Saturday, September 19, 2020

Referendum ed elezioni

Domenica e lunedì si vota in Italia, sia per un referendum costituzionale sia per varie regioni e comuni. In questo post non prenderò posizioni a favore dell'una o dell'altra parte, ma intendo solamente riflettere sul diritto di voto e l'importanza di esercitarlo, visto da un'Italiana che da oltre 10 anni risiede all'estero.

Perché andare a votare per il referendum?

1. Non è richiesto un quorum, quindi chi vota decide per tutti.

2. Riguarda una modifica della Costituzione, che è il documento che regola la nostra vita come cittadini della Repubblica Italiana, quindi riguarda ognuno di noi.

3. Abbiamo il diritto di esprimere la nostra opinione, cosa non comune a tutte le nazioni, anche se in questo caso non siamo certo i massimi esperti sulla questione.

Per fare un confronto col paese in cui vivo, l'Austria, non ho mai assistito ad un referendum, mentre ho votato via posta per almeno tre consultazioni negli ultimi cinque anni. In Austria non esiste una legge precisa su quante firme siano necessarie per poter richiedere un referendum. Qualche anno fa, quando il governo (non il parlamento!) decise di abolire la legge sul divieto di fumo che doveva entrare in vigore qualche mese dopo (divieto poi ripristinato da un governo tecnico), il ministro degli interni pretese che oltre il 10% della popolazione richiedesse un referendum a riguardo. Furono raccolte firme per ca. il 10% della popolazione, ma per una manciata di firme mancanti per raggiungere il limite il referendum non fu preso in considerazione. In Italia, per richiedere un referendum abrogativo in Italia sono sufficienti un numero di firme pari all'1% della popolazione.

 

Quindi, qualsiasi sia la vostra opinione sul referendum costituzionale del 20 settembre, andate a votare, armati di mascherina e disinfettante, ma siate presenti. Potete votare "Sì", "No" o scheda bianca o nulla, ogni risposta è valida e rappresenta una percentuale degli aventi diritto al voto. Non andare a votare significa non avere alcun interesse per il proprio paese, lasciare che altri decidano per tutti. Votare dovrebbe essere obbligatorio, come in Belgio, ove chi non si reca alle urne, senza una giustificazione valida, rischia una multa salata. Pensate solo alle spese per l'organizzazione di un referendum!

Il 20 ed il 21 si voterà anche per varie amministrazioni locali, compresa la Regione Veneto. Da residente all'estero dovrei tornare al paese per votare. Non lo farò. Come, prima blatero di diritto al voto e poi mi astengo? Sì, perché ho lasciato l'Italia 10 anni fa e non mi sembrerebbe corretto votare per un amministratore locale, il cui lavoro non mi toccherà minimamente. Il referendum costituzione mi riguarda come cittadina italiana, fin tanto non cambierò passaporto, ma l'elezione del sindaco, del presidente di provincia o di regione non mi riguardano e non vorrei mai che i corrispondenti rappresentanti nella città in cui vivo venissero decisi da chi vive fuori. A tal proposito, il 10 ottobre si terrà l'elezione del sindaco di Vienna, che essendo anche il governatore della regione, può essere eletto solo dagli Austriaci. Come cittadina europea residente in città posso votare solamente per il rappresentante di quartiere. Poiché nella sola Vienna, 1/3 dei cittadini in età da voto non ha la cittadinanza austriaca e quindi non può votare, si è discusso parecchio del tema. Di queste persone, una gran parte è cittadina tedesca (quindi comprende la lingua) o riguarda ragazzi maggiorenni (ma qui si vota già a 16 anni), nati e cresciuti in città da genitori stranieri. Solo una minima parte comprende cittadini stranieri residenti da poco e che non parlano la lingua locale. Eppure, per gli austriaci, gli stranieri che non hanno diritto al voto sono solo quelli poco integrati e con culture molto differenti dalla loro.

Nel mio caso, nonostante segua più la politica austriaca di quella nostrana, non potrei ancora richiedere la cittadinanza austriaca a causa delle regole locali piuttosto rigide. I cittadini EU che vogliono diventare austriaci devono dimostrare di aver risieduto e lavorato in Austria da almeno 6 anni continuativi, di conoscere il tedesco a livello B1, di avere un'entrata fissa superiore a determinate soglie, di non aver commesso infrazioni e reati, di conoscere la storia e le leggi locali (verificato tramite un test non proprio immediato senza aver studiato il materiale fornito in precedenza). Il tutto poi sborsando una quota non indifferente per la traduzione giurata di documenti e certificati e per la burocrazia e rinunciando alla cittadinanza d'origine. L'impedimento, nel mio caso, sono i tre anni in Belgio. Resterebbe la domanda se voglia o meno perdere la cittadinanza italiana per diventare austriaca, ma qui si aprirebbe un'altra discussione su quanto mi senta ancora italiana e quanto mi senta austriaca. Per questo, sarei in favore del diritto di voto  per chi abbia i requisiti per prendere la cittadinanza, anche senza doverla per forza prendere.


Thursday, September 10, 2020

Estate speciale

Già settembre. L’estate, per come la intendiamo abitualmente, volge al termine. È stata diversa dal solito, non solo climaticamente (fresca), ma soprattutto per le limitazioni imposte dalla pandemia. Quest’anno, oltre alle solite vacanze in montagna dai miei, avevo in programma un convegno in Scozia con escursione, delle lezioni in Polonia per un corso europeo ed un congresso in Italia, a Trieste, ove avrei dovuto co-chair una sessione. Tutto cancellato o rinviato agli anni a venire. Mi sono solamente concessa una settimana in Italia per rivedere i miei, pur tra mille pensieri e preoccupazioni, dato il lungo viaggio in treno e la pericolosità del virus, soprattutto per i miei genitori, non più giovanissimi ed affetti da vari acciacchi legati all’età.


Sul lavoro, invece, da inizio maggio si è ripresa l’attività di prima. Anche se con sospetto, si continua ad andare a pranzare tra colleghi, ma preferibilmente all’aperto. Non si è mai stati particolarmente vicini, se capita di lavorare nella stessa stanza o si porta la mascherina o si tengono porte e finestre aperte e si sta a distanza. Siamo un piccolo gruppo, la maggior parte di noi vive da sola, solo un paio ha famiglia.
 
Avendo festeggiato il mio compleanno solamente in modo virtuale, ho pensato di trascorrere una serata con i colleghi a posteriori, in occasione del mio onomastico. I piani sono andati in fumo causa brutto tempo, per cui ho ripiegato all’ultimo per una festa in formato ridotto e casalingo in ufficio. Bevande del supermercato e pizza e dolce da un compaesano che ha un ristorante nelle vicinanze del museo. I colleghi, in realtà, hanno apprezzato molto questa versione italiana ed improvvisata della festa. Mi hanno preparato pure una bella sorpresa, un regalo inaspettato: un contributo all’acquisto di un organo digitale per esercitarmi a casa. Non solo il pensiero mi ha sorpresa, ma anche la geniale presentazione, con le banconote arrotolate come fossero canne di un organo (foto, con le banconote sostituite qui da carta colorata). Ciò mi ha convinta a regalarmi uno strumento da studio, nonostante il costo non indifferente, al posto di un giro per il mondo o un’auto. Non si compiono tutti i giorni 40 anni! 

Ho particolarmente apprezzato il gesto dei colleghi perché in Italia la mia passione per la musica era sempre stata criticata sul lavoro o comunque considerata una distrazione. In Austria, invece, avere una vita al di fuori dell’ufficio è normale, anzi è considerato salutare. Chi si dedica allo sport in modo semi-professionale, chi all’arte, chi alla musica. Specialmente chi non ha famiglia deve avere un’occupazione per il tempo libero. Ne va della salute mentale. Migliora l’umore e pure la produttività. A capirlo in Italia… Proprio in questi giorni è mancato Philippe Daverio, che animava le mie domeniche pomeriggio quand’ero ancora a Padova, con le sue bizzarre ma mai noiose lezioni sulla bellezza dell’arte italiana, lontano dai luoghi celebri ed inondati dai turisti. Avremmo bisogno di più programmi televisivi come i suoi, in cui con leggerezza si mostri e si spieghi la profondità di un trittico in una cappella votiva tra i monti o di un mottetto di un compositore poco noto o di una scultura contemporanea.
 
Vienna dalla terrazza del Belvedere
Altra occupazione estiva non comune è stata quella di visitare musei cittadini, finalmente privi della massa di turisti stranieri. La carta dei musei statali costa solitamente €59, ma per promuovere la cultura interna quest'anno era per un periodo limitato a soli €19. Oltre al museo ove lavoro, erano compresi Kunsthistorisches Museum, Technisches Museum, Albertina, Oberes Belvedere, MUMOK, MAK e Nationalbibliothek (con una mostra speciale dedicata a Beethoven). A completamento dell'attività culturale sono andata più volte al "cinema" musicale a Rathausplatz, quest'anno con posti su prenotazione ed organizzati in piccole logge, assistendo ad opere liriche tradizionali ed a spettacoli fuori dagli schemi per me (un musical austriaco ed un balletto moderno su musiche di Bach).

In questi giorni di settembre piove spesso e la temperatura è calata, l’estate è davvero finita. Il cancelliere austriaco, rivolgendosi ai soli connazionali, nonostante un terzo dei viennesi non abbia la cittadinanza, ha promesso o previsto che l’estate prossima sarà “normale”. Vedremo. In ogni caso, “speciale” non ha connotati negativi, pur se diversa dal solito e complicata da molteplici limitazioni, questa estate 2020 ha avuto momenti positivi e resterà nella memoria.

Saturday, August 22, 2020

Racism and discrimination

People go to the street very easily, but they also easily forget. The echo is over, but racism remains. In addition, we all discriminate others and have been discriminated at least once in our lives. We weren't born discrimination, but were raised so. Thus, just attending a demonstration does not solve the problem.
 
This isn't an easy topic. Whatever I say, I'll be criticized. I am white, I cannot talk about racism. Well, this might be true, but as woman working in a man-dominated field and living abroad I know what does discrimination mean. Prejudicial discrimination is everywhere and is not limited to people with a different skin color, but applies to weight, gender, disabilities, origin, sexual orientation, status, job, etc. Even though we know how frustrating and painful is being discriminated, we continue to discriminate others on the base of unreasonable prejudice. A kind of revenge?
 
From here. Credits:© John Darroch. Used under CCA license.
Let's check the past. Germany is still ashamed for what done in the 30s and 40s. The UK and USA never plead guilty of what done centuries ago. Probably because the facts happened long ago and because they weren't the only ones exploiting slavery. The US puzzle me, as European. They had an Afro-American woman as Secretary of State and an Afro-American President, but still discriminate people with a darker skin color. The US haven't yet "digested" their history. But demolishing monuments dedicated to ancestors or historical figures like Columbus might even result dangerous. This would imply deleting their own history. That's not the way to cope with it. If we delete our history, we'll make the same mistakes in a couple of generations! If we want to delete racism, we should stop discriminating and reject prejudice.

A practical example. Recently, on a structural geology mailing list, racism in geosciences was discussed. Honestly, I was quite surprise that it could be a topic of discussion. I don't see that the skin color has to do with the quality of a scientific publication, as well as gender. However, I must admit that discrimination against women and developing countries exist. A scientist affiliated to a top university in UK will be believed and praised immediately, the same paper written by a Chinese female geologist or an African scientist from an unknown university will be seen with suspicion. In this case, though, there is a solution, which is "double-blind" reviewing process. Authors and reviewers are hidden. A scientific paper would be then evaluated only for its content, not the name of the authors or their affiliations. Similarly to musical auditions for an orchestra, where the player is hidden behind a curtain and the judges decide on what they hear.

Saturday, June 6, 2020

Quarantine: What I liked and what I didn't.

The pandemic is not over, yet. However, Austria is back to work, slowly, between resilience, anger, and worry. Three months ago, we were recommended to stay home, going out only for essential needs, whereas most of the commercial and cultural activities were closed. My employer was kind enough to allow working from home. For 7 weeks, I watched the world from either my windows or the screen of my laptop. Was it a completely negative experience? Did I learn something? Here it is, the list of the 5 things I liked of this time and the 5 I hated. As reminder, in case we have to experience another lockdown, soon or later.

"Staying home", when you can take the house with you.
The top 5 things I liked:
1. Working from home. It is called "home office" in Austria, "teletravail" in the French-speaking part of Belgium. I wouldn't do it every day, but I'd like the opportunity to work from home some days of the month, when I have to write a proposal or a paper and I really need a quiet environment. I missed my colleagues, the lab tools, and the creative interaction of the office, but sometimes, I need to work in a "monastery".
2. Dress code. I'm Italian, I cannot dress bad. This causes me a lot of stress. Every morning, I have to decide what to wear. I dream of uniforms, because I'd have no choice. Staying home, I didn't have to change outfit every day. I was dressing like I was going out (i.e., not wearing the pajama during the day), but without paying too much attention to colors, fabric, etc.
3. Cooking. Time for experimenting, eating healthy, without having to improvise at the last minute. I didn't bake bread or cookies, like many others, but I dedicated more time to prepare healthy and tasty recipes, although with a few ingredients.
4. Regularly playing music. Generally, I am too tired, when I come home, or it is too late to play organ, mandolin, recorder, or singing. In this time at home, I spared the commuting time, using it to practice.
5. Virtual conferences. All the international conferences in cool places I planned to attend were postponed or transformed into virtual events. Even though a virtual conference is not s effective and enjoyable as a real one, I liked the opportunity to attend for affordable prices high-quality international meeting, without having to stay in a hotel or flying 12 hours (although I miss travelling a lot, mostly by train). In this category, I'd include the virtual masses, too. I still prefer going to the church, but in this period, I could attend masses celebrated by good priests that I could have not heard otherwise.

He hates staying home, but luckily, my parents have a garden.
The top 5 things I hated.
1. Making the dishes. This is something I hate in normal time. Eating at home and cooking elaborate recipes imply getting so many plates and tools dirty. I have a dishwasher, but I use it twice a year. It takes too long and is not worth for a person alone.
2. The dust. Vacuum cleaning is OK, but how is it possible that every day so much dust piles up in my flat? When I go to work, I do the cleaning on the weekend. During the week, I've never noticed dust so much as staying at home. I was cleaning every day.
3. Neighbors. Especially those with kids. When I tried to focus on something or when I wanted to enjoy the sun from the window, they were loudly playing. When I wanted to play music or talking with friends by phone, they started knocking on the wall or on the door, probably because the child just fell asleep. Not mentioning those neighbors watering their plants on the roof terrace at 5:30 am, causing a waterfall on my window.
4. Eating alone. Even though I like the monastery life, I like to share the time at the table. A temporary solution was introducing the virtual lunch with my parents, also to overcome the impossibility to travel to Italy.
5. Friends moaning about everything. It was difficult for everybody, I understand that having also the kids at home makes life much more difficult, but you wanted to have children, you always complain that you haven't enough time to spend with them, why are you complaining also now? Not mentioning the friends moaning for having to stay home and verbally attacking those, who went out (even where it was permitted, like in Vienna). Then those complaining about the weather ("it rains and I cannot go out", "it is sunny and I cannot go out"). I mean, we were all in the same situation, let's share feelings rather than complaints.

What did I learn? The next time, is it ever happens again, I will start earlier with the virtual social events. I realized that I became somehow misanthropic, but I always disliked hugging people. However, I might try to communicate with my neighbors, trying to find an agreement rather than hating each other. Finally, I should seriously consider the idea of adopting two cats.

Wednesday, May 13, 2020

De captivitate

La reclusione incattivisce. Ce lo siamo dimenticato, l'abbiamo volutamente ignorato, tutti presi a confidare nel cambiamento in positivo dell’uomo dopo questa esperienza. Figurarsi! Ce l’hanno insegnato non solo i carcerati, ma anche gli animali che teniamo in gabbia. Stare chiusi e non poter uscire (quindi non per scelta di vita) non nobilita l’uomo, non si diventa santi ed asceti, ma si riscoprono egoismo, invidia e cattiveria gratuita. I “buonisti” che ora incitano all’odio contro gli "haters" si mettono allo stesso livello. Ignorare sarebbe la risposta migliore. Dobbiamo per forza scaricare la rabbia e la responsabilità di qualsiasi ingiustizia (a parer nostro) su qualcun altro. Mi ci metto in mezzo anch’io, l’insofferenza per chi la pensa in modo diverso è aumentata esponenzialmente.
 
da qui
Ciò comporta la fine dell’altruismo, della generosità? 
No, continueremo a spenderci per gli altri, almeno alcuni continueranno a farlo, magari meno, magari cambiando le priorità. Quando uno vede il proprio operato vanificato, la frustrazione porta a non tentare più. Ecco, sostanzialmente siamo tutti frustrati, per la reclusione (cattività) e perché la vita non va come avremmo desiderato. Gli italiani all’estero sono frustrati perché non possono tornare in patria (non dico solo adesso, ma in genere per la questione lavoro) e si sentono ignorati dallo Stato che vorrebbero (no, non io) fosse “madre”. Altro punto, noi Italiani siamo sostanzialmente dei mammoni, dove termina la madre biologica inizia quella sociale dello Stato. Qualsiasi cosa accada, dalla catastrofe naturale all’effettiva inefficienza del governo, l’urlo comune è “lo Stato mi deve aiutare”. E perché? Essere italiani non è una scelta, l’ho già ribadito. Lo Stato si prende cura di noi, ci offre l’istruzione, fondamentale strumento di scelta, le strutture sanitarie che si occupano della nostra salute ed investe sul nostro futuro. Vorremmo ripagarlo col nostro lavoro, ma per alcuni di noi questo non ha funzionato e quindi siamo frustrati, ma non possiamo pretendere che lo Stato si prenda carico di tutte le nostre scelte. Senso di responsabilità individuale zero.
 
Siamo incattiviti, ma continuiamo a giocare allo sport nazionale. Non il calcio, bensì lo “scaricabarile”. È sempre colpa di qualcun altro. Anche quando una persona compie una scelta, gli altri devono giudicarlo, dando la colpa alla situazione, alla pressione psicologica, al capo, … ed ovviamente allo Stato. Al governo di turno, capro espiatorio per eccellenza. Non importa cosa faccia, verrà sempre criticato, per partito preso. Nella gestione della pandemia in corso ci si è superati. Se il governo minimizza e non fa nulla, allora è un incapace ed i morti pesano sulla sua coscienza, se per salvare vite blocca tutto, resta comunque un inetto perché non si vive di sola aria e la gente muore anche di fame. La colpa è sempre di qualcun altro. Critichiamo l’atteggiamento del presidente degli USA, che fomenta teorie complottiste contro la Cina, e dimentichiamo che un governatore nostrano, considerato “eroe”, qualche mese fa fece lo stesso. Ci si aggrappa al “portavoce” di turno della nostra frustrazione e rabbia di non poter fare quel che vorremmo. Quando torneremo "liberi", scaricheremo altre colpe, come lo spigolo del tavolo giusto tra le dita del piede o il ritardo della posta o il disservizio dei mezzi pubblici o lo sciopero aereo sempre e comunque sul nostro prossimo, ma magari con meno animosità, perché non saremo incattiviti dalla prigionia (volontaria e di responsabilità).
 
Esempio pratico degli effetti della cattività:
Una ragazza ha chiesto su un social dove potesse trovare delle mascherine di stoffa, visto che non si sa fino a quando sarà obbligatorio indossarle nei luoghi pubblici in Austria. Una signora le ha risposto in tono paternalistico suggerendole di riformulare la domanda, dicendo “fino a quando porteremo delle mascherine per proteggere gli altri dalla diffusione del virus nel caso si sia ammalati senza saperlo”. La ragazza della domanda non voleva farne una polemica, non aveva criticato il regolamento, ma improvvisamente le è stato affibbiata la nomea di quella che polemizza sulle decisioni del governo. Penso che in tempi “normali”, si sarebbe semplicemente risposto alla domanda suggerendo dei negozi ove trovare il prodotto cercato.

Sunday, May 3, 2020

Iconografia di una videochiamata

Nell'ultimo giorno ufficialmente a casa, prima di riprendere (non si sa per quanto) il quotidiano spostamento casa-uffcio-casa, dedico un post ad un argomento particolare. Da quando si è tutti rinchiusi in casa, capita più spesso di gettare un’occhiata negli appartamenti altrui. Non parlo di spiare i vicini dalla finestra, non mi permetterei mai, inoltre sono orgogliosa delle mie tende. Mi riferisco, invece, alle videochiamate. Persino la Süddeutsche Zeitung ha dedicato un articolo al tema. Non è raro vedere personaggi della TV, del teatro e del mondo musicale rilasciare interviste o recitare/suonare dalla propria abitazione. È stato mostrato di tutto, dalle terrazze assolate alle cantine buie (sì, c’è chi trasmette dalla proprio cantina, forse perché l’acustica è migliore), dai salotti biedermeier a quelli minimalisti ed ipermoderni. Lo sfondo preferito è la classica libreria, per mostrare di essere persone acculturate. Una differenza fondamentale tra italiani e stranieri non è tanto nel modo di arredare il proprio appartamento (alla fine sento prevalentemente mie coetanei che vivono da soli o quasi, quindi tutti fruitori di Ikea e simili), quanto la curiosità ai dettagli nella casa degli altri. Gli italiani (anche maschi) notano e commentano come me lo sfondo degli interlocutori, gli stranieri non si pongono il problema o almeno non lo lasciano trasparire (articolo di costume a parte).

Una mia foto di Lochness, circa otto anni fa, uno sfondo ideale.
Ovviamente mi sono domandata anche che impressione faccia il mio appartamento nelle videochiamate. L’aspetto più evidente, a mio parere, ma può essere che gli altri non lo notino, è la presenza imponente di lavori artistici ad uncinetto: sulle tende, sui cassetti della libreria, sul divano, sul tavolino della sala, etc. Posso girarmi in tutta la stanza, un lavoro all'uncinetto verrà sicuramente inquadrato. Il secondo aspetto, invece fattomi notare da più d’uno, riguarda i colori vivaci. Rispetto alle librerie Ikea bianche o nere lasciate spoglie, la mia è un tripudio di contrasti, con cassetti arancioni, cimeli di ogni colore e fantasia, decorazioni a maglia, uncinetto e ricamate con colori accesi. Pensando a questo, evito videochiamate di lavoro con sfondi troppo personali. Controllo lo sfondo prima di chiamare, inquadrando in genere qualche parete bianca con al massimo un puzzle paesaggistico, niente di esuberante. Evito anche simboli religiosi, per non urtare l’interlocutore. Nascondo accuratamente stenditoio, aspirapolvere, prodotti per la pulizia e disordine vario, oltre ad evitare assolutamente la camera da letto (amata dagli statunitensi, a quanto sembra) ed il bagno come luogo da cui trasmettere. Questo perché ho un mio appartamento. Se fossi ancora nella casa dei miei (ma non nello stesso appartamento con loro), avrei probabilmente videochiamato dalla cucina o dal salotto (ambienti neutri) o dalla camera, ove si trovava anche la scrivania. Nel caso della camera, però, non avrei inquadrato il letto (troppo privato), bensì l'organo.

Ed i miei amici e conoscenti? Col bel tempo, le terrazze vanno per la maggiore (tra i non italiani e chi si collega con lo smartphone, ovviamente in caso di bel tempo) assieme ai salotti (italiani) o qualsiasi stanza in cui si trovi il computer. Qualcuno forse senza accorgersene mostra i panni stesi sullo sfondo (sempre maschi) e la cosa non mi disturba affatto, anzi mi dà un segno d'intimità con quella persona (anche se si tratta di un prof.) che non si vergogna di far vedere un aspetto privato della propria vita... purché sia completamente vestito, c'è un limite da non oltrepassare, soprattutto in chiamate di lavoro. Alcuni programmi per videochiamate offrono la possibilità di sfocare lo sfondo o di usare immagini a scelta. Finora quasi nessuno dei miei contatti ha sfruttato tale opzione. Forse perché la maggior parte delle mie chiamate erano serie, non c'era tempo per giocare. Le prossime saranno probabilmente dall'ufficio, tra mobili storici e scuri, tranne nel fine settimana, quando solo i parenti stretti e gli amici saranno ammessi nel mio soggiorno multicolore.

Monday, April 13, 2020

Why did I take a vacation before Easter?

I decided to take a few days vacation during the Holy Week. All my friends and colleagues asked me why. I am allowed to work from home, I was not forced to use vacation days by my employer, as unfortunately happened to some friends and colleagues. Of course, I didn't go anywhere, traveling is not even permitted. Why did I take a vacation, then?
 
Reason 1. I’ve been keeping my daily routine: waking up early, breakfast, shower, dressing, then sitting at my desk (table in the living room) until late afternoon, with a short lunch break. I am saving the time to go back and forth from the office, but I feel the pressure that I have to work. My creativity was low as well as my productivity. I realized that I needed a break. Until now, it was provided by a trip with friends, an evening at the restaurant or at the theater, or even the coffee break with my colleagues.

Reason 2. I wanted to celebrate properly not only Easter (including the Triduum), but also my 40th birthday. In other times, I would have travelled to Italy or my parents would have visited me. In any case, I would have taken some days off. Even though I stayed home, I wanted baking cakes and cooking family recipes, calling (or being called by) family and friends, virtually attending religious services, etc. During this isolation time, every day is the same as the other, but these dates require to be different. By the way, some friends found the way to surprise me despite the seclusion, making these days unforgettable.

Reason 3. I know that it doesn't bring anything to the colleagues that were asked to use their vacation days, but I wanted to show a sign of solidarity. I see the point of our employers. We scientists can still deliver our products (papers, proposals, etc.) from home, even though soon or later, we will run out of data and ideas without accessing samples and labs, but for now, we just need a laptop and a reliable internet connection. Even as guest lecturer at the university, I can continue to provide my classes. Technicians cannot work from home. The instruments they need are not available in any shop and cannot be transported also for safety reason (size, weight, high voltage, etc.). It is even worse for other categories, like people working on short term contracts in theaters or opera houses, people working in museums as watcher in the exhibition or in the ticket shop, hair dressers, cleaning companies, etc.
 
I must admit that, despite the situation, I enjoyed these days off and I got back my creativity and enthusiasm for working in science. I hope that the next time I'll take vacation will be for travelling abroad (by train, as usual), for meeting again my parents, and for celebrating with friends the end of this difficult period.