Sunday, September 14, 2014

"Sole" del Marocco

Prologo
- Chi cavolo ha avuto l’idea di organizzare un convegno scientifico internazionale in un paese ove l’alcool è proibito?- Questa è stata la banale domanda che ha animato la preparazione alla partenza, ma anche l’intero soggiorno. Perché gli scienziati, in particolar modo i geologi, amano vagare tra i poster con una birra in mano. Non si parla di ubriacarsi, semplicemente di scaldare tra le mani quella bottiglia gelata che ci permette di darci un contegno in una situazione d’imbarazzo e timidezza, che ci fornisce un modo per avvicinare un anziano professore che stimiamo per fare domande all’apparenza banali ma che poi si evolvono in discussioni di alto livello che segneranno le nostre future ricerche e pubblicazioni e che ci fa sentire parte di un gruppo. Non importa che poi magari metà di noi preferisca un succo di frutto o quella birra non faccia a tempo a berla.

La preparazione alla riunione annuale della Società Meteoritica, stavolta programmata a Casablanca, Marocco, è stata dominata dalla preoccupazione. Per le difficoltà di registrazione (operazione che mi è costato il ritiro della carta prepagata austriaca), per le differenze culturali, per i rischi per la salute non avendo gli anticorpi adatti, per le raccomandazioni sull’abbigliamento ed il contegno per le partecipanti donne, per l’impossibilità di programmare e controllare tutto data l’assenza di copertura di google street view e la carenza dei siti e dei servizi in loco, etc. Speriamo bene!

I giorno ovvero da Brussels a Casablanca passando involontariamente per l’Italia.
Il viaggio inizia con una fregatura tutta italiana: causa sciopero dei controllori di volo nel nostro Paese, il servizio taxi collettivo che avevo prenotato per l’aeroporto di Charleroi mi ha dato buca perché non conveniva fare il viaggio per una sola persona. Per fortuna V., una dei miei capi, aveva ancora un posto in auto. Pochi minuti di strimpellamento al piano dell’aeroporto sono serviti ad allentare un po’ la tensione pre-partenza. Il volo è filato liscio, nonostante la low-cost e nonostante fossi seduta tra due mondi: da un lato una signora iper-tradizionalista, con velo, abito lungo e sorta di rosario in mano, dall’altro delle adolescenti belghe in micro-pantaloncini e striminzite canotte che hanno inaugurato il viaggio con champagne e selfie.

Il Marocco dall’alto è una striscia di montagne che passa a pianura rossastra, con isole verde-marrone, interrotta da aggregati di casette bianche dai tetti piani, il tutto costeggiato dall’oceano ed illuminato da un cielo perennemente blu. Unitamente al bacio caldo del sole ed alla brezza marina, all’arrivo mi sono sentita catapultata nel passato delle vacanze estive in Sicilia, tra i parenti, o in Puglia o Calabria. Quant’è che non torno da quelle parti? Alt! Fine del sogno romantico! Coda per l’immigrazione. Conferenza? Polizia scettica. Timbri vecchio stile (piano!!! mi raccomando! Il passaporto ha il microchip, non rompetelo!). Pochi metri più avanti, secondo controllo. “Vero Italiano?” Bagagli buttati in giro. Bagni a pagamento (in Dirham) prima di qualsiasi ATM (ma non era vietato esportare moneta locale? dove avremmo dovuto pescarli ‘sti dirham?). Contrattazione in francese per i taxi. In cinque con bagagli più autista stipati in una vecchia Mercedes. Infradito, musica a tutto volume, una mano al cellulare ed una sul clacson, sfrecciando nel folle traffico di Rabat. Sicurezza stradale, questa sconosciuta. Passiamo almeno tre poliziotti e nessuno ci ferma, è la normalità. Eccoci in stazione. Treno in ritardo. Aria condizionata da congelatore. Via di corsa lungo la costa ed attraverso paesi e campagne, casette e palazzoni, gru ovunque. Arrivo a Casablanca con buio pesto, anche per la mancanza di lampioni ad illuminare i marciapiedi dissestati. Ci guida il naso per evitare spazzatura e liquidi biologici. Finalmente in hotel. Il rumore del traffico non cessa mai, o meglio dei clacson. Le stanze non brillano per isolamento acustico, ma almeno sono pulite e direi quasi graziose. Un pacchetto di crackers per cena, avendo pure saltato il pranzo e buonanotte!

spazzatura e degrado tra la Medina ed un 5 stelle
II giorno ovvero il workshop a sorpresa
Sveglia con muezzin, la sua voce amplificata sovrasta il rumore del traffico. Almeno qui si svegliano pregando. Cosa che da noi s’è persa. I due passi a piedi sotto il sole cocente per raggiungere il 5 stelle ove si svolge il convegno mi mostrano la città: l’antica Medina chiusa da mura, la trafficatissima arteria da attraversare a rischio della vita (ma no, basta ricordarsi come si faceva in Italia, i semafori sono semplice arredo urbano), il parco macchine datato e comprendente motorette cariche di polli vivi, depositi di spazzatura ovunque, edifici in vago stile europeo-colonialista (il Marocco era un protettorato francese) con bar popolati da soli uomini, donne coperte da teli scuri ed altre in tenute estive esagerate, commenti volgari e sguardi insistenti dei maschi locali nonostante la mise castissima e la scarsa avvenenza. Cavolo! È proprio come si vede nei documentari! Mi aspettavo una città un tantino più internazionale!

Il 5 stelle era una sorta di bolla neutra e fin troppo chic. Era programmato un costoso workshop sulla curatela e la classificazione delle meteoriti. Evidentemente si aspettavano un’audience meno specializzata, quindi hanno dovuto adattare le presentazioni all’ultimo minuto, chiedendo a V. di dare un contributo. Ciononostante hanno fatto un lavoro magnifico e l’incontro si è rivelato piuttosto interessante. A pranzo ho re-incontrato il “buon tedesco” ed altre vecchie conoscenze, ma ho anche discusso di lavoro con le nuove.

III giorno ovvero la mia prima volta da moderatrice
Il regalo fattomi dal “buon tedesco” è stato di moderare la sessione in cui avevo una presentazione. Un onore ma anche un impegno. Per fortuna non ero sola, un’altra ragazza canadese ha condiviso l’onere e la sessione è fluita senza problemi. La mia presentazione non ha avuto intoppi, nonostante la poca preparazione, ma non ci sono state domande. Accadde anche tre anni fa, allo stesso convegno, quella volta a Londra. La gente semplicemente non mi aveva creduto. E stavolta? Preludio ad un altro lavoro rigettato?

I pranzi erano offerti dall’organizzazione del convegno e consistevano in un vasto buffet lungo la piscina. Lontano dalla spazzatura e dal traffico rumoroso. Detesto questa bolla dorata e questo contrasto con la vita delle persone comuni!

Il convegno è sempre occasione per sciogliere i nodi creati dall’incomunicabilità formale a distanza. Sotto lo stesso tetto si ritrovano revisori parziali, a favore od ostinatamente contrari, editori accomodanti e rigidi ed autori di articoli rivoluzionari, folli o completamente inutili. Ho pure trovato altri italiani tra cui una ricercatrice di Padova. Ciò mi ha riportato al passato non più tanto recente, con il solito misto di amarezza e nostalgia: nonostante la scarsità dei mezzi, in Italia ci si arrangia e si raggiungono geniali soluzioni ancora lontane per i ricchi cugini all’estero.

IV giorno ovvero il pranzo dei curatori
Non c’è spazio per il turismo, le uniche interruzioni sono pranzi e coffee-break, pure questi animati da conversazioni diplomatiche. L’evento del giorno è stato il pranzo dei curatori, ossia il momento in cui i curatori di collezioni di meteoriti di tutto il mondo, dalla Nasa al Vaticano, da Vienna a Londra, si sono incontrati per parlare dei problemi comuni. Ed io che c’entro? Assieme a V. abbiamo rappresentato la neonata collezione belga, al posto della curatrice ufficiale che si para dietro questioni semantiche per evitare la responsabilità dell’incarico ed affida la rappresentanza ad una volontaria (la sottoscritta) che si occupa preferibilmente di scienza. Incontro interessante, come sempre. C’è ancora un mondo da imparare su questo mestiere.

V giorno ovvero il fallimento della cena sociale
Il mercoledì il convegno ha tradizionalmente una pausa turistica. Erano previsti due tour, a Casablanca o a Rabat, a scelta. Io ho scelto di stare in albergo al mattino e di fare shopping nella vecchia Medina nel pomeriggio, assieme alla mia compagna di stanza.

La sera tutti i partecipanti al convegno sono stati portati in autobus in un edificio  meraviglioso, credo il municipio, per la cena sociale. Si partiva già col piede sbagliato, perché l’organizzatrice locale aveva offerto alla porzione femminile del gruppo di noleggiare un caftano e la sottoscritta aveva interpretato il gesto come un tentativo di “coprire” le donne occidentali. In poche hanno accettato l’offerta, credo più per curiosità turistica. Pure un ragazzo ha preso un caftano, cosa che unita ai suoi lunghi capelli castani ed alla barba l’hanno trasformato in un novello protagonista di Jesus Christ Superstar. L’edificio era magnifico, tutto marmo finemente decorato, la versione originale dell’alhambra. L’accoglienza con musica tradizionale era invitante. Il resto della serata è stato invece un vero disastro.

L’idea era di farci partecipare alla cerimonia di preparazione della sposa secondo la tradizione locale, compresa decorazione con henné.  Purtroppo il risultato è stato cena servita alle 21:45 (dalle 18 della partenza), scarsità di bevande (acqua) dopo la prima ora, musica assordante e la totale impossibilità di fare ciò per cui questo tipo di cene viene organizzato: intessere relazioni scientifiche, parlando di lavoro e lanciando collaborazioni tra istituti. Al primo autobus disponibile siamo fuggiti tutti, sperando che le montagne di cibo avanzato non siano state gettate.

VI giorno ovvero la crisi d’astinenza
Al mattino avevamo tutti il muso e le lamentele per la serata precedente (senza vino, tra l’altro) si udivano ovunque. Al discorso di benvenuto, la nostra ospite ci aveva tenuto a sottolineare come questa fosse la prima volta che un convegno simile venisse organizzato in un paese musulmano. Onestamente ho trovato inopportuno nominare la religione in relazione ad una riunione di scienziati da tutto il mondo, tra cui probabilmente la maggior parte è atea. La cerimonia della sera precedente è sicuramente una tradizione magnifica, che i turisti avrebbero apprezzato enormemente, ma che unitamente all’assenza di vino per motivi religiosi ha creato solamente malumore ed imbarazzo nei ricercatori presenti.

La questione vino ha iniziato a pesare. V. ha cercato ripetutamente di averne almeno un bicchiere per cena ma senza successo. La scusa più divertente è stata che ci si trovava troppo vicini alla moschea. Abbiamo chiesto consiglio a zioGoogle e per cena in 5 ragazze (due belghe, un’americana, un’anglo-inglese e la sottoscritta, contenta per il successo del poster) ci siamo rifugiate in un ristorante europeo a base di pesce, che aveva pure una carta dei vini… marocchini. Un dolce al cioccolato ha completato l’opera mettendo la parola fine alla crisi d’astinenza.

VII giorno ovvero la penitenza senza pentimento
L’origine resta ignota, nonostante le precauzioni alimentari ed il sospetto sulla carne servita alla cena sociale. Tra giovedì e venerdì molti partecipanti sono stati colpiti dai tipici problemi intestinali, talora accompagnati da febbre. Pure io e pure V. Niente di grave, per fortuna. Una pastiglia, un giorno di digiuno e riposo, ma ciò mi ha impedito di partecipare come avrei voluto all’ultimo giorno di convegno. Una sessione interamente dedicata ai crateri d’impatto. C’è stato qualche attrito ma niente in confronto alle liti delle edizioni precedenti, con offese gratuite e rottura di amicizie decennali. Forse l’indisposizione generale ha permesso una moderazione degli animi più focosi.

VIII giorno ovvero il definitivo addio a Casablanca
Finalmente via da questo posto ove, con tutto il rispetto, non tornerei nemmeno in vacanza. Dopo la colazione il gruppo belga (5 persone, di cui una belga francofona, la nostra capa, una belga fiamminga, un’anglo-americana, un giapponese e la sottoscritta) si è riunito per una gita in città. Abbiamo raggiunto la celeberrima moschea Hassan II che nonostante sia recente (1993) ha una sua ragione d’essere, meraviglia di marmi, piastrelle decorate e simbolismi. Per ragioni che non preferisco discutere in altra sede non vi sono entrata, nonostante la possibilità offerta anche agli “infedeli”. La continuazione della passeggiata lungo oceano, sicura perché in gruppo, è terminata nei pressi del faro, ove la povertà regna sovrana: baracche, strade sterrate, pecore e mucche magre magre che cercano l’ombra o curiosano nell’onnipresente spazzatura. A pochi passi da ristoranti di superlusso. Il mio disdegno per i tassisti locali ci ha fatto ottenere tariffe vantaggiose, ma non sono orgogliosa di ciò. Veramente avrei preferito camminare per km piuttosto che stare in sei in una vecchia macchina nel traffico folle di queste latitudini per pochi euro.

Dopo un rapido pranzo ed il percorso al contrario rispetto l’andata fino all’aeroporto di Rabat-Sale, non vedevamo l’ora di salutare definitivamente il Marocco e l’infelice idea di organizzarci il convegno. Purtroppo la nostra avventura non era ancora terminata. Dei dipendenti ostinati ed ignoranti non volevano farci imbarcare il mio tubo dei poster. Abbiamo tentato di spedirlo ma lo sgabuzzino con l’insegna poste era in realtà solamente un ufficio di cambio. Vagando da uno sportello all’altra ricevevamo solo urla in francese/arabo, vagheggiando fantomatiche regole della compagnia senza chiedere alla stessa (che in precedenza mi ha permesso il trasporto del tubo ovunque). Ormai rassegnata a dover lasciare in mano a questi incivili il fedele compagno di viaggi scientifici sin dall’inizio del dottorato nel 2005, abbiamo interpretato una scena madre che manco la sceneggiata napoletana avrebbe potuto scrivere, con V. insuperabile protagonista, lamentandosi della scarsa ospitalità del Paese che ci aveva creato problemi sin dall’inizio. Proprio mentre la polizia metteva il timbro di saluto, sempre con una violenza tale da rischiare la salute del microchip del passaporto, uno dei dipendenti dell’aeroporto ha riportato a V. il mio tubo, incredibilmente con i poster dentro (li avevamo cestinati vista l’ostinazione), dicendo che aveva consultato dei colleghi ed avevano ammesso la possibilità d’imbarcarlo come bagaglio a mano senza nessun costo aggiuntivo. V. era commossa. Io incredula, ma ancora più schifata. Non si tratta di mera rigidità, di cui i tedeschi sono maestri, né di flessibilità italiana. Semplici indolenza ed ignoranza.

Il volo è stato pesante a causa dei numerosi bambini ma sono riuscita egualmente ad immergermi nella lettura di un leggero libro prestatomi da V. A differenza dell’andata, stavolta il servizio taxi c’era, pure se solo per due persone, ed allegramente chiacchierando con l’autista di origine sarda, che non ha affatto una vita facile ma non perde per questo il senso dell’umorismo, a mezzanotte ero a casa. Gott sei Dank! Bentornato cielo grigio, 14°C, pioggia, rumori del vicino, e via dicendo. Non pensavo di poter un giorno essere felice di tornare a Bxl!

Epilogo

Sono davvero desolata nel non poter fare un bilancio positivo di questa esperienza, eccetto per l’ottima parte scientifica che è assolutamente indipendente dal luogo. Sicuramente mi sono fasciata la testa prima di rompermela e la situazione non era così nera come l’avevo dipinta, ma una settimana lì mi ha logorata e schifata quasi quanto il primo anno in città. Basta politically correct ed ipocrisia. Un’amica mi ha sempre detto che per vivere bene bisogna focalizzarsi sulle cose prioritarie per noi ed io, pur apprezzando enormemente il sole, il mare e la splendida cucina, non potrei convivere con sporcizia, indolenza, povertà estrema gomito a gomito con il lusso sfrenato solo per pochi o per turisti, contrattazione per le briciole, illegalità, etc. Preferisco mangiar male, uscire con il maglione e l’ombrello 365 gg. l’anno, confrontarmi con l’apparente freddezza e la conclamata diffidenza dei nord-europei, ma almeno vivendo secondo regole che condivido e che mi rendono la vita più “facile”, permettendomi di dare quanto posso nel lavoro e nelle relazione umane.

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