Tuesday, December 1, 2009

Messa-Concerto

Come ogni anno, l’ultimo sabato di novembre, che cade spesso in corrispondenza della vigilia della prima domenica d’avvento, Stefano Torchio ha scritto ed eseguito delle musiche per la messa di commemorazione del marito di una sua professoressa del Liceo. Negli ultimo quattro anni ha deciso di scrivere per duo, il primo anno per organo e violoncello (in quell’occasione gli feci da registrante-girapagine), poi per organo e violino riservandosi la parte del violino. Per un anno all’organo Alessandro Perin, cui ho fatto da registrante, e poi negli ultimi due anni con me, in seguito alla temporanea assenza di Alessandro per un periodo di studio in Germania. 


La messa concerto si svolge sempre nella chiesa di San Daniele a Padova. Tale chiesa, non molto grande ma decisamente carina per la caratteristica decorazione e per gli affreschi di gusto ottocentesco nostalgico del medioevo, contiene la tomba di Angelo Beolco detto Ruzante, celebre commediografo del ‘500. L’organo in questione meriterebbe un trattato... per quanti organari ci hanno messo mano negli anni passati. Il risultato è un due manuali e pedaliera posto in una bella cassa in cantoria, con la possibilità di suonare lo strumento sia per trazione meccanica dalla consolle a finestra in cantoria, sia per trazione elettro-meccanica (poco raccomandabile per il frastuono delle vecchie elettrocalamite) da una consolle posta ai piedi dell’ambone. Ovviamente Stefano opta sempre per la cantoria, cui si accede da una scala a pantografo che desta sempre la curiosità dei visitatori ed i commenti tipo - vita dura l’organista, vero? -

Le musiche di quest’anno erano quanto mai prima all’avanguardia. Forse inusuali per l’orecchio delle anziane signore della parrocchia ma egualmente piacevoli ed intonate al momento. Stefano ha sempre scritto molto bene, la sua evoluzione di questi ultimi anni, a mio parere, lo ha portato ad uno stile più asciutto ed efficace. Pur nella situazione non ottimale, per lo strumento che avrebbe bisogno di un restauro importante, per il rumore del motore, per la difficoltà di “sentire” l’effetto d’insieme dalla cantoria, per il poco tempo per le prove e per studiare i brani, per me è stato un piacere suonare! Dopo un po’ che si suona assieme si crea un rapporto simbiotico per cui quasi non c’è più bisogno di dire le cose o di un direttore a bilanciare tempi e sonorità (nel caso era Stefano a guidare l’interpretazione).

Ad assistere a questa messa-concerto sono venuti anche alcuni amici, musicisti e non, in particolare Francesca, collega di dottorato, ed il marito, da un anno fedeli sostenitori della musica di Stefano. C’erano anche Enrica, un’amica violoncellista con cui solitamente suono per la chiesa luterana (il vero duo vincente in quanto ad affiatamento musicale, in repertorio Vivaldi, Marcello, Bach - mie trascrizioni - e Rheinberger), Federico, pianista e caporedattore del giornale del Pollini (oltre che abile fotografo) con la morosa (anche lei musicista, violinista) ed Alessio, tenore del Mortalisatis (che per inciso ho temporaneamente lesciato) con la sorella ed un amico. Un bel gruppetto di appassionati di musica dotati di grande pazienza per ascoltare le mie filippiche contro la filologia e monotematiche su J.S. Bach!

La serata si è conclusa con una pizza che verrà ricordata per l’allegria più che per il cibo (comunque dignitoso) e per il coretto stonatissimo che ha “intonato” (verba errato, in questo caso) tanti auguri a te per una festa di compleanno in contemporanea. Dopo della bella musica sentire quello strazio... veniva voglia di dar loro una lezione. Ho proposto di arrnagiare almeno un corale a 5 voci... ma nessuno mi ha ascoltata, giustamente!!!

Wednesday, November 18, 2009

post di metà autunno

Il silenzio questa volta si è prolungato parecchio, più di un mese. Non avevo nulla da raccontare? Forse nulla di significativo che meritasse un posto in questo blog, normale amministrazione, oppure altri eventi che non mi andava di raccontare qui. Allora, perché scrivo ora? Effettivamente non ho nulla di particolare da raccontare - aspettate una quindicina di giorni per la relazione di un concerto e poi dicembre per il resoconto del primo viaggio oltre oceano - ma sentivo il bisogno di non lasciare troppo vuoto tra un post e l’altro. Per similitudine con il post di metà estate, questo sarà il post di metà autunno, dominato da un fastidioso raffreddore!
 La stagione è partita piuttosto freddina e bruscamente, di qui il raffreddore... ma soprattutto causato dall’affollamento sui treni dei pendolari! In montagna è già caduta la prima neve e qui a Padova abbiamo sperimentato settimane di pioggia, grazie al Cielo non continua, altrimenti saremmo andati tutti sott’acqua! Divertente è stata la notizia, poi smentita in via non ufficiale, comparsa sul Gazzettino che dava il nostro Vescovo bello che declassato e trasferito a Treviso. L’euforia è esplosa negli ambienti musicali, sperando in un cambiamento ed in un maggiore rigore, ma probabilmente si è trattato di voci di corridoio mal interpretate o di provocatoria fantasia di qualche giornalista.
 Una polemica che ha impegnato per giorni i quotidiani ed i telegiornali è stata la questione Crocefisso sì o no nelle scuole e negli edifici pubblici. Come non esprimere anche la mia opinione a riguardo. Premetto che, secondo me, i Crocefissi, come tutti i simboli religiosi, dovrebbero stare nei luoghi di culto e non negli edifici pubblici, sul petto dei religiosi, specialmente se in abiti “civili” e non nelle scollature plasticose della soubrette di turno e che il vero Crocefisso con il suo significato sia da portare nel cuore, comportandosi da veri cristiani, piuttosto che esibirlo come un baluardo delle tradizioni. Ora la questione è tornata alla ribalta perché la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo si è pronunciata a riguardo, interrogata da dei genitori atei che sentivano lesi i diritti dei loro figli ad essere educati serenamente alla “fede” dei propri genitori a causa di un pezzo di legno appeso in classe e che per qualcuno rappresentava qualcosa di più. Mi domando, occorreva ricorrere alla Corte Europea? Diritti lesi? Allora un cittadino straniero dovrebbe chiedere di togliere la cartina d’Italia perché lede i suoi diritti di studiare la geografia del proprio paese? In molti paesi europei, Italia compresa, i diritti dell’uomo vengono calpestati in modi anche più subdoli, negli ospedali, nelle carceri, nei tribunali, ma anche sul posto di lavoro... e la corte europea ha impiegato 6 anni per decidere di un Crocefisso???
 Altro argomento scottante è l’influenza suina, tra allarmismi e rassicurazioni, vaccinazioni raccomandate e rifiutate. La vita è talmente delicata che basta un niente per interrompere il suo corso o per rovinarla per l’intera durata... e ci angosciamo per un’influenza. Se è scoccata la nostra ora non ci saranno mascherine e vaccini che tengano, intanto però hanno trovato come fare notizia di raffreddori, tosse, febbre e mal di gola. Le altre notizie sono passate in secondo piano, non “fanno più notizia”... alla prossima occasione, che sia un terremoto, un’alluvione, uno stupro od un pestaggio... ma questa sarebbe un’altra polemica... 

Wednesday, October 21, 2009

2 giorni a Milano

Incredibilmente Milano mi manca, non nel senso che provi nostalgia per questa città, ma perché è una delle poche grosse città d’Italia che non ho mai visitato. Quando ho ricevuto una mail che pubblicizzava una serie di seminari sulla geologia delle zone di subduzione ho preso la palla al balzo, sperando di poter fare un giro per la città. In realtà non ho visitato molto, praticamente nulla: dalla Stazione Centrale (in cui ero già stata per qualche cambio treno in passato) al Dipartimento, percorso gran parte fatto sotto terra, con la metropolitana. Un gentile signore in treno mi ha detto che la zona universitaria era tra le più carine di Milano... effettivamente non era male ma... niente di speciale. Ho rimpianto (questa volta sì) Roma, che almeno è colorita nell’uniformità di condomini a 8 piani e palazzi istituzionali d’inizio secolo scorso (o anche più vecchi). La sorte ha voluto che almeno ci fosse un bel cielo azzurro... che sospetto raro a Milano come qui a Padova.


La cosa che mi ha veramente divertito è stato vedere che in stazione vendono tutti i souvenirs d’Italia, non solo lo scontato (non nel senso di in saldo, ma ovvio) duomo di Milano di gesso! Ho visto gondole veneziane, la torre di Pisa, piazza S. Pietro... mancavano solo i trulli di Alberobello! Ah, i bei tempi in cui mi facevo portare da papà un ricordino dalle città in cui andava ed immancabilmente tornava con la boccia di vetro con la neve finta e con il monumento locale... ora i vari duomi, torri, etc. sono illuminati da psichedelici led o fungono da portafoto, potacellulare, orologio, e via di seguito. Insomma, senza andare all’Italia in miniatura di Rimini o trascorrere giorni in treno, si può visitare l'intera penisola in una sola stazione, o meglio in un solo bazar!

Passando a cose serie, i seminari sono stati davvero interessanti. Purtroppo ne ho perso un pezzo causa un improvviso cambio d’orario (finiva troppo tardi e non avevo più treni per tornare indietro, proprio quando avevo già preso i biglietti rendendomi conto che poteva andare e tornare in giornata, senza dover spendere o disturbare per una notte fuori casa) e purtroppo ero l’unica fuori sede (nonostante la pubblicazione sulla mailing list dei geologi strutturali italiani, nemmeno quelli di Como si sono scomodati...). A dire il vero, neppure i geologi milanesi si sono mostrati tanto sensibili, perché erano presenti praticamente solamente gli studenti, i dottorandi ed i ricercatori del gruppo dei professori che organizzavano il tutto... devo ammettere che anche un seminario di palinologia a Padova ha più speranze di raccogliere gente da diversi ambiti. Peccato, perché, pur se l’argomento si è rivelato più distante da quello che faccio attualmente o quello che farò nel prossimo futuro di quanto presupponessi dal titolo, la spiegazione del prof. Green ha lanciato un approccio “quantitativo” diverso alle micro microstrutture nelle rocce ed al confronto con i prodotti sperimentali. Le rocce ci parlano sempre di più, grazie alle moderne tecnologie che ci permettono ingrandimenti sempre maggiori. Così un’essoluzione ci può raccontare di una subduzione a profondità in credibili (>350 km) ed una transizione di fase ci può spiegare terremoti profondi (a 600 km).

Tornando a Milano, mi dispiace di non aver fatto il mini tour Duomo-alleria-Scala... ma credo che non  rispenderò quasi €60 di treno per recuperare il turismo non fatto... preferisco Padova!

Tuesday, October 6, 2009

Anima mundi: week-end a Pisa

Un mio amico compositore, Stefano Torchio, ha vinto il concorso di musica sacra legato al festival Anima Mundi di Pisa ed in occasione della prima assoluta della composizione ha invitato i suoi amici e colleghi ad assistervi. Poiché la settimana prima mi trovavo a Perugia per un corso (post precedente), ho deciso di prolungare di un paio di giorni la mia permanenza fuori casa per partecipare a questa nuova esperienza, limitandomi però ad assistere alla prove generali, dovendo rientrare a casa per domenica.


Il problema maggiore è stato trovare l’alloggio, poiché gli hotel nei dintorni della cattedrale hanno prezzi proibitivi ed erano anche tutti pieni. Presa dalla disperazione ed oramai rassegnata a rinunciare al viaggio, improvvisamente mi è venuta l’illuminazione di cercare una foresteria di un convento. La segretaria del festival mi ha gentilissimamente aiutato, trovando immediatamente un tranquillo collegio di suore francescane con vista sulla celebre Torre. Qui ho goduto di un posto incredibilmente economico (€20 a notte), centralissimo, tranquillo, regolato dalla liturgia delle ore, e delle allegre conversazioni con una suora originaria della provincia di Padova e con le consorelle indiane fan di Frisina. Senza contare che l’odore delle lenzuola e degli asciugamani mi ricordava molto la mia prozia e la casa dei nonni di Padova, tanto da farmi dormire bene come a casa, come non era mai avvenuto in hotel.

La prima sera ho potuto assistere al concerto del Leipzig String Quartet che eseguiva ”Le ultime sette parole del nostro Redentore in croce” op. 51 di Haydn, nella riduzione dell’autore per quartetto d’archi e con testi e commenti letti da Arnoldo Foà. Ingresso gratuito, ma su invito, che la segretaria del festival mi aveva riservato. Mi ha stupito l’organizzazione dell’evento: posti numerati, radio, tv, stampa, “maschere” Non ero mai entrata nella cattedrale e l’organizzazione dell’evento era impeccabile, come inaspettatamente anche l’acustica. Nelle nostre grandi chiese in genere si crea un fastidioso rimbombo, mentre qui, nonostante la cupola e le cinque navate, il suono arrivava limpido e pronto. Il quartetto era sublime, musicalità ed accordo perfetti, suono pulito e vivo, semplicemente fantastico! Nonostante non ami Haydn mi è venuta voglia di trascrivere per organo la composizione e proporla al mio parroco per la settimana santa. Foà grandissimo attore, peccato per i commenti che non erano di mio gradimento... bastava il Vangelo per la drammaticità della situazione e la musica come parafrasi. Purtroppo causa la stanchezza per il viaggio da Perugia (vedi post precedente) e la musica di Haydn non particolarmente originale, non ho resistito oltre le 22 e sono filata a dormire in convento.

dalla mia finestra
Sabato, dopo un giro esplorativo nel centro di Pisa ed un po’ di lavoro al computer, ho raggiunto Stefano e famiglia appena arrivati in auto. Veloce pranzo e poi di corsa in Cattedrale per le prove generali. Era la prima volta che sentivo il brano di Stefano e pure se a pezzi e non eseguito a perfezione (specialmente dal coro che era evidentemente indietro con lo studio di un pezzo distante dal loro abituale repertorio e comunque difficile) mi è piaciuto. A differenza del grandioso oratorio ammiccante al pop di mons. Frisina sul Cantico dei Cantici (in programma nella stessa occasione), nella musica di Stefano non servano spiegazioni aggiuntive per comprendere l’intenzione dell’autore, pur nell’estrema modernità del linguaggio (forse la più d’avanguardia che gli abbia mai sentito). Lui era profondamente deluso dalla bassa qualità della preparazione del coro e soprattutto dal modo in cui venivano snobbati i suoi suggerimenti... in questo non posso che dargli ragione, pur stimando musicalmente Donati e le bellissime voci scelte. Fare musica con l’autore davanti è un privilegio che hanno pochi! Capisco che a volte tra le idee del compositore e la possibilità tecnica di realizzarle passi un oceano, ma i suggerimenti sull’interpretazione sono sempre preziosi ed illuminanti. Incrociamo le dita per domenica sera e sentiremo l’effetto su Radio3 quando sarà trasmesso.

La domenica mattina sono partita presto, attraversando una Pisa addormentata, mentre in convento già fervevano i festeggiamenti per San Francesco, co-fondatore dell’ordine. Mi aspettava un ritorno lungo e noioso, accompagnato dai fedeli ritardi dei treni e dall'attuazione delle correzioni operate da un valente ricercatore con cui ho lavorato, il quale, però, per eccesso di pignoleria e per aver sopravvalutato la mia abilità nello scrivere articoli scientifici (pari a zero punto uno) ha commentato insistentemente (soprattutto verbalmente) il mio lavoro ed ha riscritto anche parti non mie (come il titolo di un progetto approvato qualche anno fa e scritto da un prof. ed un ricercatore) e stravolto alcune frasi, comportandomi lavoro doppio nella riscrittura dell'articolo e frequenti perdite di pazienza. Senza voler sminuire né le sue ottime intenzioni né la sua estrema competenza in materia, non posso che pensare che le modalità della sua correzione non siano  state efficaci al fine della mia crescita in materia. Buona domenica!

Scuola Pialli 2009

Nemmeno il tempo di riprendersi dal viaggio a Liverpool... e sono ripartita alla volta di Perugia per partecipare alla Scuola Pialli. La Scuola Pialli è un corso annuale per dottorandi e giovani ricercatori in geologia strutturale che ogni anno affronta un argomento diverso con il miglior docente della materia. Quest’anno il tema era “combinazione di dati geologici e petrologici con simulazioni termo-meccaniche per studiare problemi geodinamici” ed il docente Taras Gerya dall’ETH di Zurigo.


A giudicare dal titolo, l’argomento sembra alquanto complesso anche ai non addetti ai lavori (fisica, matematica e petrologia tutte assieme), ma, grazie all’abilità dell’insegnante, tutti noi (12-14 ragazzi tra i 25 ed i 35 anni, tra cui tre stranieri provenienti da Argentina, Bulgaria ed Estonia) siamo riusciti a capire ed a modellare, addirittura terminando il programma prima del previsto. I 5 giorni di corso erano strutturati in 6 ore quotidiane di lezione, divise in 3 ore  mattutine per la teoria e tre ore pomeridiane per la pratica con MatLab, e nel resto della giornata speso ad esercitarci ulteriormente, a parlare del nostro lavoro (nonostante il denominatore comune geologia strutturale, i temi di ricerca vanno dalla petrologia alla sismologia), a continuare a lavorare (nel mio caso le correzioni ad un articolo e nuovi dati da trattare) ed anche a fare i turisti (veramente poco, è la seconda volta che vado a Perugia per la Pialli ed ancora non ho visto né l’interno della Cattedrale, né qualcos’altro che non sia corso Vannucci, peraltro sempre col buio!). 

Menzione speciale merita il prof. Gerya. Un petrografo russo che lavora in Svizzera su modelli di subduzione. Forse proprio perché veniva da una preparazione geologica e non ingegneristica o geofisica, è riuscito con gesso e lavagna a rendere comprensibili tutti i passaggi, dalla fisica di base, alla modellazione alle differenze finite. Serio, puntuale ed organizzato nel lavoro come uno svizzero, non disdegnava qualche simpatica battuta durante le spiegazioni, inoltre dopo un giorno già si ricordava tutti i nostri nomi e ci interrogava in continuazione per verificare la nostra attenzione o comprensione. Parlava un inglese molto chiaro ma anche un po’ buffo per il forte accento russo (non che noi italiani sappiamo fare di meglio, anzi...). A differenza di Miller che tenne il corso nel 2006 (sulla meccanica dei terremoti), Gerya terminate le ora di lezione si ritirava a lavorare altrove e non ha mai condiviso la “vita goliardica” serale di noi studenti. 

Tra amici già rodati (tra cui un ricercatore di Catania ed una di Perugia che canta in un coro polifonico) e nuovi (tra cui la mia simpatica compagna di stanza torinese in preda all’ansia del primo anno di dottorato ed in attesa del primo terremoto della sua vita), la settimana di Perugia è volata. Alla chiusura, come sempre, mi sono trovata con un sacco d’idee nuove da applicare nel mio campo ma anche con un po’ di nostalgia per la fine di un così piacevole modo di studiare in gruppo. Oltre allo studio ed agli aspetti sociali, una sera in tre siamo andati al cinema (solo €2.50!!!) a vedere Baaria, cosa che meriterebbe un post a se stante... da quanto ne abbiamo parlato i giorni successivi. In ogni caso consiglio di andare a vederlo a tutti quelli che hanno un qualche legame parentale con la Sicilia, lo sconsiglio a tutti gli altri perché non tornerebbero a casa con alcuna informazione in più sulla nostra isola maggiore.

Già al lavoro per cercare di modificare un foglio creato al corso piegandolo alle mie esigenze ed in viaggio per tornare, non posso che dare appuntamento ai colleghi al prossimo corso/convegno internazionale o magari alla prossima Scuola Pialli.

P.S. Degno di nota il viaggio di ritorno, quando il treno tra Perugia a Firenze (regionale che generalmente impiega 2h e 10’ per 160 km) si è rotto in mezzo alla campagna ed in un tratto a binario unico. In qualche modo è riuscito ad arrivare ad Arezzo dove ci hanno fatto scendere per cambiare treno ed arrivare a Firenze con 1h e 30’ di ritardo. A me è andata bene perché dovevo fermarmi a Pisa (vedere post successivo), ma per la mia collega torinese che doveva presenziare ad un matrimonio il giorno seguente e soprattutto per Gerya che doveva cambiare anche a Milano per arrivare a Zurigo è stato un disastro! Oltre a sentire annunci solamente in italiano, pur trovando personale di bordo gentilissimo ed informato, le coincidenze perse non davano diritto al viaggio su un altro eurostar. Credo che in qualche modo siano riusciti entrambi a tornare a casa, ma con ore di ritardo rispetto al previsto e stress e stanchezza aggiuntivi. Fortuna che Gerya l’ha presa con filosofia, raccontando che se treno si guasta in Russia, i ritardi sono di giorni non di ore... ma ora abita nell’efficentissima Svizzera. Come al solito, noi italiani facciamo una figura barbina: parliamo poco e male le lingue straniere, non ci scolliamo dalla nostra università e dal nostro pezzo di terreno da studiare, non siamo capaci di far funzionare in maniera decente i mezzi pubblici... Da un prof. che preferisce il treno all’aereo, al taxi o all’auto privata meritiamo proprio un confronto con la Russia di periferia e magari di qualche tempo fa!

Monday, September 14, 2009

convegno a Liverpool

Per la terza volta mi sono trovata in Inghilterra, ma dopo due volte a Londra questa volta a Liverpool. L’occasione è stata un convegno biennale dal titolo “meccanismi di deformazione, reologia e tettonica” e quest’anno dedicato alla memoria di Martin Casey, professore scomparso recentemente. Ovviamente ho viaggiato con la Ryanair, con la quale ormai ho l’abbonamento...Partenza sabato 5 e ritorno giovedì 10. In realtà il convegno era limitato tra il 7 ed il 9, ma la disponibilità dei voli era limitata e la spesa in più d’albergo è stata compensata dalle tariffe economiche del volo.


Liverpool è più pulita di Londra, non so se per merito del vento che spazza le strade gratuitamente o per l’aria salmastra che corrode anche lo smog (si trova alla foce del giume Mersey). La seconda città della Gran Bretagna e che ragigunge quasiil milione di abitanti ha in realtà un centro piccolo, che si gira in mezza giornata. Credo che la costruzione più antica risalga alla fine del XIX secolo, i palazzi vittoriani sono alternati a costruzioni ultra moderne dalle forme asimmetriche e dai vetri scuri. Il gran numero di immigrati dalla vicina Irlanda per lavorare nei cantieri navali storici ha costituito un’enclve cattolica entro il dominio tradizionalista anglicano. Invece di farsi la guerra (come è avvenuto nell’Irlanda del nord di una ventina d’anni fa), le due confessioni hanno cercato un punto d’incontro ecumenico, per questo la cattedrale cattolica è stata progettata da un anglicano e quella anglicana da un cattolico, ed entrambe si trovano ai due capi di Hope Street (via della speranza).

Una panoramica delle foto del porto, dei bacini usati dagli antichi cantieri, dell’ampia foce del Mersey che viene periodicamente inondata dalle maree e dell’architettura della città si può vedere su facebook; perciò non mi dilungherò oltre sulla descrizione di ciò che ho visto, ad eccezione della visita ai musei. Il museo nazionale sulla tratta degli schiavi è davvero impressionante, la disumanità degli essere umani colpisce sempre, purtroppo la storia sembra relegata ai musei perché c’è sempre qualche folle seguito da masse deliranti che si avventa contro i propri simili per ragioni assurde. Ho visto anche la Tate, il primo museo di arte contemporanea della mia vita. Ho capito il senso di molte provocazioni ma sinceramente continuo a non considerarle ‘opere d’arte’. Il museo che mi ha entusiasmato di più è stato quello dedicato alla navigazione. Nei bacini di Liverpool sono state varate navi che hanno fatto la storia delle traversate atlantiche e... che ne hanno decretato la fine come il Titanic ed il Lusitania. All’interno di questo museo un’intera sezione era dedicata alla battaglia dell’Atlantico, durante la II guerra mondiale, la parte per me più interessante ed entusiasmante (per pregresse passioni), tanto che vi ho trascorso due ore senza rendermene conto! Nei sotterranei del museo, invece, è stata ricostruita l’atmosfera della Liverpool dell’Ottocento, ove vi ho ritrovato l’atmosfera descritta nei romanzi del periodo, anche se ambientati in altre città. Nei vicoli bui, umidi e maleodoranti (l’odore, per fortuna, si poteva solo immaginare nel museo), ci si aspettava da un istante all’altro l’uscita di qualche marinaio ubriaco o di qualche delinquente armato di coltello. Senza andare al museo, una bettola un po’ imboscata mi ha dato la stessa impressione (in questo caso però l’odore e lo sporco si percepivano nettamente, non c’era bisogno d’immaginarli). Una sezione del museo era dedicata anche all’emigrazione verso il Nuovo Mondo, facendomi riflettere su quanto le cose non siano cambiate: mollare tutto ed imbarcarsi in condizioni disagiate per un viaggio verso l’ignoto, con la speranza di trovare un posto migliore e l’incognita di non arrivarci proprio. Non ho visitato il museo dedicato ai Beatles perché... era l’unico a pagamento, e pure profumatamente. Davvero lode agli inglesi per l’abitudine di conservare splendidi musei senza far pagare un centesimo ai visitatori: una vera e propria promozione della cultura!


Temendo che la visita alla chiese fosse a pagamento come a Londra (ed in Olanda), la domenica mi sono affrettata per partecipare alle cerimonie religiose entrando gratuitamente ed avendo l’opportunità di sentire pure gli strumenti di cui erano dotate. Ho scelto la santa messa nella cattedrale cattolica sia per motivi confessionali sia perché in quella anglicana era prevista una messa di Mozart (chi mi conosce, capirà). La celebrazione era presieduta dall’arcivescovo Kelly. Davvero impressionante la commistione tra il rito tradizionale ed alcune perculiarità a noi estranee, come ad esempio l’intonazione gregoriana ed il canto ti tutte le antifone previste per la messa, la presenza di un coro maschile in ‘divisa’ (come alla Sistina, per intenderci, ma di qualità nettamente superiore), l’uso di musiche ed inni di 800 e 900 invece del repertorio più antico, la divisa rossa anche per l’organista (con ampio spacco per poterla lasciare a coda mentre si usano i pedali), l’invito ad un momento d’incontro (a base di the e dolci) appena terminata la celebrazione (tradizione più protestante che cattolica, ahimé), etc. Per i Vespri mi sono spostata nella cattedrale anglicana, ove, secondo le mie informazioni, doveva esserci l’organo più grande d’Inghilterra. Gli anglicani mi fanno sempre un’impressione strana... a parte l’ingresso delle donne al sacerdozio, a partire dalla tonca per finire con la complicata coreografia dei movimenti, sono rimasti agli usi della chiesa del ‘500, pre-riforma.


Lo scopo del viaggio a Liverpool non era però il turismo, relegato al primo ed ultimo giorno nella città, ma il convegno. La dedicazione alla memoria di Casey ed il boicottaggio da parte di alcuni gruppi hanno favorito la selezione di alcuni argomenti a scapito di altri. Il periodo concomitante con l’inizio dei corsi in molti atenei nordici, con la campagne sul terreno di molti geologi e pure con un convegno di geomeccanica che, pur coinvolgendo una platea diversa, ha sottratto persone divise tra diversi argomenti, hanno contribuito alla mancanza di molti professori. In compenso i giovani abbondavano ed è stato comunque interessante e stimolante confrontarsi con coetanei sui temi di studio. Ovviamente ogni studente riflette l’approccio del proprio gruppo e di conseguenza era come visitare le signole università. Bilancio positivo con nuovi contatti, lavorativi e d’amicizia,e nuovi spunti su come portare avanti gli argomenti presentati. Alla prossima, tra due anni!

Tuesday, September 1, 2009

how to write a scientific paper

Il titolo di questo post è copiato da quello di un libro che tratta come scrivere un articolo scientifico. A conoscere la faccenda, il fine ultimo non sembra, però, comunicare i risultati della propria ricerca, ma arrivare senza intoppi alla pubblicazione del lavoro. Il numero di pubblicazioni è un titolo che all’estero è molto valorizzato, in Italia un po’ meno in nome di altre "priorità". Il valore della pubblicazione dipende dall’impactfactor della pubblicazione, ossia, semplificando, una specie di rapporto tra il numero di articoli ricevuti, quelli pubblicati ed il numero di citazioni degli articoli. L’impact factor viene valutato solamente per le riviste ISI, ossia che hanno un sistema di revisioni. Ed ecco il punto, per pubblicare bisogna superare indenni il parere dell’editore e dei revisori.

L’editore si può imbonire abbastanza facilmente con la cover letter, in cui immancabilmente si descrive il proprio lavoro come rivoluzionario, d’importanza mondiale, imperdibile per la comunità scientifica etc. L’editore, se crede che l’argomento possa essere pubblicato sulla sua rivista, lo manda a 2 o più revisori. A seconda delle riviste, i revisori possono essere "suggeriti" dagli autori o si può dire chi non si vorrebbe come revisori, ma in ogni caso è a discrezione dell’editore scegliere i revisori tra quelli che crede siano più esperti in materia.

I revisori sono volontari. E’ davvero un lavoro oneroso se fatto bene. Volontari forse non è la parola giusta, perché una volta che un ricercatore inizia a pubblicare gli editori iniziano a chiedergli una revisione sugli articoli degli altri. Non è bene rifiutarsi di fare da revisore. Purtroppo ci sono dei revisori che liquidano molto rapidamente i lavori altrui o perché di un gruppo "rivale" o perché non esperti nel dettaglio o perché non hanno molto tempo e perché si fidano di una prima lettura superficiale, magari solo dell’abstract(riassuntino iniziale). Questo tipo di stroncature è il peggiore, perché in poche righe viene riassunto un giudizio negativo non sull’articolo ma sull’intero progetto che ha occupato gli autori per anni, investendoci tempo e denaro (pubblico o di privati finanziatori). 

Altri revisori, invece, dedicano molto tempo a questa occupazione, controllando ogni minimo dettaglio, rifacendo i calcoli, verificando la bibliografia ed addirittura leggendosi altri lavori già editi per addentrarsi nell’argomento che magari non conoscono a perfezione. A questi revisori bisognerebbe fare una statua! Sono quanto mai preziosi per gli autori. Presasi la briga di fare una seria revisione del lavoro, propongono all’editore delle revisioni maggiori o minori che non impediscono la futura pubblicazione del lavoro, ma indicano agli autori la strada da seguire per perfezionare l’articolo, anche con altre analisi, e portare a buon fine il progetto.

Questa differenza di comportamento si può spiegare anche col fatto che i revisori scelgono se essere anonimi o meno. E’ più facile mandare a quel paese qualcuno sapendo che il destinatario non sa chi siamo piuttosto che ritrovarselo ad un convegno e non sapere cosa dirgli! Adesso vogliono proporre anche una specie di revisione pubblica su internet, così chiunque voglia si legge in anteprima l’articolo e poi scrive i propri commenti, agli autori la libertà di rispondere o meno.

Scrivere un articolo, una volta terminato lo studio intrapreso e convinti della bontà del progetto, diventa la parte più difficile del lavoro. Si tratta di descrivere quanto fatto prevedendo le domande e le critiche. Ovviamente il libro su citato contiene dei suggerimenti su come destreggiarsi, sullo stile da adottare, sull’importanza delle figure etc., l’esperienza poi rende sempre più abili nella tecnica di scrittura... ma è sempre un terno al lotto. Magari aspetti un anno intero per ricevere una risposta negativa ed impieghi un altro anno per rivoluzionare il lavoro ed essere più fortunato, magari dopo un mese ricevi una risposta positiva per un lavoro che nel frattempo hai giù smentito con nuovi studi. Il bello della comunità scientifica!