestirsi, spesso indossando graziosi cappellini in stile... regina Elisabetta. La casa fu pesantemente danneggiata col terremoto del 1990 e ci vollero dieci anni per risistemarla. Non la volli vedere con le travi di sostegno ed i muri squarciati. Non credo di averla vista dopo il restauro, non sono più andata in Sicilia per parecchio tempo. Dopo la morte della nonna la casa è stata venduta.

I nonni di Padova vivevano nella casa costruita (o fatta costruire) dal bisnonno, con aggiunte fatte dal nonno. Per la vicinanza e per averla frequentata più a lungo, me la ricordo benissimo. L'ingresso, rialzato, aveva un pavimento in pietra scura sempre perfettamente lucidato. Alle pareti c'erano la pendola ed un guardaroba con specchiera fatto dal nonno (falegname). Di fronte c'erano la scala per andare al piano di sopra e la porta per accedere al laboratorio del nonno ed al bagnetto annesso, mentre a sinistra si andava in cucina ed a destra in tinello. La cucina era spaziosa, con un grande tavolo coperto di materiale plastico rosso ed i mobili chiari. A destra c'era la vecchia macchina da cucire della nonna (sarta). Tra le finestre il mobiletto ove troneggiava il televisore, sotto l'ultima finestra l'angolo della prozia (ricamatrice), con i suoi filati. 

Vecchia cartolina dell'Arcella, dal web.
La cucina vera e propria, ossia dove si cucinava, era uno stanzino con ampio lavello e soprattutto la vecchia stufa a legna, che la nonna usava anche per fare la polenta. Ovviamente era dotata di moderni fornelli a gas e forno, ma d'inverno si accendeva comunque la stufa. Il tinello, invece, era un'imponente sala da pranzo, circondata dai divani da salotto, originariamente di un velluto beige ma sempre coperti da dei teli blu con fiorellini rossi per proteggerli dalla polvere. Al piano di sopra c'erano le camere, quella della prozia con due letti singoli, ove dormii anch'io, e quella dei nonni con letto matrimoniale. Dai comodini agli scuri delle finestre, era tutta opera del nonno. La prozia aveva anche due rumorosissime sveglie a carica manuale e le foto dei bisnonni in formato gigante appese alle pareti. Tra le due camere si apriva un piccolo terrazzo su cui andavamo la sera d'estate. Con un corridoio sospeso, aggiunto in seguito, si raggiungeva il retro della casa, più recente. Qui c'erano la cameretta che una volta era di mio padre, poi adibita a magazzino, la camera che era di un'altra prozia, mancata quand'ero piccola, ed il bagno nuovo con vasca. Il laboratorio del nonno aveva il pavimento a pietroni, perennemente coperto di trucioli di legno, un'enorme tavolo da lavoro con delle altrettanto grandi morse e tutti gli attrezzi distribuiti attorno. Dal laboratorio si accedeva a quello che chiamavano garage, anche se non c'erano solo le vecchie bici e strumenti di lavoro vari. Ho preso in prestito spesso la bici della nonna, con i freni a bacchetta. Vi ho girato tutta Padova, specialmente il centro, benedicendo l'antico ciottolato. Dietro la casa c'era un grande giardino, con la roulotte dello zio ed una parte destinata ad orto. Lì per la prima volta ho assaggiato i piselli crudi, direttamente dal baccello. Avevo imparato a conoscere i vicini e soprattutto le anziane amiche della nonna e della prozia, oltre alle altre anziane conoscenti sulla via verso la chiesa di San Carlo, ove si andava sempre a piedi.  Se ne sono andati prima il nonno, quand'ero ancora alle medie, poi la nonna, quand'ero già all'università, e poco dopo anche la prozia. La casa è stata presa dallo zio, che l'ha riedificata dalle fondamenta. Anche gli edifici attorno sono cambiati, al posto di alcune cantine c'è un palazzone da 27 appartamenti. La stradina sterrata da cui si accedeva al cortile è stata asfaltata. Il quartiere è cambiato, non è più quella prima periferia tranquilla che conoscevo. 

La casa dei nonni, con i suoi rumori ed odori, esiste ora solo nei ricordi, stimolati da qualche oggetto rimasto. Un giorno sarà così anche per la casa ove vivono i miei? Probabilmente sì. Negli ultimi 8 anni ho cambiato 5 case in tre nazioni e l'appartamento ove vivo al momento è di durata precaria come il mio lavoro a Vienna. La casa ove sono cresciuta è ancora lì, si modifica col tempo in base alle esigenze, ma temo che non andrò mai ad abitarci. Sarà un grande dispiacere cederla a qualcun altro o alle ruspe. I miei hanno dovuto lasciar andare le case ove sono nati. Un giorno, forse, mi farò anch'io una casa come hanno fatto loro o comprerò un appartamento o forse continuerò a vagare. Non ho mai sognato una casa mia.

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