Monday, April 16, 2012

dolce e amaro

Come due anni fa, sono tornata a casa per Pasqua, attaccandoci una settimana di ferie per poter festeggiare in famiglia compleanni e festività. Come due anni fa sono scesa in aereo e non in treno, ma stavolta volando su Verona invece che su Venezia per convenienza economica. Come sempre ultimamente, non sono mancati i piacevoli incontri con gli amici di lunga data (pure a sorpresa) e la visita all'università. All'università? Che ci vado a fare all'università? Nostalgia? Rimpianti? Macché! Da un lato ritrovo un ambiente familiare come se non fossi mai partita, dall'altro sento che quel mondo non mi appartiene più, complici le novità (partenze ed arrivi, edificio, laboratori, etc.). Lo stesso sentimento dolce ed amaro assieme accompagna ogni soggiorno a casa, in cui non vivo più, o un giro in paese, ove cambiano la circolazione e gli edifici con il passare delle amministrazioni.


Cosa ho riportato a Vienna? A parte qualche chilo in più per l'ottima cucina e le numerose ricorrenze (niente provviste, solo bagaglio a mano), mi è rimasto l'amaro di un Paese in crisi. I carburanti sono alle stelle, un giro al mercato è bastato per convincermi che i prezzi di una volta sono andati per sempre, tasse e balzelli che spuntano come funghi dopo la pioggia, le truffe e le violenze si moltiplicano nei telegiornali, etc. L'unica cosa che non cambia è la politica. Il Paese piange e non ce la fa più ma c'è sempre qualcuno che si dà alla bella vita con i soldi altrui. Ritorno in Austria e trovo l'ennesima dimostrazione dell'efficenza dei trasporti e della burocrazia in Austria, anche nel macchinoso sistema sanitario. Per questo e per altro, talvolta non sembra proprio che l'Italia sia in Europa, la bandiera strappata che veleggiava sulla spiaggia è una perfetta metafora di tale lacerazione.

Questa visita coincideva anche con l'invio della prima domanda di post-doc dopo l'esperienza viennese: i tempi sono maturi per una nuova partenza. Come dicevano due ragazze in aereo, Vienna non mi ha preso. In realtà ci vivo benone,  tanto che non vedrei di buon occhio un rientro in Italia, ma se non arrivano nuove offerte di lavoro non ho nulla qui che mi trattenga. Eppure mi costerà partire di nuovo, lasciando dei cari amici ed un piccolo mondo che mi cadeva a pennello. Di nuovo, il dolce di ciò che è familiare e l'amaro di ciò che manca.

Tuesday, April 3, 2012

la ragazza di Latina ed i cowboys veneti

Tornata a Vienna, devo ancora riprendermi dallo scombussolamento del viaggio oltreoceano e già devo ripartire. Finalmente verso Casa, ossia familiari e gatto; il fatto che fisicamente stiano sul suolo italiano è un dettaglio. Un particolare non indifferente, visto che volente o nolente resto legata a quella terra, l'Italia ed il Veneto. Due recenti incontri, durante il viaggio di ritorno in Europa, mi hanno fatto ricordare questo legame.

All'aeroporto stavo amabilmente conversando con una norvegese ed uno svedese emigrato in Spagna, entrambi partecipanti al convegno, quando sono stata distratta da una parlata familiare: dialetto veneto. Mi volto e noto, era impossibile non vederlo, un gruppo colorito costituito da maschi e femmine, di età compresa tra i 30 ed i 50 anni, vestiti casual ma firmati e con vistosi cappelli da cowboy. Improvvisamente mi sono sentita trasportata nel mercato di paese (ma il dialetto fa da padrone anche in ambienti più elevati), con le signore che si lamentano del prezzo o della qualità delle mele. Questo per sintetizzare il contenuto della loro conversazione, che mi aveva distratto dalla chiacchierata tra geologi espatriati e che mi ha fatto girare il passaporto (il colore assomiglia a quello austriaco) e cambiare accento (parlando inglese) per non essere riconosciuta.

Durante il volo ho notato un paio di file più avanti un uomo abbronzato che parlava benissimo tedesco ma con accento "mediterraneo". La mia fantasia aveva iniziato ad interrogarsi sulla sua origine, magari mista, quando per una banale domanda ha iniziato a chiacchierare con la vicina, una ragazza bionda. Dopo poche battute in inglese hanno capito di essere entrambi italiani ed hanno cominciato a raccontarsi le reciproche vite per far passare più in fretta il tempo. Durante la cena è stato quasi piacevole essere distratta dalla loro conversazione, ma durante le ore adibite al sonno, pur se parlavano a bassa voce, non sono riuscita a chiudere occhio! Per due motivi: comprendevo tutto quindi il mio cervello non si spegneva e la voce di lei aveva frequenze più acute quindi perfettamente udibili. Ovviamente, complice la stanchezza e la lunghezza del viaggio, la conversazione è degenerata su argomenti molto più banali, per non dire indisponenti. Ed io, da italiana, sapendo che al suo posto avrei probabilmente fatto lo stesso, non ho potuto far altro che sbuffare sonoramente odiandola per il riposo negato.

Perché dopo poco che siamo all'estero da un lato cerchiamo i connazionali per sentirci a casa e dall'altro diventiamo insofferenti verso i nostri comportamenti tipici? Perché quando poi torniamo in Italia in vacanza da un lato abbiamo l'agenda piena d'incontri ed uscite e dall'altro sbuffiamo per qualsiasi inconveniente che costituiva la nostra quotidianità prima di partire? Nemmeno Freud ci avrebbe capiti!

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