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Friday, November 8, 2024

Coro veneto in visita

Un anno fa mi sono rivista con un compagno di conservatorio e ci è venuta l’idea di organizzare uno scambio di visite tra il coro che lui dirige e quello in cui canto nel paesino in Niederösterreich. Si è cominciato subito ad organizzare la loro venuta, programmata per il "ponte dei Morti", o meglio, le Herbstferien austriache. Causa miei problemi medici dell'ultimo mese (vedi post precedente) ho dovuto "scaricare" la responsabilità dell’accoglienza ad amici e conoscenti austriaci che parlano italiano. La mia presenza ai loro eventi è stata in forse fino all’ultimo, ma poi sono riuscita ad esserci, anche se meno di quanto avrei voluto e solamente grazie ad un paio di antidolorifici aggiuntivi. Sarebbe stato però triste perdermi completamente la loro visita, così ho avuto anche uno stimolo in più a forzare un po’ la mia ripresa, in preparazione al ritorno al lavoro. Grazie all’efficiente organizzazione e ad un pizzico di flessibilità da entrambe le parti, ha funzionato tutto perfettamente. Plauso va soprattutto al presidente del coro in visita, la persona che si è stressata di più, coordinando contatti e prenotazioni… e pure dovendo cantare.

il duomo di Wiener Neustadt

Il coro veneto con gli accompagnatori, in totale un gruppo di quasi 50 persone, è arrivato di giovedì pomeriggio. Dopo la prima notte a Vienna, la comitiva ha girato la città con una guida organizzata da un’amica veneta che lavora in un’agenzia viaggi locale. L’indomani il coro ha potuto visitare Wiener Neustadt, cittadina di importanza storica ma purtroppo poco conosciuta al di fuori della regione, con la guida di due colleghi del coro del duomo, i quali oltre a sapere l’Italiano sono innamorati del Veneto e vi ci vanno più volte l’anno. Ho raggiunto il coro per pranzo, passando fluidamente dall’italiano al tedesco e viceversa, visto che non servivano traduzione. Alla sera, il coro ha offerto una meditazione musicale nel giorno dei defunti (Allerseelen) nel paesino vicino al mio. L’azzeccata scelta dei brani ed il buon livello del coro hanno emozionato sia il parroco sia i fedeli presenti, che erano non molti, ma più di quanti temessi. A differenza dei cori di qui, ove quasi tutti i coristi sanno leggere la musica (e sono impegnati in altri cori o suonano) e quindi in tre prove si mette su una mezza di Mozart, il coro ospite è formato da non musicisti che devono imparare le parti a memoria, a furia di prove su prove. Duro lavoro, ma il vantaggio è che hanno un vasto repertorio in testa senza bisogno di avere gli spartiti tra le mani. Dopo la meditazione, il nostro coro, grazie all’associazione contadini presieduta da una nostra corista, ha offerto una gustosa cena austriaca, innaffiata da fiumi di vino austriaco e da grappe fatte dalla corista di cui sopra. È stato un momento molto bello, in cui i Veneti hanno vinto i pregiudizi sugli Austriaci, in parte ereditati dai tempi della I guerra mondiale e dall’occupazione del XIX secolo e gli Austriaci si sono sciolti dal rigido formalismo grazie all’esuberanza italica (anche i Settentrionali sanno riscaldare l’atmosfera nelle condizioni giuste). La domenica, il coro ospite ha animato la messa con un classico "gregoriano" e con alcuni brani a cappella dalla meditazione della sera prima. A sorpresa, il sindaco del mio paesino ha regalato al coro una targa con il logo del comune e l’ha invitato a tornare, avendo sinceramente gradito la musica proposta. In questa occasione ho fatto da interprete, prima tra il nostro organista ed il mio collega di conservatorio, e poi per tradurre in tempo reale cosa dicevano il parroco ed il sindaco. Tutti felici e pieni di ricordi ci siamo salutati con la promessa di ricambiare la visita l’anno prossimo. Il nostro direttore già pensa al programma da proporre, mentre la sottoscritta fa pressione per l’organizzazione logistica (albergo, bus, visite guidate).

il mio paesino d'adozione

In due momenti della visita mi sono particolarmente divertita: 1- quando il mio compagno di studi ed il presidente del coro sono venuti a trovarmi a casa, con un graditissimo dono alcolico dalla terra d’origine, e provando il mio armonium ho fatto da "pedale", suonando la voce inferiore nella parte bassa della tastiera con un potente registro da 16’ (la terza mano farebbe comodo anche a me quando suono brani organistici con l’armonium), perché mi ha ricordato i tempi del conservatorio, e 2. quando sentivo i componenti del coro parlare tra di loro il dialetto con cui sono cresciuta (per modo di dire, sia perché a casa si è sempre parlato Italiano ed ho sentito il dialetto solo dai parenti, sia perché il padovano si differenzia un po’ dal quasi vicentino del coro), perché in Niederösterreich è lo stesso, non solo i vicini o i contadini, ma persino i professori universitari usano espressioni dialettali nel quotidiano. 


Nonostante le enormi differenze culturali e di mentalità da una parte e l’altra delle Alpi, che si riflettono anche nel modo di intendere la musica corale, in fondo quel che conta sono le persone, simili in tutto il mondo, che possono superare qualsiasi ostacolo linguistico e culturale facendo parlare la musica.

Monday, June 25, 2012

avevo 20 anni

«Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita» (Paul Nizan, Aden Arabia, 1931).

Questo era uno dei temi per la prova d'Italiano della maturità di quest'anno. L'autore sarà sconosciuto ai più, come a me. Leggendo le sue note biografiche colpisce che questo scritto sia stato pubblicato quando aveva 26 anni e che poi sia morto in combattimento all'età di 35 anni. Alla luce dei miei 32 anni compiuti da poco e della prossima visita di un compagno di università che ha rallegrato i miei 20 anni, un bilancio è d'obbligo (attenzione, un bilancio, non lo svolgimento del suddetto tema, che sarebbe fuori luogo oltre che fuori tema).

il mio meditabondo micio
Quando avevo 20 anni sono stata la persona più felice sulla terra! Venivo da un periodo un po' traumatici con le malattie dei miei, l'esame di maturità non sereno, infelici rapporti con i compagni di scuola ed un tormento interiore che era sfociato in un problematico rapporto con il cibo. La scelta di studiare geologia non era del tutto appoggiata dai miei, specialmente papà, preoccupato sia dalla "mascolinità" del lavoro sia dalle effettive prospettive occupazionali. L'amore per questa disciplina era sbocciato dopo la prima esperienza di terremoto e nulla mi avrebbe fatto desistere.


da qui
A 20 anni ero al II anno di università, quando finalmente si comincia a studiare geologia (il primo anno c'erano state fisica, matematica e chimica). Mi piaceva quello che studiavo, mi sentivo accettata dai compagni, conoscevo il territorio grazie alle prime escursioni, pian piano superavo alcuni dei miei complessi e... ho preso la decisione di tentare il sogno di una vita: entrare in conservatorio per studiare organo. Incredibilmente ci sono riuscita, dopo anni di sudori sul pianoforte che non mi era mai piaciuto, e questo è stato l'apice della felicità. I primi anni di conservatorio uniti ai primi anni di università hanno rappresentato il momento più sereno dei miei 32 anni su questa terra!

Quegli anni non sono tornati più, la consapevolezza e la maturità hanno fatto sì che in seguito pure i momenti lieti fossero rannuvolati da qualche pensiero. Già alla fine del III anno di università i rapporti con i compagni hanno iniziato ad incrinarsi, poi ognuno ha preso la propria strada e ci si è persi di vista. Io sono stata totalmente assorbita dal lungo e travagliato percorso tra Laurea e Dottorato e nonostante gli eccellenti risultati non ero serena. Un sentimento d'insofferenza portò ad un epocale litigio con l'insegnante di conservatorio, rovinando anche quell'esperienza e portando ad un agognato diploma di accomodamento. Pure la gioia di essere stata accettata per un post-doc a Vienna non è stata immune da preoccupazioni, come quello di lasciare tutta la quotidianità patavina per l'incognita estera. Per tacere dei due anni e mezzo a Vienna, costellati da piccole soddisfazioni e dolori, come riportati nel blog. Abbiamo davvero perso l'ingenuità necessaria per gioire appieno della vita?

Thursday, September 22, 2011

Alterazioni: intro

Da lungo tempo volevo lasciare a memoria imperitura una selezione dei miei scritti per "Alterazioni", il giornale del conservatorio Pollini di Padova, che ho visto nascere e crescere. Ho pensato a lungo su quale blog, visto che tratta di musica, ma non solo, ed in quale forma pubblicare gli articoli, se tutti in serie oppure in post separati. Alla fine ho optato per pubblicarli in post separati, ognuno con il suo titolo, ma giocando con l'orario di pubblicazione in modo che appaiano tutti dopo questo cappello introduttivo. Ah! Ho scelto questo blog perché, sebbene riguardino la mia vita musicale, contengono accenni anche alla vita geologica, quindi sono perfettamente in tema. Buona lettura!

Alterazioni: don Totò, il buon fattore ed il terreno sul mare


DON TOTO’ Molto tempo fa esisteva un proprietario terriero che possedeva praticamente mezza Sicilia. Tutti lo conoscevano come don Totò, infatti il suo nome di battesimo era Salvatore, lo stesso di suo nonno e del nonno di suo nonno. In paese era temuto da tutti perché aveva il potere di dare la vita dando un pezzo di terra da coltivare a coloro che gli erano simpatici, per poi guadagnandoci sul frutto, e la morte togliendo tutto a chi non gli andava a genio. Di terra lui non ci capiva proprio nulla, ma aveva appezzamenti dovunque e ne era gelosissimo. Possedeva anche un modesto campo vicino al mare. Era un campo piccolo, dal terreno sabbioso e poco produttivo, ma in cui miracolosamente sopravvivevano due alberi d’arance che facevano solamente 2 arance l’uno all’anno, le più dolci di Sicilia. Don Totò l’aveva ereditato e non ci si era mai affezionato. Lasciava che quelle 4 arance gliele rubassero i ragazzini e che il terreno rimanesse incolto.

IL BUON FATTORE Nello stesso paese di don Totò viveva anche un giovane buon fattore, che aveva studiato tutte le piante della Terra ed i migliori metodi per coltivarle con i sapienti del suo tempo di ogni parte del mondo. Era conosciuto in paese per la sua scienza, tanto che gli altri fattori facevano al coda per chiedergli consigli su come far guarire le piante senza perdere il frutto, e non voleva nulla in cambio. Con enormi sforzi era riuscito ad avere un suo terreno, non molto grande e dalla terra dura come roccia, ma, come amava ripetere, non era alle dipendenza di nessuno. Lavorando duramente era riuscito a trarre molti frutti da quel suo ammucchio di sassi ed al mercato faceva aspra concorrenza a don Totò. Don Totò invidiava la sua abilità nel rendere produttivi terreni sterili e la buona fama di cui godeva in paese, per questo lo detestava e cercava in tutti i modi di fargli perdere la poca terra che aveva, senza mai riuscirci e mangiandosi la bile per la rabbia.

IL TERRENO SUL MARE Un giorno il buon fattore disse alla moglie- don Totò ha un piccolo terreno vicino al mare che gli frutta solo 4 arance all’anno. Sono sicuro che lavorandolo un po’ potrebbe produrne centinaia e di ottima qualità. Il terreno è piccolo ed abbandonato e forse me lo venderà per pochi soldi- Così andò a domandare a don Totò quanto voleva per quel fazzoletto di terra. Don Totò gli rispose che non era in vendita, men che meno a lui. Allora il buon fattore, dispiaciuto che un buon frutto andasse perso, propose a don Totò di lavorargliela gratis, solo per la soddisfazione di renderla produttiva. Don Totò, roso dall’invidia rispose-Ma chi ti credi di essere, Dio forse? Come ti permetti di dire che quel terreno sterile possa produrre qualcosa? La terra è mia e la conosco. Vattene e non farti più vedere sui miei terreni!- Amareggiato il buon fattore tornò a casa e riferì alla moglie il modo in cui era stato trattato. Ogni giorno andava a vedere la terra vicino al mare e si fregava le mani dal lavoro che ci sarebbe stato da fare, ma poi se ne andava sconsolato. Un giorno la moglie, non potendone più di vederlo così afflitto, gli disse- So quello che ti ha detto don Totò, ma so
anche che quella terra soffre a non essere curata. Sembra che stia urlando aiuto con quelle 4 arance all’anno. Valla a lavorare di nascosto, quando don Totò vedrà che non è sterile come pensava ti ringrazierà del lavoro e forse poi te la venderà.- Così il buon fattore iniziò a dare qualche rassodata ed a fare innesti. Raramente, però, perché prima aveva la sua terra da coltivare e con quella ci campava. Lentamente iniziavano a spuntare nuove piante di arance, della stessa famiglia dei due aranci miracolosi. Continuando così il raccolto prometteva bene...

EPILOGO Un giorno d’autunno, passando per i suoi terreni, don Totò si trovò casualmente lungo il mare e vide il terreno sterile pieno di aranci. Quasi non lo riconosceva! Incuriosito si avvicinò. Da miscredente quale era non credette al miracolo e capì subito cos’era accaduto. Si arrabbiò moltissimo, perché il buon fattore aveva osato mettere piede su un suo terreno nonostante il perentorio divieto. Tornò nella sua villa livido di rabbia. Denunciò immediatamente il buon fattore per violazione di proprietà privata e poi mandò dei ragazzi a spargere sale sul terreno sul mare, in modo che non ci crescesse più nemmeno l’erba. Il buon fattore venne arrestato, ma dopo una grande cagnara in paese e per la mancanza di prove del reato, il buon fattore venne presto rilasciato. Amareggiato per quanto era successo decise di andarsene sul continente ove la sua scienza veniva apprezzata. Nel terreno sul mare in breve tempo tutti gli aranci si seccarono, compresi i due miracolosi e la terrà divenne dominio di sterpi e serpi. Tutti la considerarono un luogo maledetto e nessuno volle più metterci piede. Don Totò morì alcuni anni dopo, roso per aver perso i due aranci miracolosi ma felice di aver mantenuto il suo potere, e le sue gesta si narrano ancora oggi in terra di Sicilia.

MORALE: Non si tratta di un racconto popolare siciliano, ma di una trasposizione metaforica di recenti eventi accaduti in conservatorio. Ovviamente la storia è stata modificata per motivi narrativi, ma il senso è egualmente chiaro. Don Totò rappresenta il classico insegnante anziano più di testa che all’anagrafe, che tratta gli allievi come fossero proprietà privata, sfruttandoli per quello che danno senza fatica ed abbandonandoli a se stessi se necessitano di lavoro e pazienza o non si comportano secondo le loro regole; il buon fattore, invece, rappresenta un giovane insegnante, ancora pieno di entusiasmo per la professione e che si sacrifica per il bene
degli allievi, ma che rischia di scontrarsi con i colleghi per le innovazioni portate e per i
successi raggiunti; il terreno sul mare è uno dei tanti allievi che a causa di una situazione problematica non è riuscito ad esprimere le proprie potenzialità e che poi resta rovinato per sempre. Per fortuna la vita ha portato alla ribalta casi che si sono conclusi positivamente, ma chissà quanti ignoti allievi sono andati perduti...

Alterazioni: lettera aperta


Cari Maestri di conservatorio e cari docenti universitari,
chi vi scrive è una delle tante persone vive con un piede in due staffe: il CONSERVATORIO e l’UNIVERSITÀ! Dai tempi delle superiori gli insegnanti di entrambe le parti mi chiedono insistentemente di fare una scelta, perché ritengono sia impossibile studiare due cose contemporaneamente. Per sfida e per passione mi sono sempre rifiutata di scartarne una a favore dell’altra, ma ora sono arrivata ad un punto cruciale per entrambe (il dottorato da una parte ed il diploma dall’altra) e le riforme scolastiche in atto mi costringono a decidere in cosa voglia specializzarmi o meglio cosa voglia fare “da grande”! Ormai condivido con poche persone una decisione così importante: ai Vostri tempi il problema non si poneva perché fare i musicisti era una professione che garantiva la pagnotta, mentre nel futuro prossimo l’equiparazione del conservatorio all’università e le nuove leggi sull’incompatibilità tra facoltà impediranno a qualcun altro di dedicarsi seriamente allo studio di scienza e strumento!

La musica. E’ una passione travolgente, con le sue esplosive gioie e le sue lacrimose crisi. In questi anni ha favorito la mia maturazione e mi ha fatto superare la mia timidezza, ma mi ha anche rivelato l’ipocrisia e la rivalità dominanti in conservatorio. La musica mi ha dato le più grandi gioie con l’amicizia di persone di ogni età e ragione sociale che provano piacere nel condividere opinioni e conoscenze, e le più grandi delusioni, con la frustrazione di chi non riesce a superare certe difficoltà tecniche-esecutive o con la rabbia per chi la musica la pretende senza capirla (committenti vari).

La scienza. E’ un amore solido e tranquillo, paragonabile alla vita matrimoniale, in cui le emozioni sono più misurate, dal moderato entusiasmo all’imbarazzo, senza picchi isterici in negativo od in positivo. Lo studio regolare mi ha dato il sapore dolce della soddisfazione proporzionata allo sforzo, la curiosità crescente mi ha portato ad un buon rapporto con la tecnologia e con i colleghi, la comunità scientifica mi ha fatto sentire veramente cittadina del mondo, ma l’ambiente universitario si è rivelato geloso delle proprie conoscenze, dominato solamente dal proprio tornaconto, tutto preso da una ricerca infinita di fondi.

Cari insegnanti, avevate ragione sulla difficoltà di vivere due vite, non potete nemmeno immaginare i salti mortali che ho dovuto fare per incastrare gli orari delle lezioni in università e conservatorio, le corse da un edificio all’altro a piedi, in autobus od in treno, l’ansia per i ritardi inevitabili e la tristezza nel vedere quanto il tempo dedicato allo studio, una volta diviso tra le due discipline, fosse scarso! Non potrete mai condividere i laceranti conflitti interiori nell’accorgersi che ormai una decisione bisognava penderla... ma ora ho scelto cosa fare “da grande”: farò quello per cui ho studiato all’università! Questo perché riconosco i miei limiti in campo musicale, perché alla mia età devo pensare a qualcosa che mi garantisca il pane e soprattutto perché la tranquilla quotidianità della vita scientifica mi fa sentire meglio! Con ciò non pensiate che abbandoni la musica! Come eminenti personaggi del passato recente (Borodin, chimico e compositore; Einstein, fisico e violinista; Schweitzer, medico ed organista; Ramsey, geologo e violoncellista, tanto per citarne alcuni) e più umilmente come molti altri colleghi di conservatorio, farò di tutto per continuare dignitosamente gli studi musicale, pur se nei limiti dettati dalla mia scelta. Rinunciarvi proprio adesso sarebbe amputare una parte di anima! Continuerò a studiare, senza disperarmi per le mie limitate capacità, apprezzando i piccoli successi quotidiani, accettando tutte le occasioni che mi verranno offerte di fare esperienze musicali diverse, proporzionate alle mie capacità ed al tempo a mia disposizione. Questa scelta non è un’ammissione di fallimento, anzi è un segno di maturità, che ho raggiunto proprio grazie alla musica.

Lo scopo di questa lettera è che Voi tutti comprendiate lo strano comportamento di tutti coloro con i quali condivido la scelta. Se ci presterete un po’ di attenzione, vi accorgerete quanto avere la mente divisa tra due anime sia un vantaggio ed un arricchimento per entrambe le discipline piuttosto che una perdita di tempo ed una dispersione di energie, come avete sempre sostenuto. Ora tocca a Voi fare di tutto perché almeno questi ultimi esemplari di scienziati musicisti sopravvivano e possano portare la loro indispensabile testimonianza alle nuove generazioni. E’ arrivato il momento di smettere di nascondere  le proprie scelte e di mostrarle e spiegarle affinché vengano comprese e condivise. 

Vi ringrazio per Vostra cortese attenzione che ha dato ragione di esistere a questo accorato appello corale! Con immutati affetto e dedizione
Lidia e gli altri

Alterazioni: intervista a... J.S. Bach


Sull’eco delle “interviste impossibili” recentemente riprese da Radio3... ecco quello che avremmo sempre voluto chiedere e che non abbiamo mai avuto occasione di fare.

L.P.: Sono emozionantissima. Per la prima e penso unica volta nella mia vita avrò l’onore e l’onere d’intervistare il più grande musicista di tutti i tempi: J.S.Bach. La ringrazio d’aver accettato questo incontro. Mi scuso perché il giornale è distribuito solo all’interno del conservatorio di Padova, ma le assicuro che avrà una grande diffusione tra i musicisti, giovani nel corpo e nello spirito, che l’ammirano e la seguono da anni.
J.S.Bach: Sarà un piacere per me rispondere alle sue domande.
L.P. Inizio subito. Non voglio sapere nulla della sua vita, già in tanti hanno dato fondo alla fantasia ed alle biblioteche per scrivere sue biografie... a proposito ce n’è qualcuna che le piace particolarmente o che si avvicina di più alla realtà?
J.S.Bach: (ridendo) No, nessuna, ma mi divertono molto... è come leggere un oroscopo a posteriori. In realtà la morbosità che in questi tempi ossessiona i “fan” nel conoscere i minimi dettagli della vita privata dei “famosi” mi sembra le medesima di alcuni studiosi che tentano di ricostruire come suonavo o come pensavo le mie composizioni! Paradossalmente, se sentiste come suonavo potrebbe non piacervi nemmeno! (ride)
L.P. Mi perdoni, cosa intende dire? Non le fa piacere che qualcuno si occupi di come sentivano la sua musica ai suoi tempi? Cestinerebbe anni di ricerche e pile di incisioni “filologiche”?
J.S.Bach: Sinceramente la filologia, così com’è intesa, mi sembra un po’ sterile. Dopo quasi 4 secoli è praticamente impossibile ricostruire non solo lo strumento e la pratica musicale del tempo, ma anche la diversa collocazione nella vita quotidiana, la diversa sensibilità musicale di chi ascolta, la diversa concezione teologica per la musica da chiesa e via dicendo. Mi sembra un progetto destinato a fallire in partenza... e poi, con quale scopo?
L.P. Come? Cioè, capisco, ma non pensa che possa essere utile ripercorrere i suoi passi per comprendere tutto quello che è venuto dopo?
J.S.Bach: In questi termini posso ammettere una simile ricerca. Anch’io ho studiato chi era venuto prima di me per comporre nuova musica, ma questa ricerca era utile a me soltanto. Poi, se ben ricorda, ho sempre appreso ritrascrivendo e rielaborando le composizioni di altri, non ripetendole così com’erano. Pensi a Pergolesi, Vivaldi,... Nel caso della “filologia”, credo, potrebbe anche avere un senso “storico” per gli studiosi, per gli addetti al mestiere... ma di certo non per il grande pubblico.
L.P.: Il ragionamento non fa una piega. Rimanendo in tema, cosa ne pensa, dunque, di quelli che si collocano dal lato opposto della barricata e che eseguono o trascrivono la sua musica con strumenti iniesistenti alla sua epoca?
J.S.Bach: Penso che l’importante siano le note, non lo strumento o la tecnica. Io stesso ho rivisitato trascrivendo opere di miei illustri predecessori, adattandole per strumenti diversi da quelli per cui erano destinate. In questi secoli sia l’organo sia gli strumenti ad arco si sono evoluti e con essi la tecnica per suonarli. Magari avessi potuto avere le conoscenze e le possibilità tecnologiche che avete voi ora! Vede che sarebbe una limitazione imporre di suonare la mia musica con determinati registri (in tema di organo) o strumenti o con una determinata diteggiatura ... tanto, come ho detto prima, è impossibile “sentire” come 3-4 secoli fa.
L.P. Se ho colto il Bach-pensiero, Lei non è affatto dispiaciuto dalle reinterpretazioni dei suoi brani in stile swingle, jazz o disco?
J.S.Bach: Non esageriamo, piaceva molto anche a me sperimentare ed alcuni sperimentazioni di questi tempi sono molto belle, penso per esempio agli Swingle Singers... ma nessun compositore gradirebbe certe storpiature “tecno” o simili. Tornando agli Swingle Singers, se ci pensa la musica per organo in origine era esecuzione strumentale di musica vocale, loro, invece, cantano la musica strumentale. Veramente divertente! Altri utilizzi in tempi recenti, con sovrapposizioni di canzoncine pop ai miei preludi e via dicendo non mi sembrano parimenti geniali. Al pari dell’idea di quel tale signor Gounod nella “sua” Ave Maria. A mio modesto parere, il MIO preludio era completo e perfetto così com’era, non c’era bisogno di aggiungere altro!
L.P. Non se la prenda, la prego, ha perfettamente ragione. Deve anche capire, però, che quell’Ave Maria è diventata parte della nostra storia da quando si è iniziato a cantarla in occasioni particolari... tipo i matrimoni... Se non ci fosse stato questo passaggio ben in pochi conoscerebbero il suo preludio. E cosa ne pensa del binomio Bach-Jazz?
J.S.Bach: Il jazz merita un discorso a parte. Spinge molto sull’improvvisazione e questo si faceva anche ai miei tempi. Anche allora si facevano le competizioni d’improvvisazione, si ricorda quando Marchand scappò per la paura del confronto? In realtà nessuno saprà mai se scappò o semplicemente non ci incontrammo... Di questi tempi non hanno inventato nulla che non ci fosse già. Per improvvisare bene bisogna saper suonare bene e conoscere la musica meglio delle proprie tasche, da questo punto di vista stimo molto i jazzisti. Certo, i canoni stilistici sono cambiati.
L.P. Sono sempre più curiosa, per un compositore come Lei, com’è sentire la propria musica suonata da così tante persone?
J.S.Bach (sorridendo): mi creda, a volte mi prudono le mani e mi verrebbe voglia di suonare al posto loro. specialmente quando si tratta di studenti poco talentuosi... ma in genere sono estasiato dal sentire quali cose sono in grado di tirare fuori dalla mia musica. Che rimanga tra noi, il compositore a volte certe cose nemmeno le pensa ma poi se ne vanta quando gliele attribuiscono.
L.P. Si fidi, non lo dirò a nessuno. Cambiando completamente discorso e passando più al privato, i suoi figli hanno preso una piega diversa dalla sua. Quattro-cinque sono diventati dei celebri musicisti ma nessuno ha raggiunto la Sua fama o la sua capacità, o almeno così pensiamo oggi, anche se ai suoi tempi, forse, la fama di C.Ph.E. l’aveva fatta dimenticare.
J.S.Bach: I figli sono un dono del Signore, se poi sono bravi è un regalo doppio. Ho una grande ammirazione per tutti i miei figli ed è stato un grande dolore quando qualcuno è mancato prima di poter manifestare al mondo le proprie doti. Purtroppo i tempi erano diversi. Come tutti i figli mi hanno dato qualche dispiacere e hanno considerato la mia musica superata, hanno preferito seguire la moda del momento, ma hanno anche saputo prevedere lo stile che si sarebbe sviluppato. Hanno preparato il terreno per il signor Mozart. un vero talento che mi sarebbe piaciuto avere come allievo. Pur avendo
scherzosamente celebrato il funerale del contrappunto, ha dimostrato di saperlo maneggiare con grande maestria!
L.P. Giusto! Ci sono stati altri musicisti che avrebbe voluto avere per figli?
J.S.Bach: Oltre a quelli che ho avuto già? Lei è giovane, ma guardi che non è facile stare dietro a tutta quella marmaglia finché cresce! Musicalmente parlando sono tanti, ma una menzione particolare la merita Mendelssohn per il suo affetto filiale nei miei confronti. Già è difficile essere amati ed apprezzati dai propri figli, figurarsi ad un secolo di distanza da giovanotti che non ti hanno mai conosciuto!
L.P. Sono commossa... ma anche dispiaciuta perché il tempo a nostra disposizione è terminato. Avrei ancora migliaia di domande da porLe ma già quelle cui ha risposto ci daranno da pensare per un bel po’. Un’ultima curiosità, com’è rito di questa rubrica: cosa ne pensa del nostro giornale?
J.S.Bach: A dire il vero faccio fatica a leggerlo, vista la mia età, i problemi alla vista e la dimensione dei caratteri! Me lo faccio leggere da Anna Magdalena e lo trovo molto ben fatto. Un buon posto dove togliersi i sassolini dalle scarpe, come ho fatto anch’io. Unica critica, se qualcuno di voi mettesse lo stesso impegno nello studio della musica...
L.P. Ho capito, grazie, riferirò! Un ringraziamento speciale da tutti noi per la sua musica, con cui quotidianamente, per passione o per obbligo, piangiamo e gioiamo. Grazie!

Alterazioni: il conservatorio Cipollini


Non illudetevi, il celebre ciclista non ha fondato un istituto musicale, ma si tratta del nome che qualche buontempone ignorante ha affibbiato al nostro amato conservatorio. Consoliamoci, non siamo i soli ad avere di questi problemi... Quale musa avrà ispirato coloro che hanno dato i nomi ai conservatori d’Italia? Credo sia stata Sprovvedutezza, visti i risultati.

Il conservatorio di Padova è stato dedicato a Cesare Pollini, egregio pianista e direttore dello stesso negli anni che furono (ved. articolo sig.ra Massaro sul num.1). Per fortuna un’insegnante di storia si è presa la briga di spiegarci chi fosse questo Pollini, altrimenti pure noi studenti avremmo continuato a non conoscere altro di lui che il calco delle mani e l’aspetto severo del ritratto di fronte alla biblioteca. A parte le scarne notizie sul sito del conservatorio, pure Google e la Garzantina si arrendono di fronte a questo emerito (quasi) sconosciuto. Non c’è da stupirsi, quindi, se tutti scherzano più o meno seriamente col nome del conservatorio: Cipollini, Polli(ci)ni, “conversatorio” Pollaio, dei Pòllini, etc. Mi domando, ma Padova non ha dato i natali ad altri musicisti, magari più famosi del caro Cesare? Non ne ricordo molti, ma pensate come avremmo potuto riempirci la bocca con un Prosdocimo de Beldemandis. Assaporatene la musicalità, la pomposità ed il gusto antico. Mi sono diplomato al conservatorio Prosdocimo de Beldemandis. Senza pescare nomi arcaici si poteva ricorrere ad Arrigo Boito (nome dato al conservatorio di Parma, per rispetto a Verdi, immagino!). Ha scritto un’opera sola ma è pur sempre stato un gran librettista ed un personaggio del mondo musicale più conosciuto in giro e soprattutto dal cognome meno spendibile in variazioni spassose. Sorvoliamo sulla candidatura di Oresta Ravanello che, pur essendo più noto come compositore di C.Pollini, ha un cognome ancora più risibile...

Villa del cons. A. Steffani
Come dicevo, non siamo soli nella disgrazia... basta pensare al resto del Veneto. Chi diavolo sarà stato Venezze a Rovigo? Un semplice mecenate! E Buzzolla ad Adria? Ignoro pure Pedrollo di Vicenza e Dall’Abaco di Verona. Castelfranco, più intelligentemente, ha scelto Steffani, cui ha dato i natali, musicista di fama internazionale qualche secolo fa, consolidando la sana tradizione di vantarsi dei personaggi famosi; vedi ad esempio il conservatorio Vincenzo Bellini di Catania! Vi aspettate forse che almeno Venezia brilli nel firmamento delle stelline? Macchè! Invece di coronare il sogno di Vivaldi, che diresse un conservatorio ante litteram e che ha dato il nome al conservatorio di Alessandria (assurdo!), hanno scelto il modesto Benedetto Marcello. I Gabrieli si staranno rivoltando nella tomba a cori battenti! Galuppi starà assordando gli angeli con vocalizzi acuti e ripetizioni eterne. Pure il fratello Alessandro Marcello si sentirà privato di un titolo che avrebbe meritato, almeno per la risonanza cinematografica del suo concerto rimaneggiato da Bach!

Visto che l’erba del vicino è sempre più verde... proviamo a dare un’occhiata all’estero... In Germania, a Lipsia l’istruzione musicale superiore porta il nome di Mendelssohn (che vi ha lavorato per anni ed ha fatto costruire il monumento a Bach, non solo di bronzo), a Weimar di Liszt (di cui rimane l’abitazione-museo); a Dresda di von Weber e a Düsseldorf di R.Schumann, ... ma sembra che siano preferiti i nomi geografici (scuola di tal città) e che siano state completamente snobbate le tre grandi B: Bach, Beethoven e Brahms. Atteggiamento simile hanno assunto gli austriaci, in cui non figura alcun conservatorio dedicato a Mozart, Schubert etc., ma nemmeno agli autori meno noti, così gli Strauss non potranno lamentarsi di essere considerati compositori minori per operette e valzer! Idem in Francia, a parte un’isolata scuola dedicata a Vincent d’Indy...

Scusate, forse sbaglio a cercare il nostro modello in Europa... l’Italia da che mondo e mondo ha sempre copiato esclusivamente da un paese: gli Stati Uniti! Paese che, vista la vastità, nonostante la recente scoperta, ha dato i natali a tantissimi grandi musicisti, come ad esempio... beh! scusate! al momento non me ne vengono in mente molti, a parte quelli del novecento...ma non importa, gli americani del nord avranno attinto ai nomi europei visto che loro conservano un sacco di autografi di Bach & Co. Absolutely no! Anche loro si parano dietro ad un freddo nome burocratico. 

Ebbene, i padri fondatori della musica occidentale possono riposare tranquilli. Tutti strimpellano le loro musiche ma nessuno potrà vantarsi di aver studiato in un istituto che porti il loro nome, come a dire che nessuno potrà dire di essere stato suo allievo. Al contrario tutti potremmo un giorno raccontare di aver studiato musica per anni da Cipollini... ed i posteri comprenderanno il perché della nostra incapacità!

Sunday, November 7, 2010

Tuffo nel passato

Nell'ultima settimana due episodi mi hanno prepotentemente fatto tornare indietro nel tempo, uno per il passato musicale, uno geologico. Studio freudiano su se stessi, cos'altro poteva essere altrimenti, vivendo nella patria della psicanalisi!

Nel primo caso, l'elemento scatenante è stato un brano sentito ad un concerto: Tema e Variazioni di M.E. Bossi. Mi sono tornate in mente le giornate in conservatorio a Padova, quando i miei compagni studiavano quel pezzo per il diploma (non lo risentivo da allora) ed io giravo loro le pagine. Mi è tornato in mente il mio vecchio insegnante da quale sono praticamente scappate. L'odore ed il rumore familiare dei banchi di registri del Mascioni dell'auditorium. Il pistone del Tutti finale, che anche qui a Vienna è rimasto attivato all'inizio del brano successivo. Il tutto mentre giravo le pagine ad un organista vicentino che accompagnava un coro veronese... ma in una chiesa luterana viennese! Il coro ha eseguito qualche brano di quelli che anche col Mortalisatis avevamo in repertorio ed uno in particolare con l'organo che eseguimmo assieme in uno degli ultimi concerti cui partecipai.

Nel secondo caso, un pezzo importante del dipartimento di Geoscienze di Padova è venuto a Vienna. Il mio prof., relatore di tesi e supervisore di dottorato, è qui ospite per quasi 3 mesi. Inoltre la settimana prossima arriveranno un mio ex-compagno di studi con la sua morosa, mia compagna di ufficio durante il dottorato, per una collaborazione. Che strano, anche in questo caso, trovarsi in situazioni familiari, parlare la propria lingua, ma in un ambiente esterno mai immaginato. E la cosa ancor più strana è trovare normale l'intera faccenda!

Non è la stessa cosa che ritrovarsi ad un convegno, nel caso dei geologi, o ad un corso o concorso, nel caso musicale. Un pezzo importante della mia vita precedente alla svolta epocale dell'emigrazione in Austria è venuto a farmi visita. Come se stessi vivendo la prima parte del Racconto di Natale di Dickens. Il tutto visto con gli occhi di oggi. Le persone cambiano, io stessa sono cambiata, anche se solo in 8 mesi (nel caso del conservatorio... almeno 5 anni), e tutto è diverso, per questo non c'è stata la sensazione di deja-vu. Tra 10 giorni sarò io a tornare a Padova per un convegno... vedremo se si ripeterà la sensazione ma invertita.