Sunday, March 26, 2017

Buda e Pest in un giorno

Anni trascorsi a Vienna senza aver mai visitato le capitali europee a pochi passi dalla città. Per vedere Praga ho dovuto aspettare un convegno nel 2015. Finalmente, grazie ad un'amica viaggiatrice, mi sono concessa un assaggio di Budapest con una gita di un giorno.

Viaggio in pullman, con la nota low cost dei collegamenti internazionali. Il treno permette più libertà di movimento ed impiega solo 2h40 rispetto alle 3h del bus, ma il costo non è nemmeno paragonabile. Inoltre si tratta di mezzi nuovi, dotati di tutti i comfort, compresa toilette a bordo e wi-fi gratuito. Partenza alle 7 e ritorno per le 22. Dalla stazione degli autobus, una decina di minuti di metropolitana ci ha portate nel centro di Pest. La metropolitana era decisamente datata, tanto da farci ripiombare tra gli anni ’70 ed ’80 nell'est socialista. Ciononostante efficiente ed economica, con numerosi controlli nelle stazioni.
tipica meta turistica per fotografare il Parlamento dall'altra sponda del Danubio
Il giro turistico è partito e si è concluso a Pest, dedicando a Buda una bella passeggiata attorno l'ora di pranzo. Pest ha tutte le caratteristiche della capitale coloniale, con piazze ariose, viali alberati e circondati da palazzi decorati, zone pedonali che accostano antico e moderno, facciate liberty e neo gotiche, fino ad una cattedrale barocca (guarda caso dedicata a Santo Stefano!) ed a numerosi parchi quasi disneyani. Buda, invece, abbarbicata sulla collina a picco sul Danubio, cerca di dare l’impressione di capitale storica ed imponente, con finta fortezza, finta cattedrale antica, finti palazzi reali, finto centro storico medievale. In realtà qualcosa di antico è stato preservato, ma inglobato in una marea di pietra di fine ‘800 (ringraziamo di questo gli Asburgo) che cerca di imitare altre epoche. Tipico esempio il capitello romanico racchiuso nella kitchissima chiesa di San Mattia, ove l’evento per eccellenza fu l’incoronazione di Carlo d’Asburgo nel dicembre del 1916. Tra tutto questo camminare, prendere mini-bus pieni all’inverosimile, girare tra metropolitane storiche e dalle deliziose stazionicine decorate con legno e maioliche a quelle post-comuniste, l'amica ed io ci siamo pure concesse qualche piccola pausa per riempire la pancia con snack locali, compresa una fetta di torta… in stile viennese. Prezzi molto economici ovunque, rispetto l’occidente, anche se i locali sembrano iniziare a capire il valore del turismo internazionale mettendo attrazioni a pagamento ovunque. Il tutto accompagnate dalla musicalità della lingua locale, completamente incomprensibile.

Impressione finale: città pulita, dignitosa, carina. Merita una seconda ed una terza visita, con più tempo, specialmente per i musei che in questo veloce giro non ho potuto visitare. Nella mia esperienza accademica ho incontrato parecchi ungheresi, tutti gentili, ben educati, modesti. Nella capitale ho notato un atteggiamento quasi ostile verso i turisti, nonostante la gentilezza non sia mai venuta meno. Conto, quindi, di tornare in Ungheria, ma per visitare paesini di confine ove il turismo non è così pesante come a Budapest, ove si possa ancora conoscere l'originale, lontano dalle vie dello shopping, uguali in tutte le capitali europee.

Saturday, March 11, 2017

Pane e cipolla

Mia madre cita spesso un modo di dire siciliano, che suona più o meno "mangio pane e cipolla ed entro egualmente", riferito al gatto che facendo finta di nulla compie azioni proibite cinque minuti prima, come saltare sulla credenza o giocare con una bottiglia vuota. L'idea del pane e cipolla è di un cibo povero, economico. In passato in Sicilia il pane non mancava, si faceva anche in casa, ma il companatico era merce rara e costosa, per cui ci si arrangiava con quel che c'era, principalmente verdura o frutta e talvolta anche solo con un goccio d'olio d'oliva e spezie. Non lontano dallo Schmalzbrot che servono qui assieme al vino, ossia una fetta di pane nero condito con strutto spalmato e cipolle. In Veneto, anche il pane, inteso come panini bianchi, era difficile da reperire per i poveri, per cui si sostituiva regolarmente con la polenta. Polenta e "tocio", ossia col sugo che profumava di carne o pesce ma di cui raramente ce n'era l'ombra, oppure con la soppressa (un tipo d'insaccato) o il formaggio nei giorni di abbondanza, o semplicemente col latte, anche a colazione. Almeno da quanto ricordo dei racconti dei miei nell'immediato dopoguerra, quando faticosamente l'Italia cercava di rialzarsi.

Da qui

Questa immagine, del cibo povero, del pane e cipolla, per me significa anche cena sbrigativa. Nonostante possa permettermi cibi più sofisticati, ogni tanto opto anch'io per pane e cipolla, perché mi piace. Ho personalizzato la ricetta. Cuocio le cipolle in padella con un goccio invisibile d'olio, un pizzico di sale ed un po' d'origano, poi le verso su pane tostato, talvolta con un formaggino spalmatoci sopra o con del formaggio in fette. Ovviamente il tutto mandato giù con mezzo bicchiere di rosso. Un piatto che riempie anche se non il massimo in fatto di valori nutritivi. Appunto, un piatto povero.

Gli italiani che arrivano all'estero di questi tempi si dividono secondo me in due categorie, quelli che mangiano "pane e cipolla" e quelli che non lo fanno. La denominazione "che mangiano pane e cipolla" non si riferisce certo all'alimentazione, ma all'atteggiamento. Si tratta di giovani e non più giovani connazionali che si spostano in un paese straniero senza lavoro e senza conoscerne la lingua, ma che da subito si adattano a lavorare come camerieri o lavapiatti, magari sfruttati da altri italiani, mentre in parallelo si pagano corsi intensivi di lingua e cercano di evitare i connazionali per immergersi totalmente nel nuovo mondo. Queste persone fanno enormi sacrifici ma alla fine ottengono quel che meritano, passando a lavori via via più qualificanti e con il tempo costrundosi una vita serena, con casa e famiglia. Quelli che si rifiutano di mangiare pane e cipolla, invece, arrivano egualmente senza lavoro e senza conoscere la lingua, ma pretendono l'aiuto degli altri già sul posto da qualche anno, poi si lamentano per il costo della vita in città, per lo sfruttamento subito dai connazionali, per le abitudini "barbariche" dei locali e per i sacrifici che non vogliono fare, illusi da un'idea di estero simile ad un paradiso ove chiunque venga accolto col tappeto rosso. Quest'ultima categoria di persone in genere non resiste a lungo e prima o poi torna in Italia, ove magari sarà costretta egualmente a mangiare "pane e cipolla", ma almeno immersi nella propria cultura.

La sottoscritta appartiene ad una terza categoria di connazionali emigrati, ossia quelli che lo fanno con un contratto prima di partire e che si spostano per scelta in un paese straniero. Mancando il fattore disperazione, anche se la scelta è stata comunque obbligata, non si arriva a questi estremi, ma il concetto del "pane e cipolla" come di atteggiamento volto all'integrazione ed al sacrificio resta.

Thursday, March 2, 2017

Nozze di rame... con l'estero

Ieri ho festeggiato 7 anni di vita all'estero! Se fosse un matrimonio diremmo "nozze di rame". In genere si crede che il VII anno sia quello della crisi di coppia. Nel mio caso, il rapporto si è stabilizzato ed è maturato col tempo, quindi al momento posso dirmi piuttosto fiduciosa.

Questo matrimonio si doveva fare. Per certi versi è stato "combinato", o meglio forzato, perché non avevo molte altre alternative. All'inizio, come sempre, c'è stata una grande passione, travolgente. Tutto all'estero era infinitamente migliore rispetto all'Italia. Inoltre Vienna era la città dei sogni, vista da turista e rivista poi nel telefilm Rex. È seguita una fase di sconforto e delusione per la scoperta della vera anima del posto, ben nascosto sotto la facciata rococò. L'insofferenza è sfociata in una nuova partenza, verso Bruxelles. Anche in questo caso la meta è stata dettata dal lavoro, non da una scelta consapevole. Qui ho sviluppato proprio repulsione per la città ospite, però rivalutando Vienna. Infine, tornata nella capitale austriaca, la relazione con l'estero è diventata solida, come in un matrimonio datato, in cui l'affetto ed il rispetto reciproci permettono di convivere serenamente, apprezzando ogni istante. Anche nella prospettiva di un nuovo trasloco. Chi può saperlo? In ogni caso, il fuoco della passione iniziale è passato. Qualche battibecco c’è sempre, ma di modesta entità. Si fa pace subito.
 
il confine
E l'ex, ossia l'Italia? È finita? No, non del tutto. O meglio, le voglio ancora bene. Come potrei dimenticare il posto che mi ha visto crescere e che mi ha dato la lingua e molto altro?! Resta sempre un senso di amarezza per la relazione forzatamente conclusa. Nonostante tutto col tempo si era raggiunto un compromesso. Si andava d'accordo. Un po' con rassegnazione da parte mia, devo ammetterlo. La rassegnazione di chi vorrebbe cambiare le cose in meglio ma si deve scontrare ogni giorno con problemi radicati nella cultura locale. Si è rimasti amici. Torno in Italia volentieri da turista, oltre che per rivedere i miei. Se loro si trasferissero altrove, probabilmente visitare il mio paese d’origine perderebbe di senso. A che pro? Resterebbe un bel ricordo, o meglio un ricordo che si abbellisce col tempo, rimuovendo le esperienze spiacevoli. Non è mai stata facile, non ci siamo presi completamente sin dall’inizio. Un minimo sospetto è rimasto da entrambi i lati. Mi aspetto sempre la delusione dall’Italia e forse nemmeno lei mi ha mai considerato sua cittadina al 100%, nonostante il passaporto, la lingua e talune abitudini.

Come festeggio questo importante traguardo? Con un lusso unico, ossia una lavatrice in casa. È stata un’avventura, come sempre all’estero, ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Uso il plurale per ricordare amici e colleghi che mi hanno sostenuto ed aiutato e senza i quali questo regalo sarebbe stato meno piacevole. Quest’anno l’anniversario cadeva di mercoledì delle Ceneri, per cui ho aspettato oggi per ricordarlo pubblicamente. Buon inizio dell’ottavo anno all’estero a me!

Friday, November 25, 2016

10 (funny) facts about Vienna I (dis)like

Since four months, I’ve been living in Vienna again. Apparently nothing has changed, but now I realize there is something I had forgotten during the Belgian time: those little things partly very pleasant and partly quite annoying. Here is my (new) half-serious list:

foto da ÖAMTC
+ Musical train: some Siemens locomotives “play” a music scale when starting.
- Half-filled sandwich: the bread roll is cut only on one side and the filling is therefore half in the bread and half outside it, perhaps to show the filling. Guess what! Cucumbers are always present.
+ Telephone booth: still present and working down here.
- People stuck in a spot in a half empty tram: come on guys, just a few steps and there are even free seats!
+ Dessert (cake) list in the menu: if you came to Vienna just for eating Sacher, you are wrong, very wrong!
- Church tax and TV-radio tax: even though much lower than in Germany, I don’t like the persistence in asking money (I pay both, don’t worry).
+ Weekend events: it is impossible to attend all of them, no way you get bored here.
- Smoke allowed in bar/restaurants: yes, unfortunately people smoke in public places and it is considered historical. There is a non-smoker room in restaurants… after the common room.
- Dachlawinen (ice avalanches from the roof): rather than installing a protection (like in Germany), here there is just a sign on the sidewalk. Your choice, either risking an ice avalanche on your neck from the 5-6 storey building or be run over by cars.
- Dialect: after a while I learned to like the local dialect… until you receive a voice mail from the plumber and you only understand it is a kind of germanic language. Not mentioning its own dictionary, not only for food (Erdäpfel instead of Kartoffel), but also for diseases (e.g., Feuchtblattern instead of Windpocken), so you have to learn two words at the place of one.
But I deeply love everything else in Vienna. I mean, I appreciate so many things that listing all of them would require pages and pages. I can provide a list in a personal message, if you are interested.

Friday, October 14, 2016

Ciac! Si gira... in costume

La sottoscritta si è dilettata di teatro in gioventù, ma finora si era avventurata nei mezzi di comunicazioni di massa solo con qualche intervista radiofonica, in diretta per stazioni locali (a Vienna ed a Bxl) e registrata per una trasmissione nazionale (Radio24). Poi un giorno un altro italiano pubblicizza su Fb l'annuncio di una produzione austriaca che cerca comparse italiane per un documentario storico ambientato nel nostro paese. Beh, sono italiana, sono a Vienna, sono curiosa... proviamo! Così ho fatto ed incredibilmente mi hanno presa per interpretare una popolana al mercato.

La prova costumi si è svolta in una calda domenica estiva in centro. Me la sono cavata presto, soprattutto per quanto riguarda il "trucco e parrucco": avendo i capelli corti hanno optato per un fazzoletto sul capo. Le riprese, invece, sono partite una settimana dopo, all'inizio di un lungo e caldo settembre, allo Schloß Neugebäude. La faccenda vestizione è durata di più, perché le truccatrici non si sono limitate a mettermi il fazzoletto in testa, ma hanno provveduto a fissarlo con delle forcine, ad incollare i capelli in posizione, a fermare le ciocche con delle molle (sì, molle, come quelle dentro le biro a scatto, non mollette tradizionali). Una giornata intera per pochi minuti di filmato conclusivo, per cui cibo e bevande erano a nostra disposizione in qualsiasi momento. E lunghe panche ove sedersi, perché con quegli abiti si occupano i posti di due persone e ci si stanca pure a restare in piedi dato il peso. Le ragazze erano in maggioranza italiane e del nord. I ragazzi, a parte alcune eccezioni italiane o austriache, venivano da un'agenzia slovacca. Ho fatto nuove conoscenze, tra cui una violinista di cui parlo qui. Tutti sembravamo molto più belli con i costumi dell'epoca. Giusto! L'epoca. Il gruppo cui appartenevo rappresentava fine 1500, prima di noi c'era il 1400 e dopo di noi metà 1700. Il nostro turno è stato fortunato, ci hanno tenuto lì "solo" dalle 9 alle 19. Abbiamo inscenato un mercato, di giorno, tutto ricreato in una cantina, con luci che sembravano raggi di sole tra bancarelle e ciottolato, senza dimenticare la nebbia finta. Onestamente un po' distante dalla mia impressione del posto rappresentato, per tacere del silenzio, decisamente atipico per un mercato italiano, ma sono sicura che il prodotto finale sarà di tutto rispetto. La cura nei dettagli era estrema a mi hanno addirittura coperto i fori per gli orecchini. Alla fine eravamo stanchi morti, fosse solo per il peso dei costumi e per il dover ripetere le stesse azioni per infinite volte.

È stato interessante vedere che il "cinema" funziona proprio come me l'ero immaginato, o come la serie Boris ci aveva fatto intuire. Nel senso che ci vuole un sacco di gente, che le scene vengono ripetute più volte finché il regista è soddisfatto e con diverse posizioni della telecamera per avere un'altra angolazione, che tra luci, costumi, trucco, audio e tecnici alla ripresa si comprende come una produzione anche piccola costi così tanti soldi e che l'assistente alla regia faccia il grosso del lavoro mentre il regista si limiti agli aspetti artistici. E questa è solo una piccola parte. Per il prodotto finale hanno dovuto selezionare le comparse prima, guardando centinaia di candidature (almeno non dovevano provinare di persona gli attori) ed immaginandole nello script e dovranno lavorare settimane sul montaggio, aggiungendo pure la voce del commentatore e delle musiche di sottofondo. Un lavoraccio! Come dicevo, interessante, ma come "attrice", nel senso di colei che fa, preferisco di gran lunga il teatro, ove ci si arrangia un po' per costumi, accessori e trucco, ma quando si comincia si va come un treno fino alla fine, avendo la flessibilità di recuperare improvvisando se ci si dimentica una battuta o l'altro cambia parole. Il teatro regala una forte scarica d'adrenalina ed allo stesso tempo permette di immedesimarsi in un'altra persona. Per quanto ho visto il cinema è diverso. L'attore, stavolta inteso come colui che recita, da un lato è agevolato dalla possibilità di ripetere e di dover imparare a memoria poche scene per volta, ma dall'altro è sminuito dalla ripetizione e dalle scelte del regista. C'è meno spazio per l'improvvisazione e forse anche per l'immedesimazione nel personaggio. Apprezzo il cinema (televisione, etc.), ma preferisco il ruolo di spettatrice.

P.S. Qualche giorno dopo si è manifestata una malattia che mi ha tenuta a casa per un paio di settimane. Per fortuna ho fatto a tempo a fare le riprese e soprattutto senza segni sul volto. Un'altra esperienza singolare nel diario dei ricordi.

Sunday, August 28, 2016

Vacanze, terremoto e gli Italiani

Dopo il convegno a Berlino, mi sono concessa una bella vacanza come un tempo, ossia con i miei, in montagna, in Italia e raggiungendo in treno la meta prescelta. Mi piace volare, ma andare in aeroporto è una scocciatura non da poco. Ore di anticipo perché non si sa mai. Code interminabili (in Italia e Belgio), disorganizzate e dominate dai furbetti. Controlli di sicurezza alla carlona oppure ingiustificatamente scrupolosi. Attese eterne in terminal rumorosi e magari con poche sedie. Costi assurdi di panini smilzi e mini-bottigliette d'acqua. No! Infinitamente meglio viaggiare in treno. Non importa se ci si impiega 8h per raggiungere una località che dista solo 1h di volo. In treno si può ammirare il panorama, dormire, leggere, scrivere, lavorare al computer, ferri o uncinetto, ascoltare musica, mangiare e bere quel che si è portato da casa, passeggiare lungo il corridoio e magari pure scambiare una parola con gli altri passeggeri. Le mie esperienze con i treni austriaci sono state sempre ottime dal punto di vista del trasporto, ma povere in termini di conversazione. Mi è stato rivolto verbo solo da non viennesi, meglio poi se stranieri del tutto. Stavolta il viaggio in treno ha riservato due incontri degni di nota. All'andata una coppia austriaca in bici che parlava un dialetto a me difficile da comprendere (Voralberg) ma che scherzava cordialmente, al ritorno una famiglia romana che si scontrava con la barriera linguistica e culturale una volta varcato il confine.

Cimitero austro-ungarico in territorio italiano.
La vacanza è stata praticamente perfetta. L'ottimo meteo ha permesso di passeggiare a lungo, scoprendo nuovi sentieri e tragitti, mentre gli ottimi pasti e le lunghe chiacchierate in famiglia sono state deliziate dal rapporto sempre più stretto col micio di casa. L'Austria era onnipresente pure qui, non tanto per il lavoro (che avrei voluto svolgere ma che ho bellamente ignorato), ma quanto per le bandiere, cimiteri di guerra, ex-ospedali, trincee e monumenti. Questo era il confine prima del conflitto mondiale del '14-'18. Una corsa al paese d'origine, in pianura, ha ricordato quanto sia difficilmente sopportabile il caldo estivo laggiù, come testimoniato da qualche beccone di zanzara diurna.

Il giorno del ritorno è stato scandito dalle notizie dal centro Italia con gli effetti devastanti di un sisma di "moderata" intensità in una zona ad elevato rischio sismico. Passavano i giorni ed i bilanci peggioravano. Dopo L'Aquila non abbiamo dunque imparato nulla? Scuole ed ospedali crollati o danneggiati, proprio gli edifici che dovrebbero fare da supporto in situazioni simili. Poi sono iniziate le bufale e le truffe. Possibile che si debba speculare così sul dolore della gente? Poi sono spuntate le interpretazioni soprannaturali dell'evento (punizione divina per le recenti leggi sulle unioni civili). Se fosse così, l'Olanda, orgogliosa del proprio ateismo, dovrebbe essere stata rasa al suolo da tempo. Un evento drammatico che ha risvegliato anche il peggio dell'Italiano. Una generale mancanza di rispetto per le numerose vittime. Per fortuna ci sono storie bellissime di onestà e solidarietà e la maggioranza di noi italiani non è come quel tipo che è partito da Napoli per andare a rubare nelle case abbandonate in fretta e furia la notte del sisma. Come Italiani, però, non ne usciamo bene comunque. Un paese sulla carta evoluto, civilizzato, tra i primi al mondo, ma che è messo in ginocchio da un terremoto che tutto sommato si sapeva sarebbe potuto accadere. Al momento si contano quasi 300 morti. Da geologa mi fa ancor più rabbia vedere per l'ennesima volta la corsa all'opinione dell'esperto DOPO il danno, mentre PRIMA si sono tagliati i fondi per la ricerca nel settore e si sono praticamente ignorati gli appelli di chi ci lavora (vedi mappe rischio sismico). Stavolta siamo tutti responsabili, lasciando andare un paese allo sfascio. È colpa anche nostra se in una terra ad alto rischio sismico, vulcanico ed idro-geologico non s'investa sulla prevenzione e la ricerca. È colpa nostra se continuiamo a votare le promesse elettorali e poi non pretendiamo vengano mantenute. È colpa nostra se aspettiamo che sia lo Stato a pagare per i danni dovuti anche alla nostra ignoranza o pigrizia o superbia (penso ai lavori abusivi) ma poi ammettiamo che qualcuno ci speculi sopra e ci guadagni a spese di tutti. Dopo gli attentati in Belgio ed in Francia è stato detto che un po' se l'erano cercata. Ebbene, credo che allo stesso modo loro possano dire che ora noi questa tragedia un po' ce la siamo voluta. Non possiamo (ancora) prevedere esattamente quando un terremoto avverrà, ma conoscendo la zona possiamo e dobbiamo prevenirne i danni.


Saturday, August 13, 2016

Berlin reloaded

Going again to Berlin from Vienna. Like the "old good time". It's for attending an international conference that I tried to avoid until the last minute. Why? Because the chosen logo closely recalls a nighmare I had as a child, with a meteorite hitting Berlin. Because the expenses are not covered by any grant, so except for the registration fee, reimbursed from Brussels, the costs for journey and accommodation are on me. Because I don't like much this conference, where I shall have to smile to colleagues who in the past have sent nasty personal comments, to envy competitors, to old professors who 'did this stuff already forty years ago' or 'this is bullshit, you understand nothing of the subject', and where public relations and politics are often more important than science. There is also good science, but mixed with hypocrisy. I'm not very good at that. I'm too honest, not to say what I think. Luckily this is going to happen in Berlin, a city I love (in a different way from Vienna, as always said) and I'm looking forward to meeting the local organising group, the international-Belgian team I've just left, some of the old colleagues from Padova, former and new colleagues met in Austria (almost none of them is Austrian, though) and a few outstanding scientists, whom I feel honoured to talk with.

The metro to the conference venue
Weekend
The arrival has been adventurous as always, with my flight being delayed, initially one hour for late arrival of the aircraft and then one further hour due to a storm over the airport. Luckily the guy at the ho(s)tel waited for me. The guest house where I stayed, a very cheap one in Wedding with (gender separated) shared bathroom, is rather old, simple and essential, overall quite clean. The only thing I didn’t like was the noisy and dirty neighbourhood. OK, it’s Wedding, but the double windows (not double glazing) could not stop the noise from the night clubs or the road. However, even going for food in a turkish place after 10 pm, despite being the only woman around, was pretty safe. It's Germany.

The reason for my arrival on Friday night is a 2-days workshop organised over the weekend. The conference venue is the Henry-Ford-Bau, a beautiful building in a nice area, but that requires 45-50' journey to be reached from where I stayed. The workshop has been overall interesting parts, with insightful comments and feedbacks, even though some 'political' scary moments occurred. The food and the drinks for the coffee breaks and the poster session were delicious and overall the people I talked with very pleasant. 

After the Sunday morning session, I even managed to attend a kind of organ concert, as told here. In the afternoon, I was joined by most of the Belgian team, which I already miss a lot, and we moved to another hotel in the heart of Friedrichshain. We went together to the icebreaker party in the Museum für Naturkunde, enjoying the exhibition, meeting old friends from Padova, Camerino, Vienna, Berlin, Freiburg, Sweden, USA, etc., tasting surprisingly good cucumber ice cream, and generally mixing talks about science with gossips and rumours.

The week
I won’t tell here the good and the bad science I’ve heard. Nor I’ll tell about new ideas and projects, turns of mind, political games and fairness, heavy criticisms and insightful suggestions. It was the usual old MetSoc, a conference that I don’t like much but that I cannot avoid to attend. Not only it is important for my current research, but it is also fundamental to build that network that might help to get the next job position. Every year it is held in a different city, two years ago it was in Casablanca (never more to Morocco!), next year it will be in Santa Fe, then in Moscow (really?), Sopporo, etc. Who knows how many other MetSoc I will attend! As long as I stay in the field and I have money for the registration and the journey…

The guy who invented the microscope
On Wednesday, I didn’t join for the award ceremony, as well as for the city tour. I decided to go to shopping instead, together with a couple of old mates known during the university years. In the evening, we had the banquet. The location was amazing (Wasserwerk), the food was delicious, but the disco music towards the end was too loud. I was literally shocked by seeing old professors making a fool of themselves. Luckily not those I like the most. A Belgian colleague was tired as well and shortly before midnight we headed to our hotel.

Back to science, I must admit that twice I felt acknowledged: when what I presented at the MetSoc in 2012 and wasn’t believed has been mentioned and cited and when at the break after my talk (not my best work ever, I know) I received positive feedbacks, great suggestions to improve, and expression of  interest, even though it looked ignored just after the presentation. I shouldn’t give up.

Goodbye Berlin
Again. I cannot remember how many times I had to say 'goodbye' to friends and colleagues, and most of all to this city. It’s difficult to describe Berlin. Even though I saw it a bit more dirty and international than previously, I still cannot avoid to be deeply in love with it. The journey back to Vienna has been perfect. Super connections with three different public transportations to the airport, light rain at the departure, arrival largely in advance, and fast drive to my place with a taxi. A bit of luxury that makes me feeling professional. The very next step is to achieve all the good plans I had during the conference. Let's begin posting this report.