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Thursday, September 8, 2022

Tempo di elezioni

Da una parte e dall'altra delle Alpi, l'autunno quest'anno porta elezioni, oltre ai rincari di elettricità. gas e carburanti (gli altri si protraggono da mesi ormai e non fanno più notizia). In Italia si vota per un nuovo parlamento, con una legge elettorale alla prima verifica popolare, in Austria si vota per il presidente della repubblica, che qui viene eletto direttamente dai cittadini (ma conta né più né meno dell'equivalente italiano, invece votato dal parlamento).

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Il plico elettorale per votare via posta, lusso concesso agli Italiani all'estero, non è ancora arrivato, ma mi sono già trovata nella cassetta della posta i primi volantini elettorali. Ogni volta mi domando come abbiano avuto il mio indirizzo. La risposta è banale, tramite il consolato. Il primissimo ad arrivare è stato quello di un candidato di Calenda. Complimenti, almeno per la tempestività. Già mi sono persa nella folla dei partiti di nuova fondazione, nati da suddivisioni di partiti già esistenti. Come ripartizione Europa della circoscrizione estero possiamo eleggere ben 3+1 parlamentari. Wow, 4 in totale divisi tra due camere a rappresentare tutti gli Italiani in Europa. In ogni caso 4 sconosciuti che non hanno idea di come sia vivere all'estero e soprattutto delle differenze di trattamento tra i vari paesi europei. Ha senso votare? Sì, sempre, come ho detto in altri momenti, anche fosse solo per il rispetto per l'opportunità che ci viene data. Razionalmente, però, non ha senso. Costi esorbitanti per appena 4 parlamentari che magari non si faranno mai vedere a Roma.

In Austria, cominciano a comparire i manifesti elettorali. Quest'anno numero record di candidati, ben 7. Ammetto di prenderne in considerazione solo tre: il presidente uscente, dei Verdi, che si ricandida, l'oppositore di destra e l'outsider, un giovane medico-rocker, fondatore del partito della birra, che al di là delle provocazioni ha delle idee serie (ma dovrebbe eventualmente fare il cancelliere, non il presidente della repubblica). I restanti quattro non hanno particolare rilevanza e non arriveranno di sicuro al ballottaggio. In ogni caso, qui non posso votare, nonostante vi ci viva (con un'interruzione) da più di 12 anni ed abbia ottenuto il permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Dovrei prendere la cittadinanza, rinunciando a quella italiana, aspettando tempi burocratici biblici e sborsando qualche migliaio di euro tra traduzioni giurate, documenti autenticati ed autorizzazioni. Il problema è che circa un terzo dei residenti a Vienna non può votare. Nella maggior parte dei casi non si tratta di Turchi, Polacchi o ex-Jugoslavi, ma di Tedeschi di Germania ed altri Europei. I vari partiti politici, a parte la destra, si stanno battendo affinché chi avrebbe le condizioni per chiedere la cittadinanza possa registrarsi per votare, pure non diventando ufficialmente austriaco. 

Tema complesso. Fino a quando dovrebbero avere diritto al voto gli espatriati? È sufficiente avere un passaporto italiano per poter decidere i rappresentanti del paese in cui non si vive più? Lo stesso vale per gli austriaci che da decenni vivono altrove. I tedeschi che non risiedono in Germania per più di 15 anni perdono il diritto di voto e quelli che ancora possono votare devono farlo a proprie spese postali. Giusto per avere un'idea di come funziona più a nord. Non avrebbe più senso poter votare nel paese in cui si vive da tempo? Nella vita quotidiana, sarò più influenzata dalle leggi italiane o da quelle austriache? Pur non sentendomi abbastanza austriaca per diventarlo ufficialmente, seguo più la politica locale di quella italiana ormai. 

Monday, March 2, 2020

10 anni, 10 years!

Sono passati esattamente 10 anni da quando ho preso il biglietto di sola andata per l'estero. Rispetto ai primi tempi, non mi mancano più le abitudini che avevo, la routine del paese di origine. Altro record, l'appartamento in cui vivo ora è quello in cui ho vissuto più a lungo (quasi 4 anni) dopo la casa dei miei in Italia.

In questi 10 anni ho cambiato due nazioni e quattro appartamenti. Ho viaggiato molto in Europa, in treno ed in aereo, scoprendo nazioni in cui non ero mai stata. Sono andata anche fuori dall'Europa, per lavoro, capendo quanto profondamente europeo sia ognuno di noi, per la storia che ci ha forgiato. Sono stata malata ed ho sofferto la solitudine del migrante, ma ho anche preso parte a diverse iniziative tra italiani. Ho fatto amicizie che durano oltre le distanze. Ho conosciuto persone con cui ho percorso solo un breve tratto di questa esperienza ed altre con cui mi confronto sin dal primo anno. Ho imparato altre lingue e di conseguenza un altro modo di pensare. Sono estremamente diversa dall'insicura ragazza che ha lasciato l'Italia per lavoro 10 anni fa. Né migliore né peggiore, probabilmente, semplicemente un'altra, come parecchi coetanei, nella società mobile di oggi.

Col tempo ho imparato ad amare Vienna, ma sono dovuto passare da Bruxelles per capire che volevo tornarci. Senza esagerare, Vienna ha parecchi difetti e comprendo che possa essere odiata da molti, al pari di come io ho detestato Bruxelles, però per me resta la città in cui ho scelto di stare. A fagiolo capita un articolo di "Der Standard",  che presenta un sondaggio: quando ti sei sentito "a casa" a Vienna? Per questa festa dei 10 anni, posso rispondere alla domanda. Ci sono stati parecchi momenti in cui mi sono sentita "a casa" in questa città. Dal primo istante per quanto riguarda la pulizia, l'ordine ed i mezzi pubblici. Col tempo, quando ho capito di lamentarmi in continuazione come i viennesi (e le mie critiche hanno pure un seguito, nel senso che le segnalazioni di disfunzioni o errori vengono prontamente prese sul serio). Quando ho scoperto con sorpresa di non essere l'unica che parla da sola (no, pensa a mezza voce) per strada o che canticchia arie sacre e brani d'opera lungo i marciapiedi per farsi compagnia. Quando incontro locali che hanno un titolo scientifico ed uno musicale (o almeno un interesse tale da saperne abbondantemente) e con cui posso saltare da un argomento all'altro senza farmi riguardi. Quando do informazioni sulle strade e sulle fermate della metro e del tram cose se avessi sempre vissuto qui. Quando ho fatto la conversione della patente. Quando ho iniziato ad usare parole dialettali viennesi perché mi ricordano quelle padovane, fino a tenere un seminario scientifico in tedesco parlando velocemente come in italiano e riuscendo persino a fare un paio di battute (cosa che invece non ero ancora mai riuscita a fare nella mia lingua).

Per ognuno è diverso. Ci sono connazionali che dopo più di 10 anni a Vienna sono rientrati in Italia. Non vi ci sono mai sentiti "a casa". La sottoscritta, invece, sa di essere straniera e che nemmeno in una vita sarà mai pienamente integrata, ma si sente anche nel proprio ambiente naturale. Come festeggerò questo anniversario? Andando al lavoro, in una città divisa tra fatalismo e paura. Niente di speciale.

Saturday, October 19, 2019

Two-and-a-half days in Pavia

There are events in everyone's life that trigger other events, with unexpected developments. The last February, I attended a conference in Italy because "invited" by a potential reviewer of one of my papers. There, I met a professor from Pavia, who had been the supervisor of a colleague. We got along immediately, and she was so kind to send a PhD student to Vienna first and to invite me to give a couple of lectures later, during the course of an outstanding young colleague of hers. This is the tale of this latter experience.

On the day of the departure, Vienna woke up in a thick fog that made me feeling back in Padua. The airport was in a chaos, many flights were cancelled or delayed. I was lucky, my flight had just 15 minutes delay. After landing in Milano Malpensa, the usual adventure with the Italian transportation began. I had spent time and energy trying to buy a train ticket while still in Vienna, but without any success. I even complained with Trenord. Nobody answered. In person, I bought the ticket in a counter, where only card payment were accepted, I had to stamp the ticket twice (once at the transfer), and ask around to know at which stop I had to get off, where was the stamper, etc. I was even asked from other tourists where to find something. This explains why we Italians are so friendly and talkative... we cannot survive without asking others.

Courtyard in the university main building
Upon arrival, I had the time to visit the city of Pavia. Very cute. Medieval town with churches, towers, castles, an old university, a famous bridge, pedestrian areas, and everywhere students and people enjoying the city. My hosts "cuddled" me and made the stay light and comfortable.  For the night, a hotel room was booked for me, where I found a huge bathroom, equipped among other things with a bidet (only in Italy) and a window (also rare abroad). Unfortunately, my room neighbors weren't so respectful and quite like in Austria, especially those having a small child, who cried until 11 pm. The breakfast was a dramatic time: which coffee should I take? The Americano tastes terribly and any other option is too dry and small for breakfast. Italians always complain about the coffee abroad, but they do not consider that foreigners might complain as well about our coffee...

The Cathedral.
On the first day, it was raining cats and dogs since the early morning. I decided to walk to the university, because I like the rain. Of course, walking on a rainy day is not the best choice... in Italy. I don't need to explain that. Just try, and if you survive and you are still dry, you are a hero! The building, where the department is, is ugly, terribly ugly, as ugly as the corresponding buildings in Brussels. However, the two days there were fantastic. I recovered the ability to talk Italian. The students seemed enthusiastic of my lectures. A private collector even brought some of the meteorites of his collection to show to the students how they actually look like. For dinner, my hosts took me to a nice restaurant, where I finally tasted the typical dish of the region, a delicious risotto with sausages. Before leaving again, I had to deal with the local bureaucracy. Austria is famous for bureaucracy, but Italian universities enjoy creating tons of new forms every year, with some quite silly questions for someone living abroad. 

The square, where the locals meet.
I went to Malpensa much earlier than the planned time of the flight, to meet a friend of mine, who drove an hour to see me again. We met in Vienna almost 10 years ago, but she later after a year. We met again in Scotland, where she was working, then in Brussels, when she visited me, and now in Italy, as she came back definitely some years ago. It was so nice seeing her again! Although a mom now, she didn't change at all. Finally, I flew back to Vienna, enjoying a beautiful red Moon and a clear sky. The train connection was perfect (Vienna!) and before midnight I was again in my bed.

Conclusions
1. This journey strengthen the feeling of being a foreigner in my own country, even though I know the language and the mentality. The fellow Italians are fashion addicted, posing around, they speak loud, constantly with the ears or the eyes or both on the cell phone, judging the others by their appearance. I felt an alien, with my jeans and sport jacket, with my funny taste for diluted coffee and the habit of eating early. I was happy to go back to Vienna, where nobody cares what I wear and where I feel respected as person, and not being treated special because woman. However, even though Vienna is "home" for me now, I know that I will never be Austrian. I'll always feel an alien everywhere I go. 
2. Some Italian scientists are outstanding, even better than many acclaimed foreign institutions, but they are left alone, fighting against many obstacles, due to the complicated bureaucracy and sometimes even due to envious or close-minded colleagues and managers. Interestingly, such scientists often have a period abroad in their CV... 

Saturday, March 16, 2019

L'Italia degli Azzeccagarbugli

Tempo fa, all'inizio della mia esperienza all'estero, scrissi dei problemi incontrati cercando di aggiornare il mio profilo nel sito del MIUR per poter continuare ad essere contattata per supplenze nelle scuole superiori della mia regione. Dopo oltre nove anni dalla mia partenza mi sono ritrovata a litigare nuovamente con quel sito per poter partecipare alla selezione per ottenere l'ASN (abilitazione scientifica nazionale). Recuperare le credenziali per accedere al sito e' stato relativamente facile, nonostante il sistema ricordasse ancora il mio indirizzo mail dell'università di Padova. Ho ricevuto risposta nel giro di qualche ora ed il disguido è stato presto sistemando. Presentare domanda ha richiesto parecchia pazienza, anche per "tradurre" in modo comprensibile sia il linguaggio burocratico dei parametri richiesti, sia le mie esperienze lavorative estere, classificate in inglese quando non in altre lingue (tedesco e fiammingo). Poi c'è stata l'attesa, mesi, esattamente  sei. Non contavo di ottenere l'ASN perché dopo il dottorato ho abbandonato il tema di cui mi occupavo per dedicarmi ad un campo difficilmente inquadrabile nei rigidi settori disciplinari descritti dal ministero. Valeva comunque  la pena tentare, avendo i titoli per farlo. A sorpresa sono stata abilitata e con giudizi positivi. E' stato un onore.

Ed ora? In teoria, posso concorrere per un posto da prof. associato in tutta Italia, ovviamente nelle discipline in cui sono stata abilitata. Ho trovato un sito ufficiale ove vengono pubblicati i bandi, senza dover scorrere ogni settimana la Gazzetta Ufficiale. Peccato che sembra che il nuovo governo abbia deciso di bloccare le assunzione per tutto il 2019. Se accadesse, non solo non uscirebbero nuovi bandi ma anche perderei un anno di validità dell'abilitazione, che dura sei anni, ossia... se non si viene assunti entro questo termine bisogna ripetere la procedura. Un po' diverso dal sistema austriaco, in cui l'abilitazione è sì un titolo a scadenza, ma che viene automaticamente rinnovato insegnando, almeno all'Università di Vienna. Quindi l'Italia non e' più il paese degli Azzeccagarbugli come l'avevo definito anni fa? Magari! E' uscito un bando per un istituto di ricerca che non e' università. Consta di 45 pagine, di cui le prime 30 almeno sono solo di leggi e commi incomprensibili. Tra le richieste manca il certificato di esistenza in vita che invece trovai in un bando per il CNR e che tanto fece ridere i colleghi di qui. Chi volesse partecipare, leggendo fino in fondo le famigerate 45 pagine, troverebbe tra i possibili mezzi di comunicazione la PEC (e-mail certificata, a pagamento, possibile solo facendola fisicamente in Italia la prima volta e non credo di poterla avere come residente all'estero) o la classica raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui fa fede il timbro postale. A metà dicembre ho inviato delle cartoline dal Giappone all'Europa, le colleghe in Austria ed in UK hanno ricevuto le loro già al 2 gennaio, al rientro dopo le feste, mentre in Italia sono arrivate quasi a fine mese. Figurarsi se mi fido di una raccomandata, con tutto quel che costa inviare un plico cartaceo in tale forma, perché vogliono pure il CV in formato europeo (unici in Europa a richiederlo ed a conoscerlo), il quale essendo scritto solo su metà foglio diventerebbe di 50 pagine almeno nel mio caso, anche per la modalità d'inserimento delle esperienze e per gli spazi vuoti previsti.

Bandi a parte, visto che non ho intenzione di tornare in Italia per il momento e che l'abilitazione italiana mi serve principalmente da sprone e da titolo per tentare quella austriaca, non dovrei avvelenarmi il sangue con i normali inghippi italici. Invece ho avuto la bella idea di partecipare ad un convegno nazionale di scienze planetarie, come ho di recente raccontato. Il convegno era a Firenze ma in un campus universitario un po' decentrato. Quando me ne sono resa conto ho dovuto cambiare prenotazione dell'albergo perché altrimenti ogni giorno mi sarei dovuta sorbire almeno 40 minuti di bus. L'organizzazione del convegno, nonostante le migliori intenzioni, è risultata "italiana", dando all'aggettivo il significato di improvvisato e pieno di imprevisti. Da "crucchizzata" ho inviato il mio contributo con largo anticipo sulla scadenza prevista. Il termine e' stato prorogato. Dopo la scadenza della proroga mi contatta l'organizzatore per dirmi che hanno avuto un falso positivo e si sono persi il mio contributo. Peccato fossi già in Italia dai miei ed avessi lasciato il file incriminato nel pc dell'ufficio. Per fortuna ne avevo salvata una copia. Questo scambio di e-mail e' avvenuto la sera dopo le 21 di sabato 22 dicembre. Un tedesco non avrebbe lavorato in tali condizioni, quindi lode all'organizzatore che ha cercato di rimediare ad un problema tecnico dedicando del tempo privato. Il programma e' uscito il 15 gennaio, il convegno è iniziato il 4 febbraio. Se avessi dovuto prenotare un aereo... tanto c'è sempre l'immancabile imprevisto degli scioperi. Il programma era in italiano, con i titoli dei contributi in inglese. Le presentazioni erano in italiano e questo mi ha gettato nel panico, perché sono diventata lenta a parlare la mia lingua in ambito scientifico, non mi vengono più i termini corretti, ammesso di averli mai imparati, avendo cambiato campo di studi. Come mi ha fatto notare una collega tedesca, l'equivalente convegno nazionale in Germania aveva tutti i contributi (almeno il 95%) in inglese, sia perché in Germania ci sono parecchi studenti, dottorandi, ricercatori e persino professori di origine straniera e che non sono fluenti in tedesco e sia perché lo scopo del congresso è anche di attirare ancora di più ricercatori dall'estero. In Italia il provincialismo domina. Insomma, l'internazionalizzazione tanto auspicata resta un'utopia, ma anche semplicemente il funzionamento di un sito o l'incontro tra scienziati, cercando di mettere d'accordo (missione impossibile) un gruppo eterogeneo e polemico.

Venendo dall'estero vivo simili esperienze con sentimenti misti, tra rabbia ed amarezza, rabbia perché persino le cose più semplici diventano complicate ed amarezza perché il potenziale umano è buono ed è un peccato sprecarlo per la burocrazia. In vista del prossimo EGU, convegno che riunisce a Vienna ca. 13000 geologi da tutto il mondo, uno dei miei supervisori di dottorato ha invitato un contributo piuttosto provocatorio, domandandosi come mai l'Italia sia indietro nella ricerca in campo geologico rispetto al resto del mondo. Lui è rientrato da poco dopo un periodo all'estero. L'impatto con la burocrazia che ostacola ogni passo è traumatico. Gli auguro di riuscire a smuovere il sistema, ha tutto il mio appoggio.

Monday, January 29, 2018

10 oggetti immancabili in casa (in Germania)

Sfogliando il sito Deutsche Welle (che consiglio per imparare e familiarizzare con la lingua tedesca), sono incappata nella rubrica "Meet the Germans" ed in una curiosa lista di 10 oggetti che si trovano in (quasi) tutte le case tedesche (ecco il link).
1. Pantofole. Anche per gli ospiti. In ogni caso, nelle case tedesche (ed austriache) non si entra con le scarpe. Sia per non strisciare il pavimento in legno, sia per motivi igienici. Ovviamente ne sono fornita pure io e quando vado in casa altrui me ne porto dietro un paio.
2. Bicchierino portauovo. L'ovetto a colazione è un classico in Germania, ma non per me.
3. Bottiglie con cauzione. In Germania c'è un Pfand anche per quelle di plastica. In Austria solo per alcune di vetro, nemmeno tutte. Esiste però la raccolta differenziata ed in casa mia lattina, bottiglie di plastica e contenitori di vetro sono rigorosamente separati in attesa di essere gettati nei rispettivi raccoglitori.
4. Strofinacci da cucina. Anche se tra me ed i tedeschi c'è una polemica annosa su come si lavino i piatti (i tedeschi in genere non risciacquano), gli strofinacci non possono mancare, sia per asciugare, sia come presine d'emergenza.
5. Prodotti specifici per la pulizia. Distinti per scopo. Ahimè, sorgente di plastica da smaltire. È pure vero che probabilmente un prodotto come aceto o alcool o candeggina diluita dovrebbe bastare per tutto, ma forse per il basso costo dei prodotti specifici per il bagno, per le finestre, per i mobili di legno, per il pavimento, etc., per tacere di quelli per il lavaggio di capi d'abbigliamento e la cura personale, ne sono fornita anch'io.
6. Spazzolone del WC. Mai senza! Prima cosa che metto in una casa nuova. Da usarsi ogni giorno per tenere più pulito il gabinetto e per evitare imbarazzanti momenti con gli ospiti inattesi che chiedono di usare il bagno.
7. Libreria. E dove metterei altrimenti la collezione di libri, dalla narrativa alle raccolte di ricette? Nonostante mi sia convertita al Kindle per i viaggi e nonostante abbia lasciato il 99% dei miei libri dai miei, continuo a comprare tascabili e testi storici. Inoltre, la libreria si presta a molteplici usi.
8. Cartelle portadocumenti con l'amministrazione della casa, contratti, pagamenti vari. Tutto organizzato per categoria. Altrimenti sarebbe il caos. Ho comprato la foratrice apposta!
9. Persiane o almeno tende. Purtroppo in Austria le tapparelle non sono molto diffuse, ma le tende sono tra le prime cose immancabili quando entro in un nuovo appartamento.  Detesto sentirmi in piazza. Finché le tende definitive non sono pronte, provvedo con soluzioni temporanee di carta o con foulard.
10. Coperte separate per letti matrimoniali (anche i materassi sono distinti). Il problema per me non si pone, ho un letto singolo. Sono comunque una convinta sostenitrice dei materassi e dei piumoni distinti. Il buon riposo è importante.

A questo punto mi domando se la mia famiglia si sia a tal punto "germanicizzata" da aver inconsciamente adottato usi e costumi del paese ospite o se questa lista rappresenti una cultura media europea per preparare gli extra-europei alle tradizioni locali. Forse entrambe sono vere, almeno in parte. In Italia in genere non ci si toglie le scarpe quando si va a visitare qualcuno, i letti matrimoniali hanno materasso unico, così come lenzuola e coperte, e raramente si tengono i documenti organizzati in raccoglitori come in un ufficio contabile. In Belgio, all'uni e nei bagni pubblici o nei locali non c'era lo spazzolone e se era presente non era usato. Mancanza che mi è pesata anche negli USA, ove gli alberghi ne sono privi, forse confidando che il sciacquone rimuova tutto. Anche la questione privacy e quindi l'uso delle tende è differente in Belgio rispetto ai paesi di lingua tedesca. A Bxl la sera si poteva "spiare" la vita privata dei vicini come da numerosi schermi.

La lista mi ha dato da riflettere anche su un altro fronte. Quali oggetti caratterizzano una casa italiana? Cercando di andare con i ricordi all'infanzia, tra case di compagni di scuola e di parenti, non essendo chiaramente la mia rappresentativa, cosa trovavo ovunque? Cosa ha sorpreso le colleghe tedesche ed austriache nell'andare per pensioni ed appartamenti durante l'escursione in Sicilia? Ecco la mia personale lista, dimezzata rispetto quella tedesca:
1. Il bidet. Lo so, è scontato, ma ormai è diventato un marchio di fabbrica d'italianità. L'argomento di discussione di tutti i connazionali all'estero. Anche se sinceramente non ne sento poi tanto la mancanza.
2. La moka o caffettiera. Alla sottoscritta dovrebbero togliere la cittadinanza per come mi faccio il caffè. Eppure ho ceduto alla moka per non deludere gli ospiti.
3. La tovaglia a tavola. Sinceramente non la uso, ma non ricordo una sola volta in cui non ci fosse nelle case italiana quando ero invitata per un pasto, anche se si prendevano le pizze per asporto. Inoltre in tutte le case c'è una tavola da pranzo estensibile. In Austria spesso la tavola in cucina manca del tutto o è limitata ad un tavolino per due. Non sono previste pranzi e cene con compagnie numerose.
4. Lo stendino. Onnipresente sullo sfondo pure delle chiacchierate skype con amici e colleghi. Chi può, stende fuori. Le lenzuola appese tra una casa e l'altra rappresentano un altro cliché italiano, da nord a sud (nella foto Venezia).
5. La cristalliera, ossia un mobile solo per i servizi di piatti e bicchieri. Cosa di cui io sono sprovvista, avendo a malapena tre piatti di ogni tipo e bicchieri singoli. Quando invitavo parecchi amici a cena, chiedevo loro di portare piatti e posate o usavo servizi di carta. A mia difesa, posso dire di dover traslocare ogni 2-3 anni e piatti e bicchieri sono pesanti e delicati. All'ultimo trasloco ho rotto tre bicchieri, nonostante le attenzioni del caso. Confido in futuro di avere una casa mia ove invecchiare e quindi di poterla fornire di tutte le caratteristiche delle case tedesche ed italiane.

Thursday, March 2, 2017

Nozze di rame... con l'estero

Ieri ho festeggiato 7 anni di vita all'estero! Se fosse un matrimonio diremmo "nozze di rame". In genere si crede che il VII anno sia quello della crisi di coppia. Nel mio caso, il rapporto si è stabilizzato ed è maturato col tempo, quindi al momento posso dirmi piuttosto fiduciosa.

Questo matrimonio si doveva fare. Per certi versi è stato "combinato", o meglio forzato, perché non avevo molte altre alternative. All'inizio, come sempre, c'è stata una grande passione, travolgente. Tutto all'estero era infinitamente migliore rispetto all'Italia. Inoltre Vienna era la città dei sogni, vista da turista e rivista poi nel telefilm Rex. È seguita una fase di sconforto e delusione per la scoperta della vera anima del posto, ben nascosto sotto la facciata rococò. L'insofferenza è sfociata in una nuova partenza, verso Bruxelles. Anche in questo caso la meta è stata dettata dal lavoro, non da una scelta consapevole. Qui ho sviluppato proprio repulsione per la città ospite, però rivalutando Vienna. Infine, tornata nella capitale austriaca, la relazione con l'estero è diventata solida, come in un matrimonio datato, in cui l'affetto ed il rispetto reciproci permettono di convivere serenamente, apprezzando ogni istante. Anche nella prospettiva di un nuovo trasloco. Chi può saperlo? In ogni caso, il fuoco della passione iniziale è passato. Qualche battibecco c’è sempre, ma di modesta entità. Si fa pace subito.
 
il confine
E l'ex, ossia l'Italia? È finita? No, non del tutto. O meglio, le voglio ancora bene. Come potrei dimenticare il posto che mi ha visto crescere e che mi ha dato la lingua e molto altro?! Resta sempre un senso di amarezza per la relazione forzatamente conclusa. Nonostante tutto col tempo si era raggiunto un compromesso. Si andava d'accordo. Un po' con rassegnazione da parte mia, devo ammetterlo. La rassegnazione di chi vorrebbe cambiare le cose in meglio ma si deve scontrare ogni giorno con problemi radicati nella cultura locale. Si è rimasti amici. Torno in Italia volentieri da turista, oltre che per rivedere i miei. Se loro si trasferissero altrove, probabilmente visitare il mio paese d’origine perderebbe di senso. A che pro? Resterebbe un bel ricordo, o meglio un ricordo che si abbellisce col tempo, rimuovendo le esperienze spiacevoli. Non è mai stata facile, non ci siamo presi completamente sin dall’inizio. Un minimo sospetto è rimasto da entrambi i lati. Mi aspetto sempre la delusione dall’Italia e forse nemmeno lei mi ha mai considerato sua cittadina al 100%, nonostante il passaporto, la lingua e talune abitudini.

Come festeggio questo importante traguardo? Con un lusso unico, ossia una lavatrice in casa. È stata un’avventura, come sempre all’estero, ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Uso il plurale per ricordare amici e colleghi che mi hanno sostenuto ed aiutato e senza i quali questo regalo sarebbe stato meno piacevole. Quest’anno l’anniversario cadeva di mercoledì delle Ceneri, per cui ho aspettato oggi per ricordarlo pubblicamente. Buon inizio dell’ottavo anno all’estero a me!