Saturday, September 24, 2011

German Tour 1

Non si può definire altrimenti un viaggio di tre settimane passando nell'ordine da Freiberg-Dresda-Berlino-Vienna (ritorno per 3 gg.)-Windischeschenbach. Viaggio di lavoro ma anche per divertimento e turismo. Vi terrò aggiornati con il mio diario di viaggio!

I giorno: il giorno più lungo, Vienna-Freiberg

La via più breve tra Vienna e Freiberg sarebbe tramite Praga e quindi Dresda, invece la sottoscritta, potendo chiedere il rimborso solo da e per Berlino ed essendo più economico prenotare un volo di andata e ritorno che solo ritorno, ha pensato di prendere un aereo fino a Berlino e poi proseguire in treno. Idea fantastica, se non fosse per la tempistica: volo da Vienna ore 7.15, ossia sono uscita di casa alle 4.30 di notte per prendere il primo CAT a disposizione. Alla stazione del CAT si può fare già il check in e viene ritirata la valigia, temevo non arrivasse a destinazione, invece sì! Fantastico! A Tegel i bagagli del nostro volo sono stati consegnati su un carrello adiacente al gate, evitando peregrinazioni per l'aeroporto. Fantastico bis! Le peregrinazioni ho comunque dovuto farle per trovare la fermata dell'autobus. Alle 9.30 ero già all'Hauptbahnhof, una meraviglia dell'architettura moderna, un trionfo di scale mobili e vetrate con praticamente due stazioni sovrapposte ed in mezzo un centro commerciale. Si trova nel cuore di Berlino, con spiagge private sulla Sprea e vista su Alexanderplatz, Reichstag e Potsdamerplatz. Il treno prenotato partiva dopo ben 4 ore, ma mi sono goduta la bella giornata autunnale (a Berlino il cielo non era sempre grigio?ma stavolta ero a Ovest).
Il viaggio in treno attraverso il Brandeburgo e la Sassonia è stato delizioso, esplorando una Germania diversa dalla Baviera, ma altrettanto affascinante. La stazione di Dresda è una delizia, anche di dolci sassoni, mentre quella di Freiberg… ha solo due binari. Con tutto il rispetto, la stazione di Castelfranco è più grande. Freiberg, per quel che ho visto, è una tranquilla cittadina universitaria. Le case sono storiche, evidentemente non è stata demolita dai bombardamenti come Dresda ed evidentemente il regime socialista della DDR non ha avuto ragione di costruire casermoni grigi, che sono più accettabili alla vista dopo 20 anni dalla caduta del muro, ridipinti e con delle piccole decorazioni architettoniche. La pensioncina è proprio "ina", ma allo stesso tempo diverte vedere esposte collezioni di modernariato di cui il proprietario è orgogliosissimo. Ha voluto personalmente spiegarmi come usare il televisore (col tubo catodico, altro che plasma!) con il decoder per la parabola, insomma… come hanno i miei a casa. Per tacere dello stereo-mangianastri. Lussi che 20 anni fa erano davvero in pochi a potersi permettere, senza destare i sospetti della Stasi, magari. 
Ora di cena, un leggero languorino, chiedo alla padrona dove potrei andare… e mi suggerisce un ristorante italiano!!! Alla fine ho dovuto ripiegare lì perché tutto il resto era chiuso o troppo "taverna di paese", non ho mangiato male e mi sono pure divertita, con un cameriere tedesco che mi parlava in italiano e quello italiano che parlava tedesco. Mi ha fatto pure ridere il fatto che il tedesco diceva "la signora hat… bestellt". Io che in Italia m'inviperivo se mi chiamavano signora, dopo aver sopportato l'appellativo Frau Doktor in Austria, risentire il "signora" mi diverte! Al ritorno ho conosciuto la mia compagna di stanza, una giovane dottoranda russa che parla poco o niente l'inglese. In compenso i due di Berlino che conoscevo mi hanno invitato per una birra… ma ero già in pigiama… dopo la levataccia devo recuperare e domattina ci si sveglia alle 6, colazione alle 7.30 e poi dalle 9 alle 18 corso al microscopio! a domani!

II giorno: si comincia!
Dopo la sveglia di buon mattino, ci siamo ritrovati nella pensione per la colazione, così ho iniziato a conoscere gli altri partecipanti al corso. Dopo una tranquilla passeggiata attraverso il centro di Freiberg siamo arrivati al Campus ed abbiamo incontrato il Prof. La giornata è volata tra presentazioni (siamo in 19, 17 esterni e 2 interni), organizzazione della settimana, lezioni (lo scire intero sulla vulcanologia condensato in un giorno!), coffee-break, pranzo in mensa, due chiacchiere, etc. e si è conclusa con una grigliata alle spalle del dipartimento, con l'insalata di patate preparata dalla moglie del Prof. È una tradizione tipicamente tedesca, ma adorabile! Direte, non è vero, anche da noi si usa… sì, ma non alle 18.30, con mega wurst e senape, kartoffelsalat e cetrioli! Alle 8 la cena era già terminata e ci siamo divisi, io sono rimasta nel gruppo con i tedeschi, una britannica ed una danese (sempre con i nordici!), e ci siamo infilati in un piccolo e fumoso locale tipico ove vendono la birra (0.5 L) per €1,70!
Nota: è la prima volta che ad un corso all'estero non trovo altri italiani! C'è addirittura un argentino e poi valanghe dal nord-est europa (Germania, Ungheria, Rep. Ceca, Slovacchia, Danimarca, etc.). La cosa mi colpisce sul piano umano perché non ho nessuno con cui parlare la mia lingua (ma è anche un bene, così sono costretta a confrontarmi con gli altri) e sul piano scientifico perché credo che questo corso sia più unico che raro (chi si ricorda più del buon vecchio microscopio ottico che tante informazioni può dare?). Spero che il corso diventi un'istituzione, che si ripeta negli anni prossimi, in modo da farne pubblicità, come avvenuto per altri corsi organizzati da piccole università, e che in futuro si riempia di Italiani!

III giorno
Mattinata iniziata presto con una passeggiata per le vie del centro per fare qualche foto, assieme alla mia compagna di stanza. Poi ci siamo immersi nella teoria fino al pomeriggio quando siamo finalmente passati alla pratica, guardando lave ed affini al microscopio ottico. Povero Prof.! Alla fine credo fosse veramente stanco morto, tutto il giorno in piedi, parlando inglese, tedesco o spagnolo, sempre gentile e disponibile. Prima di cena un ulteriore giro per le viuzze di Freiberg con le ragazze ungheresi, un internet point e poi una pizza pseudo-italiana. Dopo cena avrei voluto lavorare un po', ma ero davvero troppo stanca.

un lato del municipio che mi ricorda la Baviera
Nota 1. Gli Ungheresi sono davvero unici in Europa, parlano una lingua che non somiglia a nessun'altra di quelle vicine, hanno ancora una sana educazione vecchio stile che comprende anche la religione ma sono proiettati nel futuro. Interessante notare che loro hanno fatto una guerra contro gli Asburgo per l'indipendenza, che sono stati i primi a "liberarsi" dalle costrizioni del regime socialista e che ora non rimpiangono affatto quel periodo, a differenza di molti tedeschi dell'Est…ma non si può generalizzare ed io non sono una sociologa.

Nota 2. Il capo mi ha veramente rotto! Andare a scrivere un poema fissandosi su uno spazio dimenticato tra punto e nuovo paragrafo oppure su una citazione di geologia che lui non conosce e non fregarsene del contenuto! Senza contare che a quel convegno ci saranno due talk praticamente identici, con l'unica differenza che uno sarà preparato da un navigato dottorando, che è stato sul terreno, supervisionato da un padre-professore di lunga esperienza ed aiutato da uno studente e da un team di scienziati, l'altro sarà di un pallone gonfiato che sfrutta il lavoro di una post-doc ignorante in materia che deve lottare per avere un'analisi fatta. Questa non è scienza, mi dispiace, non ci sto a continuare così! Devo trovare una scappatoia ed andarmene, mandandolo definitivamente a quel paese!

Nota 3. Prima di partire avevo postato su Fb una foto di me divertita che mi provavo un dirndl (vestito tradizionale viennese? tirolese? boh). In pochi giorni ho una sfilza di commenti che non finisce più e non ho nemmeno comprato il vestito perché non era esattamente della mia taglia e non sapevo in che occasioni avrei potuto indossarlo. La cosa mi ha fatto decisamente ridere, soprattutto quando si è scatenata una simpatica diatriba sul fatto che indossare quel vestito suggerisca un desiderio di appartenenza al paese ospite. Ribadisco, non ho comprato il vestito, ma anche se l'avessi fatto non implicherebbe affatto un mio desiderio di rinnegare la mia italianità. Resta una loro tradizione, mi posso anche divertire per una sera facendo finta di far parte del loro mondo, ma non lo sarò mai, nemmeno lo volessi.

IV giorno: Terra Mineralia 
Altra passeggiata mattutina per comprare dei francobolli con l'automatico, visti gli orari delle poste. Nonostante abbia interpellato ben 3 tedeschi, nessuno ha saputo dirmi con certezza quanto costi un francobollo per una cartolina da spedire in un altro paese d'Europa. Nemmeno l'automatico aveva la risposta, così, ho rinviato l'acquisto.
Altro giorno di corso e di sfoghi con i colleghi berlinesi, che conoscono il boss. Dopo la pratica al microscopio siamo andati, guidati dal Prof., a visitare il locale museo di minerali frutto di una collezione privata e della buona volontà di un governante che ha così valorizzato il castello della città, altrimenti abbandonato. Freiberg è una bella cittadina che non sembra essere stata distrutta dai bombardamenti durante la guerra, ma gli oltre 40 anni di regime avevano ingrigito tutto. Ci sono cantieri ovunque, come a Berlino, in 20 anni hanno già fatto molto. Dopo il museo siamo andati a mangiare in una birreria-ristorante ceca davvero graziosa, con buoni piatti a prezzi normali (ovviamente la birra qui è più economica che a Vienna). Infine a letto presto, sia per la stanchezza, sia per il freddo accumulato mangiando nel "giardino" del locale.

V giorno: Silbermann 
Giornata regolare, che dopo l'esperienza di varie torte sassoni nella tradizione di Freiberg, è stata coronata da un concerto d'organo nel duomo, sui due celebri strumenti  Silbermann, cui ho assistito assieme ad una metà di partecipanti al corso. La sensibilità per la musica e magari anche la capacità di suonare uno strumento per un geologo o qualunque scienziato non sono visti come una rarità o una eccentricità all'estero. Il Prof. B. canta nel coro del duomo e sono "solo" 11 anni che vive in questa città! I dettagli musicali nell'altro blog.

VI giorno: fine di un'esperienza 
Ultimo giorno di corso. Al mattino abbiamo lasciato la pensione ed i simpatici padroni che si preoccupavano sempre che avessimo abbastanza cibo a colazione. I due berlinesi (uno dell'est ed uno dell'ovest, l'unione fatta persona) hanno gentilmente portato i bagagli con il loro furgone all'università, evitandoci la scarpinata. Foto di gruppo, consegna degli attestati, ultime domande, discussioni scientifiche, scambi di contatti Fb con la promessa di non perdersi di vista, e via, ognuno per la sua strada, anche se più di qualche persona e qualche chiacchierata non si dimenticheranno tanto facilmente.
modellino alla stazione di Dresda
Ho preso un treno per Dresda assieme alla compagna di stanza russa. Un regionale che ha impiegato quasi un'ora per fare 35 km! Mi ha preoccupato vedere la controllora girare assieme ad un poliziotto armato, ma forse è la prassi del venerdì contro gli ubriachi. A Dresda ho salutato la compagna di corso e sono volata a prendere il tram che dopo tre quarti d'ora di cui 15 minuti con panorama sul centro città, 15 minuti di periferia da DDR ed altri 15 minuti di binario unico in mezzo ai boschi ed in collina, mi ha lasciato alla stazioncina di Fuchsberg. Ci ho messo un po' per orientarmi ma finalmente ho trovato la pensione. Si trova in un tranquillissimo quartiere residenziale con case singole, contornato da prati e boschi. La pensione è anche un ristorante specializzato in cacciagione. Fortuna che non sono un'animalista delicata altrimenti avrei fatto un colpo a vedere pelli di cinghiali e corna di cervi appese ovunque! resto comunque contro la caccia, ma non disprezzo l'eccezione una volta all'anno. La mia stanza è enorme, tranquilla, dotata di tutti i comfort e soprattutto la connessione internet! Per il prezzo che pago è fantastica! Sono stanchissima! Buonanotte!
 
 
 

Thursday, September 22, 2011

Alterazioni: intro

Da lungo tempo volevo lasciare a memoria imperitura una selezione dei miei scritti per "Alterazioni", il giornale del conservatorio Pollini di Padova, che ho visto nascere e crescere. Ho pensato a lungo su quale blog, visto che tratta di musica, ma non solo, ed in quale forma pubblicare gli articoli, se tutti in serie oppure in post separati. Alla fine ho optato per pubblicarli in post separati, ognuno con il suo titolo, ma giocando con l'orario di pubblicazione in modo che appaiano tutti dopo questo cappello introduttivo. Ah! Ho scelto questo blog perché, sebbene riguardino la mia vita musicale, contengono accenni anche alla vita geologica, quindi sono perfettamente in tema. Buona lettura!

Alterazioni: don Totò, il buon fattore ed il terreno sul mare


DON TOTO’ Molto tempo fa esisteva un proprietario terriero che possedeva praticamente mezza Sicilia. Tutti lo conoscevano come don Totò, infatti il suo nome di battesimo era Salvatore, lo stesso di suo nonno e del nonno di suo nonno. In paese era temuto da tutti perché aveva il potere di dare la vita dando un pezzo di terra da coltivare a coloro che gli erano simpatici, per poi guadagnandoci sul frutto, e la morte togliendo tutto a chi non gli andava a genio. Di terra lui non ci capiva proprio nulla, ma aveva appezzamenti dovunque e ne era gelosissimo. Possedeva anche un modesto campo vicino al mare. Era un campo piccolo, dal terreno sabbioso e poco produttivo, ma in cui miracolosamente sopravvivevano due alberi d’arance che facevano solamente 2 arance l’uno all’anno, le più dolci di Sicilia. Don Totò l’aveva ereditato e non ci si era mai affezionato. Lasciava che quelle 4 arance gliele rubassero i ragazzini e che il terreno rimanesse incolto.

IL BUON FATTORE Nello stesso paese di don Totò viveva anche un giovane buon fattore, che aveva studiato tutte le piante della Terra ed i migliori metodi per coltivarle con i sapienti del suo tempo di ogni parte del mondo. Era conosciuto in paese per la sua scienza, tanto che gli altri fattori facevano al coda per chiedergli consigli su come far guarire le piante senza perdere il frutto, e non voleva nulla in cambio. Con enormi sforzi era riuscito ad avere un suo terreno, non molto grande e dalla terra dura come roccia, ma, come amava ripetere, non era alle dipendenza di nessuno. Lavorando duramente era riuscito a trarre molti frutti da quel suo ammucchio di sassi ed al mercato faceva aspra concorrenza a don Totò. Don Totò invidiava la sua abilità nel rendere produttivi terreni sterili e la buona fama di cui godeva in paese, per questo lo detestava e cercava in tutti i modi di fargli perdere la poca terra che aveva, senza mai riuscirci e mangiandosi la bile per la rabbia.

IL TERRENO SUL MARE Un giorno il buon fattore disse alla moglie- don Totò ha un piccolo terreno vicino al mare che gli frutta solo 4 arance all’anno. Sono sicuro che lavorandolo un po’ potrebbe produrne centinaia e di ottima qualità. Il terreno è piccolo ed abbandonato e forse me lo venderà per pochi soldi- Così andò a domandare a don Totò quanto voleva per quel fazzoletto di terra. Don Totò gli rispose che non era in vendita, men che meno a lui. Allora il buon fattore, dispiaciuto che un buon frutto andasse perso, propose a don Totò di lavorargliela gratis, solo per la soddisfazione di renderla produttiva. Don Totò, roso dall’invidia rispose-Ma chi ti credi di essere, Dio forse? Come ti permetti di dire che quel terreno sterile possa produrre qualcosa? La terra è mia e la conosco. Vattene e non farti più vedere sui miei terreni!- Amareggiato il buon fattore tornò a casa e riferì alla moglie il modo in cui era stato trattato. Ogni giorno andava a vedere la terra vicino al mare e si fregava le mani dal lavoro che ci sarebbe stato da fare, ma poi se ne andava sconsolato. Un giorno la moglie, non potendone più di vederlo così afflitto, gli disse- So quello che ti ha detto don Totò, ma so
anche che quella terra soffre a non essere curata. Sembra che stia urlando aiuto con quelle 4 arance all’anno. Valla a lavorare di nascosto, quando don Totò vedrà che non è sterile come pensava ti ringrazierà del lavoro e forse poi te la venderà.- Così il buon fattore iniziò a dare qualche rassodata ed a fare innesti. Raramente, però, perché prima aveva la sua terra da coltivare e con quella ci campava. Lentamente iniziavano a spuntare nuove piante di arance, della stessa famiglia dei due aranci miracolosi. Continuando così il raccolto prometteva bene...

EPILOGO Un giorno d’autunno, passando per i suoi terreni, don Totò si trovò casualmente lungo il mare e vide il terreno sterile pieno di aranci. Quasi non lo riconosceva! Incuriosito si avvicinò. Da miscredente quale era non credette al miracolo e capì subito cos’era accaduto. Si arrabbiò moltissimo, perché il buon fattore aveva osato mettere piede su un suo terreno nonostante il perentorio divieto. Tornò nella sua villa livido di rabbia. Denunciò immediatamente il buon fattore per violazione di proprietà privata e poi mandò dei ragazzi a spargere sale sul terreno sul mare, in modo che non ci crescesse più nemmeno l’erba. Il buon fattore venne arrestato, ma dopo una grande cagnara in paese e per la mancanza di prove del reato, il buon fattore venne presto rilasciato. Amareggiato per quanto era successo decise di andarsene sul continente ove la sua scienza veniva apprezzata. Nel terreno sul mare in breve tempo tutti gli aranci si seccarono, compresi i due miracolosi e la terrà divenne dominio di sterpi e serpi. Tutti la considerarono un luogo maledetto e nessuno volle più metterci piede. Don Totò morì alcuni anni dopo, roso per aver perso i due aranci miracolosi ma felice di aver mantenuto il suo potere, e le sue gesta si narrano ancora oggi in terra di Sicilia.

MORALE: Non si tratta di un racconto popolare siciliano, ma di una trasposizione metaforica di recenti eventi accaduti in conservatorio. Ovviamente la storia è stata modificata per motivi narrativi, ma il senso è egualmente chiaro. Don Totò rappresenta il classico insegnante anziano più di testa che all’anagrafe, che tratta gli allievi come fossero proprietà privata, sfruttandoli per quello che danno senza fatica ed abbandonandoli a se stessi se necessitano di lavoro e pazienza o non si comportano secondo le loro regole; il buon fattore, invece, rappresenta un giovane insegnante, ancora pieno di entusiasmo per la professione e che si sacrifica per il bene
degli allievi, ma che rischia di scontrarsi con i colleghi per le innovazioni portate e per i
successi raggiunti; il terreno sul mare è uno dei tanti allievi che a causa di una situazione problematica non è riuscito ad esprimere le proprie potenzialità e che poi resta rovinato per sempre. Per fortuna la vita ha portato alla ribalta casi che si sono conclusi positivamente, ma chissà quanti ignoti allievi sono andati perduti...

Alterazioni: lettera aperta


Cari Maestri di conservatorio e cari docenti universitari,
chi vi scrive è una delle tante persone vive con un piede in due staffe: il CONSERVATORIO e l’UNIVERSITÀ! Dai tempi delle superiori gli insegnanti di entrambe le parti mi chiedono insistentemente di fare una scelta, perché ritengono sia impossibile studiare due cose contemporaneamente. Per sfida e per passione mi sono sempre rifiutata di scartarne una a favore dell’altra, ma ora sono arrivata ad un punto cruciale per entrambe (il dottorato da una parte ed il diploma dall’altra) e le riforme scolastiche in atto mi costringono a decidere in cosa voglia specializzarmi o meglio cosa voglia fare “da grande”! Ormai condivido con poche persone una decisione così importante: ai Vostri tempi il problema non si poneva perché fare i musicisti era una professione che garantiva la pagnotta, mentre nel futuro prossimo l’equiparazione del conservatorio all’università e le nuove leggi sull’incompatibilità tra facoltà impediranno a qualcun altro di dedicarsi seriamente allo studio di scienza e strumento!

La musica. E’ una passione travolgente, con le sue esplosive gioie e le sue lacrimose crisi. In questi anni ha favorito la mia maturazione e mi ha fatto superare la mia timidezza, ma mi ha anche rivelato l’ipocrisia e la rivalità dominanti in conservatorio. La musica mi ha dato le più grandi gioie con l’amicizia di persone di ogni età e ragione sociale che provano piacere nel condividere opinioni e conoscenze, e le più grandi delusioni, con la frustrazione di chi non riesce a superare certe difficoltà tecniche-esecutive o con la rabbia per chi la musica la pretende senza capirla (committenti vari).

La scienza. E’ un amore solido e tranquillo, paragonabile alla vita matrimoniale, in cui le emozioni sono più misurate, dal moderato entusiasmo all’imbarazzo, senza picchi isterici in negativo od in positivo. Lo studio regolare mi ha dato il sapore dolce della soddisfazione proporzionata allo sforzo, la curiosità crescente mi ha portato ad un buon rapporto con la tecnologia e con i colleghi, la comunità scientifica mi ha fatto sentire veramente cittadina del mondo, ma l’ambiente universitario si è rivelato geloso delle proprie conoscenze, dominato solamente dal proprio tornaconto, tutto preso da una ricerca infinita di fondi.

Cari insegnanti, avevate ragione sulla difficoltà di vivere due vite, non potete nemmeno immaginare i salti mortali che ho dovuto fare per incastrare gli orari delle lezioni in università e conservatorio, le corse da un edificio all’altro a piedi, in autobus od in treno, l’ansia per i ritardi inevitabili e la tristezza nel vedere quanto il tempo dedicato allo studio, una volta diviso tra le due discipline, fosse scarso! Non potrete mai condividere i laceranti conflitti interiori nell’accorgersi che ormai una decisione bisognava penderla... ma ora ho scelto cosa fare “da grande”: farò quello per cui ho studiato all’università! Questo perché riconosco i miei limiti in campo musicale, perché alla mia età devo pensare a qualcosa che mi garantisca il pane e soprattutto perché la tranquilla quotidianità della vita scientifica mi fa sentire meglio! Con ciò non pensiate che abbandoni la musica! Come eminenti personaggi del passato recente (Borodin, chimico e compositore; Einstein, fisico e violinista; Schweitzer, medico ed organista; Ramsey, geologo e violoncellista, tanto per citarne alcuni) e più umilmente come molti altri colleghi di conservatorio, farò di tutto per continuare dignitosamente gli studi musicale, pur se nei limiti dettati dalla mia scelta. Rinunciarvi proprio adesso sarebbe amputare una parte di anima! Continuerò a studiare, senza disperarmi per le mie limitate capacità, apprezzando i piccoli successi quotidiani, accettando tutte le occasioni che mi verranno offerte di fare esperienze musicali diverse, proporzionate alle mie capacità ed al tempo a mia disposizione. Questa scelta non è un’ammissione di fallimento, anzi è un segno di maturità, che ho raggiunto proprio grazie alla musica.

Lo scopo di questa lettera è che Voi tutti comprendiate lo strano comportamento di tutti coloro con i quali condivido la scelta. Se ci presterete un po’ di attenzione, vi accorgerete quanto avere la mente divisa tra due anime sia un vantaggio ed un arricchimento per entrambe le discipline piuttosto che una perdita di tempo ed una dispersione di energie, come avete sempre sostenuto. Ora tocca a Voi fare di tutto perché almeno questi ultimi esemplari di scienziati musicisti sopravvivano e possano portare la loro indispensabile testimonianza alle nuove generazioni. E’ arrivato il momento di smettere di nascondere  le proprie scelte e di mostrarle e spiegarle affinché vengano comprese e condivise. 

Vi ringrazio per Vostra cortese attenzione che ha dato ragione di esistere a questo accorato appello corale! Con immutati affetto e dedizione
Lidia e gli altri

Alterazioni: intervista a... J.S. Bach


Sull’eco delle “interviste impossibili” recentemente riprese da Radio3... ecco quello che avremmo sempre voluto chiedere e che non abbiamo mai avuto occasione di fare.

L.P.: Sono emozionantissima. Per la prima e penso unica volta nella mia vita avrò l’onore e l’onere d’intervistare il più grande musicista di tutti i tempi: J.S.Bach. La ringrazio d’aver accettato questo incontro. Mi scuso perché il giornale è distribuito solo all’interno del conservatorio di Padova, ma le assicuro che avrà una grande diffusione tra i musicisti, giovani nel corpo e nello spirito, che l’ammirano e la seguono da anni.
J.S.Bach: Sarà un piacere per me rispondere alle sue domande.
L.P. Inizio subito. Non voglio sapere nulla della sua vita, già in tanti hanno dato fondo alla fantasia ed alle biblioteche per scrivere sue biografie... a proposito ce n’è qualcuna che le piace particolarmente o che si avvicina di più alla realtà?
J.S.Bach: (ridendo) No, nessuna, ma mi divertono molto... è come leggere un oroscopo a posteriori. In realtà la morbosità che in questi tempi ossessiona i “fan” nel conoscere i minimi dettagli della vita privata dei “famosi” mi sembra le medesima di alcuni studiosi che tentano di ricostruire come suonavo o come pensavo le mie composizioni! Paradossalmente, se sentiste come suonavo potrebbe non piacervi nemmeno! (ride)
L.P. Mi perdoni, cosa intende dire? Non le fa piacere che qualcuno si occupi di come sentivano la sua musica ai suoi tempi? Cestinerebbe anni di ricerche e pile di incisioni “filologiche”?
J.S.Bach: Sinceramente la filologia, così com’è intesa, mi sembra un po’ sterile. Dopo quasi 4 secoli è praticamente impossibile ricostruire non solo lo strumento e la pratica musicale del tempo, ma anche la diversa collocazione nella vita quotidiana, la diversa sensibilità musicale di chi ascolta, la diversa concezione teologica per la musica da chiesa e via dicendo. Mi sembra un progetto destinato a fallire in partenza... e poi, con quale scopo?
L.P. Come? Cioè, capisco, ma non pensa che possa essere utile ripercorrere i suoi passi per comprendere tutto quello che è venuto dopo?
J.S.Bach: In questi termini posso ammettere una simile ricerca. Anch’io ho studiato chi era venuto prima di me per comporre nuova musica, ma questa ricerca era utile a me soltanto. Poi, se ben ricorda, ho sempre appreso ritrascrivendo e rielaborando le composizioni di altri, non ripetendole così com’erano. Pensi a Pergolesi, Vivaldi,... Nel caso della “filologia”, credo, potrebbe anche avere un senso “storico” per gli studiosi, per gli addetti al mestiere... ma di certo non per il grande pubblico.
L.P.: Il ragionamento non fa una piega. Rimanendo in tema, cosa ne pensa, dunque, di quelli che si collocano dal lato opposto della barricata e che eseguono o trascrivono la sua musica con strumenti iniesistenti alla sua epoca?
J.S.Bach: Penso che l’importante siano le note, non lo strumento o la tecnica. Io stesso ho rivisitato trascrivendo opere di miei illustri predecessori, adattandole per strumenti diversi da quelli per cui erano destinate. In questi secoli sia l’organo sia gli strumenti ad arco si sono evoluti e con essi la tecnica per suonarli. Magari avessi potuto avere le conoscenze e le possibilità tecnologiche che avete voi ora! Vede che sarebbe una limitazione imporre di suonare la mia musica con determinati registri (in tema di organo) o strumenti o con una determinata diteggiatura ... tanto, come ho detto prima, è impossibile “sentire” come 3-4 secoli fa.
L.P. Se ho colto il Bach-pensiero, Lei non è affatto dispiaciuto dalle reinterpretazioni dei suoi brani in stile swingle, jazz o disco?
J.S.Bach: Non esageriamo, piaceva molto anche a me sperimentare ed alcuni sperimentazioni di questi tempi sono molto belle, penso per esempio agli Swingle Singers... ma nessun compositore gradirebbe certe storpiature “tecno” o simili. Tornando agli Swingle Singers, se ci pensa la musica per organo in origine era esecuzione strumentale di musica vocale, loro, invece, cantano la musica strumentale. Veramente divertente! Altri utilizzi in tempi recenti, con sovrapposizioni di canzoncine pop ai miei preludi e via dicendo non mi sembrano parimenti geniali. Al pari dell’idea di quel tale signor Gounod nella “sua” Ave Maria. A mio modesto parere, il MIO preludio era completo e perfetto così com’era, non c’era bisogno di aggiungere altro!
L.P. Non se la prenda, la prego, ha perfettamente ragione. Deve anche capire, però, che quell’Ave Maria è diventata parte della nostra storia da quando si è iniziato a cantarla in occasioni particolari... tipo i matrimoni... Se non ci fosse stato questo passaggio ben in pochi conoscerebbero il suo preludio. E cosa ne pensa del binomio Bach-Jazz?
J.S.Bach: Il jazz merita un discorso a parte. Spinge molto sull’improvvisazione e questo si faceva anche ai miei tempi. Anche allora si facevano le competizioni d’improvvisazione, si ricorda quando Marchand scappò per la paura del confronto? In realtà nessuno saprà mai se scappò o semplicemente non ci incontrammo... Di questi tempi non hanno inventato nulla che non ci fosse già. Per improvvisare bene bisogna saper suonare bene e conoscere la musica meglio delle proprie tasche, da questo punto di vista stimo molto i jazzisti. Certo, i canoni stilistici sono cambiati.
L.P. Sono sempre più curiosa, per un compositore come Lei, com’è sentire la propria musica suonata da così tante persone?
J.S.Bach (sorridendo): mi creda, a volte mi prudono le mani e mi verrebbe voglia di suonare al posto loro. specialmente quando si tratta di studenti poco talentuosi... ma in genere sono estasiato dal sentire quali cose sono in grado di tirare fuori dalla mia musica. Che rimanga tra noi, il compositore a volte certe cose nemmeno le pensa ma poi se ne vanta quando gliele attribuiscono.
L.P. Si fidi, non lo dirò a nessuno. Cambiando completamente discorso e passando più al privato, i suoi figli hanno preso una piega diversa dalla sua. Quattro-cinque sono diventati dei celebri musicisti ma nessuno ha raggiunto la Sua fama o la sua capacità, o almeno così pensiamo oggi, anche se ai suoi tempi, forse, la fama di C.Ph.E. l’aveva fatta dimenticare.
J.S.Bach: I figli sono un dono del Signore, se poi sono bravi è un regalo doppio. Ho una grande ammirazione per tutti i miei figli ed è stato un grande dolore quando qualcuno è mancato prima di poter manifestare al mondo le proprie doti. Purtroppo i tempi erano diversi. Come tutti i figli mi hanno dato qualche dispiacere e hanno considerato la mia musica superata, hanno preferito seguire la moda del momento, ma hanno anche saputo prevedere lo stile che si sarebbe sviluppato. Hanno preparato il terreno per il signor Mozart. un vero talento che mi sarebbe piaciuto avere come allievo. Pur avendo
scherzosamente celebrato il funerale del contrappunto, ha dimostrato di saperlo maneggiare con grande maestria!
L.P. Giusto! Ci sono stati altri musicisti che avrebbe voluto avere per figli?
J.S.Bach: Oltre a quelli che ho avuto già? Lei è giovane, ma guardi che non è facile stare dietro a tutta quella marmaglia finché cresce! Musicalmente parlando sono tanti, ma una menzione particolare la merita Mendelssohn per il suo affetto filiale nei miei confronti. Già è difficile essere amati ed apprezzati dai propri figli, figurarsi ad un secolo di distanza da giovanotti che non ti hanno mai conosciuto!
L.P. Sono commossa... ma anche dispiaciuta perché il tempo a nostra disposizione è terminato. Avrei ancora migliaia di domande da porLe ma già quelle cui ha risposto ci daranno da pensare per un bel po’. Un’ultima curiosità, com’è rito di questa rubrica: cosa ne pensa del nostro giornale?
J.S.Bach: A dire il vero faccio fatica a leggerlo, vista la mia età, i problemi alla vista e la dimensione dei caratteri! Me lo faccio leggere da Anna Magdalena e lo trovo molto ben fatto. Un buon posto dove togliersi i sassolini dalle scarpe, come ho fatto anch’io. Unica critica, se qualcuno di voi mettesse lo stesso impegno nello studio della musica...
L.P. Ho capito, grazie, riferirò! Un ringraziamento speciale da tutti noi per la sua musica, con cui quotidianamente, per passione o per obbligo, piangiamo e gioiamo. Grazie!

Alterazioni: il conservatorio Cipollini


Non illudetevi, il celebre ciclista non ha fondato un istituto musicale, ma si tratta del nome che qualche buontempone ignorante ha affibbiato al nostro amato conservatorio. Consoliamoci, non siamo i soli ad avere di questi problemi... Quale musa avrà ispirato coloro che hanno dato i nomi ai conservatori d’Italia? Credo sia stata Sprovvedutezza, visti i risultati.

Il conservatorio di Padova è stato dedicato a Cesare Pollini, egregio pianista e direttore dello stesso negli anni che furono (ved. articolo sig.ra Massaro sul num.1). Per fortuna un’insegnante di storia si è presa la briga di spiegarci chi fosse questo Pollini, altrimenti pure noi studenti avremmo continuato a non conoscere altro di lui che il calco delle mani e l’aspetto severo del ritratto di fronte alla biblioteca. A parte le scarne notizie sul sito del conservatorio, pure Google e la Garzantina si arrendono di fronte a questo emerito (quasi) sconosciuto. Non c’è da stupirsi, quindi, se tutti scherzano più o meno seriamente col nome del conservatorio: Cipollini, Polli(ci)ni, “conversatorio” Pollaio, dei Pòllini, etc. Mi domando, ma Padova non ha dato i natali ad altri musicisti, magari più famosi del caro Cesare? Non ne ricordo molti, ma pensate come avremmo potuto riempirci la bocca con un Prosdocimo de Beldemandis. Assaporatene la musicalità, la pomposità ed il gusto antico. Mi sono diplomato al conservatorio Prosdocimo de Beldemandis. Senza pescare nomi arcaici si poteva ricorrere ad Arrigo Boito (nome dato al conservatorio di Parma, per rispetto a Verdi, immagino!). Ha scritto un’opera sola ma è pur sempre stato un gran librettista ed un personaggio del mondo musicale più conosciuto in giro e soprattutto dal cognome meno spendibile in variazioni spassose. Sorvoliamo sulla candidatura di Oresta Ravanello che, pur essendo più noto come compositore di C.Pollini, ha un cognome ancora più risibile...

Villa del cons. A. Steffani
Come dicevo, non siamo soli nella disgrazia... basta pensare al resto del Veneto. Chi diavolo sarà stato Venezze a Rovigo? Un semplice mecenate! E Buzzolla ad Adria? Ignoro pure Pedrollo di Vicenza e Dall’Abaco di Verona. Castelfranco, più intelligentemente, ha scelto Steffani, cui ha dato i natali, musicista di fama internazionale qualche secolo fa, consolidando la sana tradizione di vantarsi dei personaggi famosi; vedi ad esempio il conservatorio Vincenzo Bellini di Catania! Vi aspettate forse che almeno Venezia brilli nel firmamento delle stelline? Macchè! Invece di coronare il sogno di Vivaldi, che diresse un conservatorio ante litteram e che ha dato il nome al conservatorio di Alessandria (assurdo!), hanno scelto il modesto Benedetto Marcello. I Gabrieli si staranno rivoltando nella tomba a cori battenti! Galuppi starà assordando gli angeli con vocalizzi acuti e ripetizioni eterne. Pure il fratello Alessandro Marcello si sentirà privato di un titolo che avrebbe meritato, almeno per la risonanza cinematografica del suo concerto rimaneggiato da Bach!

Visto che l’erba del vicino è sempre più verde... proviamo a dare un’occhiata all’estero... In Germania, a Lipsia l’istruzione musicale superiore porta il nome di Mendelssohn (che vi ha lavorato per anni ed ha fatto costruire il monumento a Bach, non solo di bronzo), a Weimar di Liszt (di cui rimane l’abitazione-museo); a Dresda di von Weber e a Düsseldorf di R.Schumann, ... ma sembra che siano preferiti i nomi geografici (scuola di tal città) e che siano state completamente snobbate le tre grandi B: Bach, Beethoven e Brahms. Atteggiamento simile hanno assunto gli austriaci, in cui non figura alcun conservatorio dedicato a Mozart, Schubert etc., ma nemmeno agli autori meno noti, così gli Strauss non potranno lamentarsi di essere considerati compositori minori per operette e valzer! Idem in Francia, a parte un’isolata scuola dedicata a Vincent d’Indy...

Scusate, forse sbaglio a cercare il nostro modello in Europa... l’Italia da che mondo e mondo ha sempre copiato esclusivamente da un paese: gli Stati Uniti! Paese che, vista la vastità, nonostante la recente scoperta, ha dato i natali a tantissimi grandi musicisti, come ad esempio... beh! scusate! al momento non me ne vengono in mente molti, a parte quelli del novecento...ma non importa, gli americani del nord avranno attinto ai nomi europei visto che loro conservano un sacco di autografi di Bach & Co. Absolutely no! Anche loro si parano dietro ad un freddo nome burocratico. 

Ebbene, i padri fondatori della musica occidentale possono riposare tranquilli. Tutti strimpellano le loro musiche ma nessuno potrà vantarsi di aver studiato in un istituto che porti il loro nome, come a dire che nessuno potrà dire di essere stato suo allievo. Al contrario tutti potremmo un giorno raccontare di aver studiato musica per anni da Cipollini... ed i posteri comprenderanno il perché della nostra incapacità!

Monday, September 19, 2011

Croce e Delizia

L'opera riesce sempre a dire di più delle semplici parole. Croce e delizia: una vacanza in Italia. In realtà ho anche lavorato in questa settimana ed ecco una prima spiegazione del titolo del post. Non basta. Ogni visita in Italia si trasforma in croce e delizia, tristezza e gioia, scoraggiamento e speranza, odio ed amore.

Delle varie vicissitudine di questi 9 giorni, un episodio è esemplare del contrasto di sentimenti verso la mia terra. Lunedì sono passata dal nuovo dipartimento di Geoscienze. Sono andata a Padova in treno, come ho fatto per 19 anni di fila, e poi ho proseguito a piedi fino al Portello. Che stretta al cuore! Degrado ovunque, marciapiedi sconnessi, gente che cammina sulle piste ciclabili, corsie dedicate che terminano davanti a muri invalicabili, ostacoli e sporcizia, immigrati perennemente in rissa, se non spacciano alla luce del sole, auto parcheggiate selvaggiamente, pozzanghere grandi come laghi, semafori rotti o decorativi, strisce pedonali sbiadite... le notizie sulla crisi economica e politica del Paese sono in linea con quanto osservato.

Già contavo i giorni che mi separavano dal ritorno nella pur problematica ma civile Vienna, quando inaspettatamente ho incontrato in dipartimento alcuni compagni di studi. Dieci minuti di amene chiacchiere, con il botta e risposta che ha accompagnato i migliori anni della mia giovinezza, sono stati sufficienti per farmi rimpiangere l'autentico spirito italiano. Il nostro umorismo, basato su maliziosi doppi sensi ma non volgarmente esplicito, la capacità d'ironizzare anche nei tempi di crisi, l'intelligenza di cogliere uno spunto verbale del tutto casuale, il ragionamento che corre alla stessa lunghezza d'onda... Ok, non è sempre così, ma con tre persone con cui ho diviso libri e microscopi in dipartimento e rifugi e panini nelle escursioni non si può non essere in sintonia. Effettivamente i miei compatrioti hanno una marcia in più che la rigidità d'oltralpe limita fortemente.

Ed io che pensavo di non essere più in grado di provare altri sentimenti che la disapprovazione per la mia terra, la paura per l'avvenire e l'insoddisfazione per il precariato e per la difficoltà d'integrazione, dopo questa vacanza ho riscoperto l'allegria dell'istante che permette di arrivare a fine giornata non troppo angosciati da questo mondo. L'Italia non è (solamente) il paese di *** in cui qualcuno ha cercato di trasformarla, speriamo che gli Italiani che sono ancora in patria se ne accorgano presto!

Saturday, September 3, 2011

tempo perso

Il mio papà è stato obbligato a studiare musica e quando il maestro gli chiedeva che tempo fosse quello suonato lui immancabilmente rispondeva "tempo perso"! Non che la musica non gli piacesse, ma preferiva fare dedicarsi ai lavori tecnici che passare ore ad esercitarsi al piano. Io, al contrario, volevo fortemente studiare musica per una serie di eventi ho trovato parecchi ostacoli sul mio percorso, però alla fine sono riuscita a coronare il mio sogno dignitosamente. Per l'ennesima volta, però, ho voluto tentare di fare della musica una parte importante della mia vita, per l'ennesima volta fallendo miseramente.

immagine copiata da qui
È stato tempo perso ostinarsi su dei brani per un esame di ammissione, è stato tempo perso fare i salti mortali per poter toccare un organo almeno ogni 15 gg., è stato tempo perso aver preso un giorno di lavoro per fare questo esame. Beh, l'esame era diverso da quello che mi aspettavo, ma non sono state le prove inaspettate a determinare il mio fallimento, bensì quell'unica prova che contava per me, ossia suonare davanti ad una commissione. Niente da fare, uno dei tanti blocchi che non supererò mai! Visto il livello generale (al solito, noi italiano abbiamo una stupefacente preparazione teorica che copre molti campi, ma siamo carenti al livello pratico), magari l'ammissione l'ho pure superata, ma a questo punto ho capito che ho perso già troppo tempo inseguendo una chimera e non mi iscriverei alla scuola.

Non ho tempo per studiare come dovrei ed i risultati sarebbero gli stessi, deludenti, di sempre. Questo mi porterebbe solo depressione e perdita di autostima. Chissà che sia la volta buona, che mi sia finalmente rassegnata, che abbia capito che posso continuare a suonare per mio diletto, comporre per spasso e scrivere e parlare di musica ogni volta lo desideri, ma che è meglio cedere il posto a chi lo merita in scuole, corsi e chiese. Anni di lezioni un risultato l'hanno avuto, ora sono cosciente di quello che faccio mentre suono (ricordo perfettamente tutti gli errori!) e non piango più. Bene, mettiamoci una pietra sopra (da geologa) ed andiamo avanti!

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