Wednesday, December 23, 2009

Settimana a San Francisco

VIII-IX giorno: il ritorno
Per effetto del fuso orario il IX giorno sarà ridotto a poche ore, sarà il giorno più corto, da passare in aeroporto in attesa della coincidenza. Al mattino la pioggia non è cessata. Nonostante il meteo avverso sono andata al Golden Gate Park (a 7 km dall’omonimo ponte). Un museo era chiuso, un altro troppo costoso ma per fortuna il giardino giapponese era aperto e pure gratuito (i vantaggi di una sveglia all’alba)! Davvero interessante, ben curato e ricco di flora. Tornata poi al porto ho scoperto che il vecchio edificio era stato trasformato recentemente (dopo il sisma di Loma Prieta) in un grande centro commerciale di prodotti alimentari, in prevalenza italiani. Che bello! Sembrava di essere sotto il Salone a Padova! Infine sono tornata a China Town per vedere una della chiese più vecchie della città, la vecchia cattedrale. Miracolosamente sopravvissuta al terremoto del 1906 era stata poi distrutta dall’incendio che ne è seguito, ora è una missione cattolica per i cinesi. Dopo pranzo, però, stanca di camminare e stufa della pioggia, sono andata in aeroporto con largo anticipo. Qui ho incontrato altri partecipanti al convegno che si erano trattenuti un paio di giorni per visitare la città, tra cui un italo-francese che lavora in Germania. Il volo con la Lufthansa è stato di lusso rispetto all’andata con la United: posti più larghi, bagni spaziosi ed al piano di sotto (mi ha fatto un certo che fare le scale in aereo...), monitor personale con ampia scelta di film, programmi televisivi e video musicali (tra cui un edizione storica dell’Oratorio di Natale di Bach diretto da Harnoncourt per festeggiare i suoi 80 anni), cibo meno abbondante ma più di qualità, temperature più umane (con la United mi sono cotta... e mi avevano detto che avrei patito il freddo!)... e poi gli annunci in tedesco o in un inglese-tedesco perfettamente comprensibile al mio orecchia (talvolta anche in italiano... ma inascoltabile!). All’arrivo a Monaco ho avuto il primo impatto con le conseguenze del pessimo meteo in Italia, con voli cancellati e ritardi astronomici. Per fortuna Venezia aveva riaperto e dopo un volo avventuroso con un rumorossissimo aereo ad elica che ha attraversato nubi e tempeste (almeno così sembrava non vedendo nulla e ballando parecchio), per fortuna allietato dalle chiacchiere con un ragazzo friulano di ritorno dalla Cina ed una “collega” che sta facendo un dottorato in cotuteta Italia-Germania, sono finalmente atterrata a Venezia sana e salva. Miracolosamente (o forse semplicemente grazie alla Lufthansa) la valigia è arrivata integra ed è stata anche la prima ad essere scaricata!!! Questa si chiama fortuna!
VII giorno: In God we trust
Domenica, giorno del Signore, ma quella citata è la scritta che compare su ogni dollaro o frazione di esso. Per verificare la presunta fede degli autoctoni sono andata in chiesa. Ho trovato una concentrazione di chiese, dalla battista alla cattolica, dalla luterana ad una “universale” di cui non ho ancora capito la confessione. Prima di ascoltare la santa messa nella cattedrale cattolica, ho fatto un giro nella chiesa luterana, dove ho scambiato due parole con l’organista. Finalmente un organo meccanico in stile tedesco! L’organista, troppo gaio (“gay”) per i miei gusti, mi ha raccontato la storia dello strumento, non ancora terminato e fatto costruire dopo il sisma di Loma Prieta che ha danneggiato anche la chiesa. Nella cattedrale cattolica, invece, ho trovato il fine del mio pellegrinaggio organistico, ossia un Ruffatti a 4 tastiere. Alcuni maestri organari che avevano lavorato alla costruzione mi avevano suggerito di andare a vedere e sentire questo pezzettino di Padova affacciato sul Pacifico. L’organista e direttore musicale è un simpaticissimo anziano tedesco che suonando Bach e Buxtehude mi ha fatto dimenticare di essere negli USA e che l’organo era un Ruffatti (davvero sembrava tutt’altro strumento). Il resto della santa messa, molto lontana dalle nostre tradizioni, pur essendo celebrata da un sacerdote ispanico (quindi più comprensibile) mi è sembrata piuttosto teatrale, come tutti gli show religiosi o meno che popolano le tv di qui. Il coro della cattedrale contava troppe donne (20 a 3 circa) e dall’età media troppo avanzata per rendere onore alle pregevoli scelte dell’organista. I fedeli in chiesa non cantavano quasi (come in Italia) ma erano molto generosi durante le 2 collette (una per il mantenimento della cattedrale che costa circa $ 5500 al giorno - iniziare a risparmiare??? - e l’altra per l’attività musicale, che quindi non rientra nel primo conto). Da noi in genere gli organisti ed i musicisti in chiesa non sono regolarmente stipendiati, quindi nemmeno si pensa di chiedere alla gente una cosa simile... Nel pomeriggio mi sono dedicata agli ultimi acquisti sotto la pioggia, tra cui un libro usato della Partite di Bach per tastiera della Henle ed un giro in un mega centro commerciale di fronte al porto (Embarcadero). Cena nella solita atmosfera anni ‘50, ma essendo l’ultima sera qui mi sono concessa la birra locale (Anchor Steam) ed una fetta calda di apple pie. Deliziosa!
VII giorno: il bello di San Francisco
Terminato il convegno, ecco il primo giorno di vacanza. Al mattino ho preso un cable car che attraverso la nebbia mi ha portato su e giù per le colline della città, fino alla baia a Nord, a Fisherman’s Wharf. Qui le cose da vedere non sarebbero mai terminate... Alcatraz, i leoni marini, navi civili e militari (notevole la visita ad un sottomarino della II guerra mondiale, più claustrofobico di quanto immaginato dai numerosi film a tema), il museo della macchine da gioco dall’800 ad oggi (organetti, paesaggi animati, fino ai moderni videogiochi, ma terrificante che una volta pagassero per vedere riprodotte le esecuzioni capitali), il pier 39 (praticamente un paesetto del Far West - più ad ovest di così - fatto di negozi, musei e giostre costruito su un molo in mezzo alla baia), Ghirardelli Square con la celeberrima fabbrica di cioccolato, etc. etc. Dopo km a piedi avanti ed indietro per i moli, ho preso un autobus fino ai piedi del Golde Gate, il famoso ponte-porta tra oceano e baia. Un vero prodigio d’ingegneria! La bellezza dell’incontro tra natura selvaggia (alle spalle avevo il parco Presidio) ed ingegno umano è stata deturpata dal rumore del traffico (eppure si paga il passaggio sul ponte!) e dalle continue richieste di scattare foto... Continuando a camminare mi sono trovata esattamente sotto il ponte ove viene conservato un forte militare (Fort Point) costruito dagli Spagnoli ed usato dagli Americani fino all’ultima guerra. Nelle stanze era ricostruita la vita militare dell’epoca dell’oro e sono rimasta stupita nel vedere che già allora ad ogni militare era assegnato un lettone da una piazza e mezzo... Qui ho comprato un flauto di metallo con cui suonare allegre marcette militari e non solo. Il negoziante e custode del forte (riservista) aveva antenati da Pordenone, ma non parlava italiano. Al contrario di un artista di strada che parlava fluentemente 15 lingue, tra cui l’Italiano, anche se di primo acchito mi aveva scambiato per una tedesca... Dopo una coda di 1h per riprendere il  cable car, attesa alleggerita da un cantante country ed un “mago” che si è liberato dalla camicia di forza, mi sono ributtata nel traffico commerciale delle feste natalizie. Qui si decorano come alberi anche le persone! Con spille al pungitopo, abiti e berretti rossi o verdi con profili bianchi, orecchini con slitte via dicendo. Per fortuna nessuno nota come ti vesti, alla moda o meno, forse per questo qualcuno esagera nell’estrosità. Dopottutto cos’altro c’era da aspettarsi da un popolo che costruisce grattacieli praticamente sopra la San Andreas e che traccia strade rettilinee non curandosi della pendenza?!?!

V giorno: dall’Europa finta alla vera Cina
Stamattina ho disertato il convegno (le sessioni che m’interessavano erano concentrate nel pomeriggio) e sono andata a visitare il Centro Civico, ossia il complesso di edifici istituzionali della città, dal Municipio all’Opera, dalla biblioteca civica al tribunale. A parte il Municipio (la solita copia del Campidoglio di Washington che a sua volta è una copia di San Pietro in Vaticano), gli altri edifici sono un misto tra il neoclassicismo ed il post-moderno europeo. Prima di arrivare al centro civico mi sono arrampicata a Nob Hill per vedere qualche casa in stile vittoriano (sembrava Inghilterra) e la Grace Cathedral (chiesa episcopale) che è una copia in miniatura di Notre Dame a Parigi. Nulla di eccezionale, chiesa da ricordare solo per i 3 organi e per le prove del concerto di campane dei bambini. Ma non hanno uno stile proprio da queste parti, a parte i grattacieli? Devono sempre copiare l’Europa quando vogliono fare qualcosa d’importante? L’unica cosa caratteristica qui sono le strade: dritte come un fuso per chilometri. Se ne sono letteralmente fregati delle colline, così ci sono pendenza spaventose lungo la medesima via. Dalla pianta sembra un accampamento romano (per niente un quartiere si chiama Castro, ma gli antichi Romani qui non sono mai arrivati)... di persona sembra un Luna Park, complici anche i Cable Car!
Per la cena ci si è riuniti in una trentina da tutto il mondo per festeggiare il pensionamento del prof. Shimamoto. Avevo sentito molto parlare di lui dai miei capi e dai colleghi ed avevo letto molti suoi articoli, ma non l’avevo mai conosciuto personalmente finché non è passato dal mio poster. E’ un genio, ma anche un paziente didatta, uno scienziato sempre curioso ed entusiasta ed un simpaticissimo giapponese caratterizzato da umiltà, pazienza e sorriso disarmanti. Non sarebbe mai stanco di lavorare, anzi soffrirebbe a stare a casa con la moglie, per cui ha già trovato un progetto per due anni a Pechino. Questo è un vero modello da seguire!!!
La cena si è svolta nel cuore di China Town, la comunità cinese più grande al mondo fuori dall’Asia. Piatti gustosi ed abbondanti, servizio impeccabile, ma forse un po’ cara per le mie abitudini ($50)... comunque la compagnia valeva la spesa! La serata si è chiusa con una birra in un’autentica bettola stile irlandese, offerta da un simpatico e giovane prof. inglese, ove finalmente si è parlato anche di qualcosa diverso dalla geologia e dal lavoro. Ci tegno a sottolineare l’anche, perché in realtà questa birra è stata l’unica occasione di parlare dei miei progetti per l’immediato futuro con il ricercatore di cui prima. Al contrario, con il mio prof. non c’è stato modo di parlare molto, visto che oggi zitto zitto ha abbandonato il convegno per tornare a rilevare... ma prossimamente sarà raggiungibile in ufficio... spero.
VI giorno: Fine del convegno
Oggi ultimo giorno del convegno, è tempo di bilanci. A dire il vero non ne sono rimasta poi così entusiasta. L’organizzazione, ribadisco, perfetta, ma la parte scientifica, il fine ultimo dell’incontro, mi ha deluso un po’. Troppi partecipanti e troppe sessioni comportano non avere tempo di fare nuove conoscenze e tessere nuove collaborazioni, ma implicano anche non avere buone discussioni scientifiche con chi della materia ne sa più di me, perché 10’ per le presentazioni e spesso nemmeno il tempo per le domande e 100 poster da girare in 2 h... non sono certo d’aiuto! Al contrario, in un convegno più piccolo, tipo il DRT, il tema è più focalizzato, ai coffee break ci si trova sempre i soliti e si parla, spesso continuando le discussioni iniziate al termine di una sessione orale, infine i poster restano appesi per 3 gg. e c’è più tempo per studiarseli, meditarseli e discuterne con gli autori.
Mi sembra che ai grossi convegni come l’AGU a San Francisco si vada per “farsi pubblicità”, propagandando il propri lavoro, e basta! Di conseguenza le sessioni sono determinate più dalla moda del momento che dal valore scientifico: ora l’argomento in voga è la paleoclimatologia ed il resto è out. Nel mio settore ho sentito la mancanza di sessioni sulla transizione duttile-fragile o sulla localizzazione della deformazione (ormai passate di moda) ma dei petrologi mi hanno manifestato addirittura la loro difficoltà nel trovare una sessione in cui inserire il loro contributo! Il terreno è decisamente superato, ma inizia a scemare anche l’interesse per i modelli numerici, ora tutti si danno agli esperimenti. E’ brutto dirlo visto che anch’io forse sto per fare il grande passo... Come per i modelli, alcuni esperimenti non hanno alcuna relazione con la realtà geologica e non servono a nessuno! Nel mio caso, com’è accaduto con il ricercatore geofisico con cui ho collaborato per un modello numerico, io “geologa” ho fatto da tramite tra le osservazioni microstrutturali ed i parametri richiesti dal modello. Non ho intenzione di dimenticare la natura, che dev’essere il costante punto di riferimento in questo tipo di ricerca!
Mi è sembrato di assistere ad una commercializzazione della scienza, complici anche gli stand delle case editrici o di strumenti tecnici o di università che hanno bisogno di studenti per rimanere in attività. Questa atmosfera comporta anche un estremo individualismo tipicamente americano. Ognuno si arrangia e pensa solo per sè od al proprio successo, tanto che non è raro che qualcuno addirittura si tenga per sé informazioni logistiche che potrebbero tornare utili ai colleghi più sprovveduti o alla prima esperienza. Di conseguenza, mai come questa volta ho sentito la solitudine, pur in mezzo a migliaia di persone con cui avevo argomenti di conversazione. Pure gli Italiani, che generalmente fanno comunità ovunque vadano, qui sembravano evitarsi! Effetto USA???

IV giorno: pioggia orizzontale
Il clima mite di San Francisco è proprio odioso: non sembra nemmeno Natale con questo caldo! Stamattina poi c’era una pioggerellina fine che sembrava più nebbia che pioggia, ma per fortuna l’aria non era così pesante come a Padova in giornate simili. Al termine dell’impegnativa sessione mattutina (dalle 8) e della sessione poster abbreviata, sono tornata in albergo per... dormire. Già, non ho ancora preso il fuso orario anzi ne risento di più ora che non il primo giorno (in cui poteva darmi l’impressione del veglione di fine anno). Il pomeriggio letteralmente casco dal sonno. Poi mi sveglio durante la notte fonda e mi metto a scrivere.
Sono ripassata dalla libreria di 4 piani per cercare un libro in inglese di ricette italiane da spedire all’amica giapponese. Tanta fatica per niente, tutte le ricette “italiane” anche se scritte da cuochi italo-americani o presunti italiani prevedevano almeno 4 spicchi d’aglio. Perché fuori dall’Italia associano la nostra cucina all’aglio? A me piace, ma molti italiani non lo possono soffrire e poi altera troppo i sapori, non va messo dovunque!
La cena davvero originale con una collega ed un suo amico trentino in un caotico ed autentico locale indiano-pakistano. Il posto era piuttosto spartano ma c’era la coda per entrare: sinonimo di buone porzioni e piatti gustosi. attese confermate, i piatti abbondanti erano molto piccanti, a base prevalentemente di carne o legumi e verdure, per fortuna il the al latte (o qualunque cosa fosse) “spegneva” il fuoco del peperoncino. 
Al ritorno ho finalmente risolto il mistero dei gatti in vetrina. La prima sera ero rimasta scandalizzata a vedere folle di persone attratte da una vetrina di Macy’s con dei gatti all’interno, mi sembrava l’ennesima strumentalizzazione commerciale americana. Stasera ho letto il cartello: i gatti sono in adozione, vengono da un centro per animali abbandonati e chi si prende l’impegno li potrà portare a casa dopo le feste. Spero almeno che qualcuno controlli tra qualche mese che i genitori adottivi non se ne disfino all’arrivo dell’estate...
III giorno: il colloquio
Il giorno prefissato per il colloquio con un prof. (di solo 1 anno più vecchio di me, sono precoci da queste parti!) per una posizione di post-doc negli USA è iniziato malissimo, con un feroce attacco di depressione. Sono andata in una chiesa e poi sono scappata a vedere l’oceano (o meglio la baia di San Francisco, perché ero dal lato est). La lunga camminata ed il vento marino mi hanno rigenerata. Tornata al convegno (al mattino non c’erano sessioni di mio interesse) ho girato tra i poster e tra gli stand espositivi (raccogliendo gadget dalla Nasa per gli amici) preparandomi mentalmente al colloquio. Dopo una breve introduzione da parte del ricercatore che è stato co-supervisore del mio dottorato (e che non vedevo da mesi... nonostante ora lavori a Roma, a 500 km da qui), il colloquio si è svolto a pranzo (pagato dal prof. esaminatore perché era un suo “business” farmi l’interview) ed è terminato davanti al mio poster. Il suo progetto è molto bello ed è interessato anche a realizzare il mio (un’ideuzza semplice semplice, non certo un vero “progetto” a confronto). L’idea di finalmente mettere le mani in pasta in un laboratorio mi entusiasma e mi affascina e lui ha interessa ad avere qualcuno che faccia parte del lavoro manuale ma che anche si occupi delle microstrutture. Al 90% ho superato il colloquio, comunque mi farà sapere entro gennaio. Intanto resto in contatto con altre possibilità in Europa (rigorosamente fuori dall’Italia, in cui non c’è posto e che mi sta stretta ormai), altrettanto affascinanti come esperienze, ma più vicine a casa ed alla mia mentalità... anche se con minori speranze di successo. Gli USA sono un paese entusiasmante e “frizzante” (come l’ha definito il ricercatore) dal punto di vista lavorativo e scientifico, ma per me sono senza storia e per questo carenti culturalmente... e gli Americani sono troppo pieni di sè...
Al pomeriggio, prima della sessione orale che m’interessava, sono stata in prossimità del mio poster nell’unico giorno in cui era esposto. Ho ricevuto commenti positivi anche da due massimi calibri del settore ma nessuna critica costruttiva: convegno troppo grande, troppi poster, troppo poco tempo. Alla sera ho cenato in un posto dall’atmosfera anni ‘50, sembrava di essere piombati nel mezzo del telefilm Happy Days... mi aspettavo di vedere Fonzie comparire da un momento all’altro! La serata si è conclusa in una fantastica libreria a 4 piani con connessione wireless gratuita e bar incluso, in cui vendevano anche i mitici bastoncini di zucchero bianchi e rossi dei vecchi film in bianco e nero. Non li ho comprati solo per non ricevere poi i ringraziamenti della mia dentista.
II giorno: l’invasione dei geologi
I consueti disturbi intestinali da cambio d’aria e stress da volo hanno caratterizzato l’inizio del primo giorno di convegno. Sembrava di assistere ad un’invasione con 16000 persone dotate di cartellino di riconoscimento che si spostavano da un’ala all’altra del Moscone Convenction Center o che popolavano i giardini di Yerba Buena all’ora di pranzo. Era rappresentata mezza Europa, ma ovviamente gli Statunitensi erano i più numerosi, oltre a molti Giapponesi che faticano di più a venire in Europa. L’organizzazione del convegno è stupefacente: tutti possono leggere, studiare, seguire, presentare, attaccare il proprio poster, connettersi ad internet, discutere con colleghi di tutto il mondo, ristorarsi, etc. tutto mantenendo l’ordine e la disciplina autoregolamentata. Fantastico! Tra le varie sessioni ho visto qualche elemento del gruppo di Padova, scoprendo che c’erano anche altre persone rispetto a quante mi aspettavo. A parte un rapido saluto, nessuno ha tempo per la parte sociale e nemmeno per tessere nuove collaborazioni: ogni appuntamento va prenotato con largo anticipo o ... bisogna farsi odiare assediando chi ci interessa.
Breve parentesi. Generalmente in simili situazioni di permanenza all’estero, mi godo l’assenza di telegiornali deliranti ed inrisolvibili questioni politiche tipicamente italiane, però questa volta la mamma mi ha informata via sms dell’attacco al nostro premier. Anche gli altri italiani erano stati informati da amici o parenti in Italia. Non commento il fatto, ma è interessante notare che se succedesse un colpo di stato... noi lo sapremmo in ritardo nonostante l’evoluzione dei mezzi di comunicazione (chi ha tempo di guardarsi un tg nazionale tramite internet? soprattutto chi ne avrebbe voglia, impegnato in più interessanti attività?).
I Giorno: il giorno più lungo
Già, perché a causa del cambiamento di fuso questo giorno è durato 33 ore invece delle solite 24! Al mattino levataccia per prendere il bus da PD delle 6.25 per l’aeroporto di VE (a causa anche di un improvvido sciopero dei treni!), poi un quarto d’ora per capire come funziona il check in rapido della Lufthansa (una volta rodato, veramente efficiente), attesa del collega che aveva perso il bus, soliti problemi ai controlli per le scarpe rinforzate, colazione ed un’oretta di volo fino a Francoforte, deliziata da uno spuntino natalizio a base di Lebkuchen. Di Francoforte sicuramente da ricordare il salasso per il pranzo (in cui l’acqua costava più del panino!) e le operazioni d’imbarco della United Airlines, con attempate hostess che urlavano dirigendo il traffico umano da uno sportello all’altro fino al posto designato nella pancia di un enorme Boeing 747. Nella classe economica c’erano file da 10 posti e talmente fitte da non saper che fare delle proprie ginocchia. Volo lungo, 11h e 30, ed estenuante per non essere riuscita a dormire se non l’ultima mezz’ora, nonostante intervallato da 4 film (tra cui ho seguito solo UP che merita davvero) e da numerosi pasti e spuntini (sono andata avanti due giorni con gli avanzi). Da notare che i bagni erano sì molto stretti ma forniti di tutto il necessario e molto più puliti dei “cessi” degli Eurostar nostrani fino al termine del viaggio. All’arrivo nella calda San Francisco (15-20°C contro le temperature polari che lasciavamo in Europa) le procedure per l’ingresso negli USA ed il recupero della valigia, sono state più rapide del previsto. L’arrivo in città con un serivzio metropolitano ed il check in in albergo sono stati altrettanto rapidi. L’albergo è un delizioso edificio “old english” con camere spaziose, dotate di guardaroba e bagno (un po’ piccolo, ma con vasca enorme), radiosveglia, tv a schermo piatto, ventola a soffitto, regolazione indipendente del termo, bollitore e caffè, oltre a tavolo, sedia, poltrona ed un letto praticamente matrimoniale! Sazia dal cibo aereo, sono andata con un collega a bere una birra, ancora frastornata per il viaggio ed incredula di trovarmi negli Stati Uniti. Gli indizi che mi hanno confermato il sogno erano numerosi, dal grande albero di Natale illuminato nell’affollata Union Square ai mega centri commerciali aperti fino a tardi (uno su tutti, Macy’s); dagli scampanellatori dell’esercito della salvezza agli angoli delle strade alle limousine davanti agli hotel, dai grattacieli al vapore che esce dai “tombini” della metro, dai tipici contenitori per il caffè della Starbucks (che tutti sorseggiano per strada) ai vari stereotipi del cinema americano. Le strade sono percorse da un traffico umano continuo che schiva a fatica le centinaia di barboni; in molti propongono qualcosa di originale (cantano, suonano, ballano, lavorano a maglia o vestono il cane, etc.) altri espongono cartelli espliciti tipo “ca***, voglio bere”. Tutta quella gente si rispetta e s’ignora vicendevolmente: un altro aspetto del sogno americano. Unico “incubo” il cambio di fuso, che sonno! E fuori orario! Mentre al mattino sono sveglia alle 2!

Tuesday, December 1, 2009

Messa-Concerto

Come ogni anno, l’ultimo sabato di novembre, che cade spesso in corrispondenza della vigilia della prima domenica d’avvento, Stefano Torchio ha scritto ed eseguito delle musiche per la messa di commemorazione del marito di una sua professoressa del Liceo. Negli ultimo quattro anni ha deciso di scrivere per duo, il primo anno per organo e violoncello (in quell’occasione gli feci da registrante-girapagine), poi per organo e violino riservandosi la parte del violino. Per un anno all’organo Alessandro Perin, cui ho fatto da registrante, e poi negli ultimi due anni con me, in seguito alla temporanea assenza di Alessandro per un periodo di studio in Germania. 


La messa concerto si svolge sempre nella chiesa di San Daniele a Padova. Tale chiesa, non molto grande ma decisamente carina per la caratteristica decorazione e per gli affreschi di gusto ottocentesco nostalgico del medioevo, contiene la tomba di Angelo Beolco detto Ruzante, celebre commediografo del ‘500. L’organo in questione meriterebbe un trattato... per quanti organari ci hanno messo mano negli anni passati. Il risultato è un due manuali e pedaliera posto in una bella cassa in cantoria, con la possibilità di suonare lo strumento sia per trazione meccanica dalla consolle a finestra in cantoria, sia per trazione elettro-meccanica (poco raccomandabile per il frastuono delle vecchie elettrocalamite) da una consolle posta ai piedi dell’ambone. Ovviamente Stefano opta sempre per la cantoria, cui si accede da una scala a pantografo che desta sempre la curiosità dei visitatori ed i commenti tipo - vita dura l’organista, vero? -

Le musiche di quest’anno erano quanto mai prima all’avanguardia. Forse inusuali per l’orecchio delle anziane signore della parrocchia ma egualmente piacevoli ed intonate al momento. Stefano ha sempre scritto molto bene, la sua evoluzione di questi ultimi anni, a mio parere, lo ha portato ad uno stile più asciutto ed efficace. Pur nella situazione non ottimale, per lo strumento che avrebbe bisogno di un restauro importante, per il rumore del motore, per la difficoltà di “sentire” l’effetto d’insieme dalla cantoria, per il poco tempo per le prove e per studiare i brani, per me è stato un piacere suonare! Dopo un po’ che si suona assieme si crea un rapporto simbiotico per cui quasi non c’è più bisogno di dire le cose o di un direttore a bilanciare tempi e sonorità (nel caso era Stefano a guidare l’interpretazione).

Ad assistere a questa messa-concerto sono venuti anche alcuni amici, musicisti e non, in particolare Francesca, collega di dottorato, ed il marito, da un anno fedeli sostenitori della musica di Stefano. C’erano anche Enrica, un’amica violoncellista con cui solitamente suono per la chiesa luterana (il vero duo vincente in quanto ad affiatamento musicale, in repertorio Vivaldi, Marcello, Bach - mie trascrizioni - e Rheinberger), Federico, pianista e caporedattore del giornale del Pollini (oltre che abile fotografo) con la morosa (anche lei musicista, violinista) ed Alessio, tenore del Mortalisatis (che per inciso ho temporaneamente lesciato) con la sorella ed un amico. Un bel gruppetto di appassionati di musica dotati di grande pazienza per ascoltare le mie filippiche contro la filologia e monotematiche su J.S. Bach!

La serata si è conclusa con una pizza che verrà ricordata per l’allegria più che per il cibo (comunque dignitoso) e per il coretto stonatissimo che ha “intonato” (verba errato, in questo caso) tanti auguri a te per una festa di compleanno in contemporanea. Dopo della bella musica sentire quello strazio... veniva voglia di dar loro una lezione. Ho proposto di arrnagiare almeno un corale a 5 voci... ma nessuno mi ha ascoltata, giustamente!!!

Wednesday, November 18, 2009

post di metà autunno

Il silenzio questa volta si è prolungato parecchio, più di un mese. Non avevo nulla da raccontare? Forse nulla di significativo che meritasse un posto in questo blog, normale amministrazione, oppure altri eventi che non mi andava di raccontare qui. Allora, perché scrivo ora? Effettivamente non ho nulla di particolare da raccontare - aspettate una quindicina di giorni per la relazione di un concerto e poi dicembre per il resoconto del primo viaggio oltre oceano - ma sentivo il bisogno di non lasciare troppo vuoto tra un post e l’altro. Per similitudine con il post di metà estate, questo sarà il post di metà autunno, dominato da un fastidioso raffreddore!
 La stagione è partita piuttosto freddina e bruscamente, di qui il raffreddore... ma soprattutto causato dall’affollamento sui treni dei pendolari! In montagna è già caduta la prima neve e qui a Padova abbiamo sperimentato settimane di pioggia, grazie al Cielo non continua, altrimenti saremmo andati tutti sott’acqua! Divertente è stata la notizia, poi smentita in via non ufficiale, comparsa sul Gazzettino che dava il nostro Vescovo bello che declassato e trasferito a Treviso. L’euforia è esplosa negli ambienti musicali, sperando in un cambiamento ed in un maggiore rigore, ma probabilmente si è trattato di voci di corridoio mal interpretate o di provocatoria fantasia di qualche giornalista.
 Una polemica che ha impegnato per giorni i quotidiani ed i telegiornali è stata la questione Crocefisso sì o no nelle scuole e negli edifici pubblici. Come non esprimere anche la mia opinione a riguardo. Premetto che, secondo me, i Crocefissi, come tutti i simboli religiosi, dovrebbero stare nei luoghi di culto e non negli edifici pubblici, sul petto dei religiosi, specialmente se in abiti “civili” e non nelle scollature plasticose della soubrette di turno e che il vero Crocefisso con il suo significato sia da portare nel cuore, comportandosi da veri cristiani, piuttosto che esibirlo come un baluardo delle tradizioni. Ora la questione è tornata alla ribalta perché la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo si è pronunciata a riguardo, interrogata da dei genitori atei che sentivano lesi i diritti dei loro figli ad essere educati serenamente alla “fede” dei propri genitori a causa di un pezzo di legno appeso in classe e che per qualcuno rappresentava qualcosa di più. Mi domando, occorreva ricorrere alla Corte Europea? Diritti lesi? Allora un cittadino straniero dovrebbe chiedere di togliere la cartina d’Italia perché lede i suoi diritti di studiare la geografia del proprio paese? In molti paesi europei, Italia compresa, i diritti dell’uomo vengono calpestati in modi anche più subdoli, negli ospedali, nelle carceri, nei tribunali, ma anche sul posto di lavoro... e la corte europea ha impiegato 6 anni per decidere di un Crocefisso???
 Altro argomento scottante è l’influenza suina, tra allarmismi e rassicurazioni, vaccinazioni raccomandate e rifiutate. La vita è talmente delicata che basta un niente per interrompere il suo corso o per rovinarla per l’intera durata... e ci angosciamo per un’influenza. Se è scoccata la nostra ora non ci saranno mascherine e vaccini che tengano, intanto però hanno trovato come fare notizia di raffreddori, tosse, febbre e mal di gola. Le altre notizie sono passate in secondo piano, non “fanno più notizia”... alla prossima occasione, che sia un terremoto, un’alluvione, uno stupro od un pestaggio... ma questa sarebbe un’altra polemica... 

Wednesday, October 21, 2009

2 giorni a Milano

Incredibilmente Milano mi manca, non nel senso che provi nostalgia per questa città, ma perché è una delle poche grosse città d’Italia che non ho mai visitato. Quando ho ricevuto una mail che pubblicizzava una serie di seminari sulla geologia delle zone di subduzione ho preso la palla al balzo, sperando di poter fare un giro per la città. In realtà non ho visitato molto, praticamente nulla: dalla Stazione Centrale (in cui ero già stata per qualche cambio treno in passato) al Dipartimento, percorso gran parte fatto sotto terra, con la metropolitana. Un gentile signore in treno mi ha detto che la zona universitaria era tra le più carine di Milano... effettivamente non era male ma... niente di speciale. Ho rimpianto (questa volta sì) Roma, che almeno è colorita nell’uniformità di condomini a 8 piani e palazzi istituzionali d’inizio secolo scorso (o anche più vecchi). La sorte ha voluto che almeno ci fosse un bel cielo azzurro... che sospetto raro a Milano come qui a Padova.


La cosa che mi ha veramente divertito è stato vedere che in stazione vendono tutti i souvenirs d’Italia, non solo lo scontato (non nel senso di in saldo, ma ovvio) duomo di Milano di gesso! Ho visto gondole veneziane, la torre di Pisa, piazza S. Pietro... mancavano solo i trulli di Alberobello! Ah, i bei tempi in cui mi facevo portare da papà un ricordino dalle città in cui andava ed immancabilmente tornava con la boccia di vetro con la neve finta e con il monumento locale... ora i vari duomi, torri, etc. sono illuminati da psichedelici led o fungono da portafoto, potacellulare, orologio, e via di seguito. Insomma, senza andare all’Italia in miniatura di Rimini o trascorrere giorni in treno, si può visitare l'intera penisola in una sola stazione, o meglio in un solo bazar!

Passando a cose serie, i seminari sono stati davvero interessanti. Purtroppo ne ho perso un pezzo causa un improvviso cambio d’orario (finiva troppo tardi e non avevo più treni per tornare indietro, proprio quando avevo già preso i biglietti rendendomi conto che poteva andare e tornare in giornata, senza dover spendere o disturbare per una notte fuori casa) e purtroppo ero l’unica fuori sede (nonostante la pubblicazione sulla mailing list dei geologi strutturali italiani, nemmeno quelli di Como si sono scomodati...). A dire il vero, neppure i geologi milanesi si sono mostrati tanto sensibili, perché erano presenti praticamente solamente gli studenti, i dottorandi ed i ricercatori del gruppo dei professori che organizzavano il tutto... devo ammettere che anche un seminario di palinologia a Padova ha più speranze di raccogliere gente da diversi ambiti. Peccato, perché, pur se l’argomento si è rivelato più distante da quello che faccio attualmente o quello che farò nel prossimo futuro di quanto presupponessi dal titolo, la spiegazione del prof. Green ha lanciato un approccio “quantitativo” diverso alle micro microstrutture nelle rocce ed al confronto con i prodotti sperimentali. Le rocce ci parlano sempre di più, grazie alle moderne tecnologie che ci permettono ingrandimenti sempre maggiori. Così un’essoluzione ci può raccontare di una subduzione a profondità in credibili (>350 km) ed una transizione di fase ci può spiegare terremoti profondi (a 600 km).

Tornando a Milano, mi dispiace di non aver fatto il mini tour Duomo-alleria-Scala... ma credo che non  rispenderò quasi €60 di treno per recuperare il turismo non fatto... preferisco Padova!

Tuesday, October 6, 2009

Anima mundi: week-end a Pisa

Un mio amico compositore, Stefano Torchio, ha vinto il concorso di musica sacra legato al festival Anima Mundi di Pisa ed in occasione della prima assoluta della composizione ha invitato i suoi amici e colleghi ad assistervi. Poiché la settimana prima mi trovavo a Perugia per un corso (post precedente), ho deciso di prolungare di un paio di giorni la mia permanenza fuori casa per partecipare a questa nuova esperienza, limitandomi però ad assistere alla prove generali, dovendo rientrare a casa per domenica.


Il problema maggiore è stato trovare l’alloggio, poiché gli hotel nei dintorni della cattedrale hanno prezzi proibitivi ed erano anche tutti pieni. Presa dalla disperazione ed oramai rassegnata a rinunciare al viaggio, improvvisamente mi è venuta l’illuminazione di cercare una foresteria di un convento. La segretaria del festival mi ha gentilissimamente aiutato, trovando immediatamente un tranquillo collegio di suore francescane con vista sulla celebre Torre. Qui ho goduto di un posto incredibilmente economico (€20 a notte), centralissimo, tranquillo, regolato dalla liturgia delle ore, e delle allegre conversazioni con una suora originaria della provincia di Padova e con le consorelle indiane fan di Frisina. Senza contare che l’odore delle lenzuola e degli asciugamani mi ricordava molto la mia prozia e la casa dei nonni di Padova, tanto da farmi dormire bene come a casa, come non era mai avvenuto in hotel.

La prima sera ho potuto assistere al concerto del Leipzig String Quartet che eseguiva ”Le ultime sette parole del nostro Redentore in croce” op. 51 di Haydn, nella riduzione dell’autore per quartetto d’archi e con testi e commenti letti da Arnoldo Foà. Ingresso gratuito, ma su invito, che la segretaria del festival mi aveva riservato. Mi ha stupito l’organizzazione dell’evento: posti numerati, radio, tv, stampa, “maschere” Non ero mai entrata nella cattedrale e l’organizzazione dell’evento era impeccabile, come inaspettatamente anche l’acustica. Nelle nostre grandi chiese in genere si crea un fastidioso rimbombo, mentre qui, nonostante la cupola e le cinque navate, il suono arrivava limpido e pronto. Il quartetto era sublime, musicalità ed accordo perfetti, suono pulito e vivo, semplicemente fantastico! Nonostante non ami Haydn mi è venuta voglia di trascrivere per organo la composizione e proporla al mio parroco per la settimana santa. Foà grandissimo attore, peccato per i commenti che non erano di mio gradimento... bastava il Vangelo per la drammaticità della situazione e la musica come parafrasi. Purtroppo causa la stanchezza per il viaggio da Perugia (vedi post precedente) e la musica di Haydn non particolarmente originale, non ho resistito oltre le 22 e sono filata a dormire in convento.

dalla mia finestra
Sabato, dopo un giro esplorativo nel centro di Pisa ed un po’ di lavoro al computer, ho raggiunto Stefano e famiglia appena arrivati in auto. Veloce pranzo e poi di corsa in Cattedrale per le prove generali. Era la prima volta che sentivo il brano di Stefano e pure se a pezzi e non eseguito a perfezione (specialmente dal coro che era evidentemente indietro con lo studio di un pezzo distante dal loro abituale repertorio e comunque difficile) mi è piaciuto. A differenza del grandioso oratorio ammiccante al pop di mons. Frisina sul Cantico dei Cantici (in programma nella stessa occasione), nella musica di Stefano non servano spiegazioni aggiuntive per comprendere l’intenzione dell’autore, pur nell’estrema modernità del linguaggio (forse la più d’avanguardia che gli abbia mai sentito). Lui era profondamente deluso dalla bassa qualità della preparazione del coro e soprattutto dal modo in cui venivano snobbati i suoi suggerimenti... in questo non posso che dargli ragione, pur stimando musicalmente Donati e le bellissime voci scelte. Fare musica con l’autore davanti è un privilegio che hanno pochi! Capisco che a volte tra le idee del compositore e la possibilità tecnica di realizzarle passi un oceano, ma i suggerimenti sull’interpretazione sono sempre preziosi ed illuminanti. Incrociamo le dita per domenica sera e sentiremo l’effetto su Radio3 quando sarà trasmesso.

La domenica mattina sono partita presto, attraversando una Pisa addormentata, mentre in convento già fervevano i festeggiamenti per San Francesco, co-fondatore dell’ordine. Mi aspettava un ritorno lungo e noioso, accompagnato dai fedeli ritardi dei treni e dall'attuazione delle correzioni operate da un valente ricercatore con cui ho lavorato, il quale, però, per eccesso di pignoleria e per aver sopravvalutato la mia abilità nello scrivere articoli scientifici (pari a zero punto uno) ha commentato insistentemente (soprattutto verbalmente) il mio lavoro ed ha riscritto anche parti non mie (come il titolo di un progetto approvato qualche anno fa e scritto da un prof. ed un ricercatore) e stravolto alcune frasi, comportandomi lavoro doppio nella riscrittura dell'articolo e frequenti perdite di pazienza. Senza voler sminuire né le sue ottime intenzioni né la sua estrema competenza in materia, non posso che pensare che le modalità della sua correzione non siano  state efficaci al fine della mia crescita in materia. Buona domenica!

Scuola Pialli 2009

Nemmeno il tempo di riprendersi dal viaggio a Liverpool... e sono ripartita alla volta di Perugia per partecipare alla Scuola Pialli. La Scuola Pialli è un corso annuale per dottorandi e giovani ricercatori in geologia strutturale che ogni anno affronta un argomento diverso con il miglior docente della materia. Quest’anno il tema era “combinazione di dati geologici e petrologici con simulazioni termo-meccaniche per studiare problemi geodinamici” ed il docente Taras Gerya dall’ETH di Zurigo.


A giudicare dal titolo, l’argomento sembra alquanto complesso anche ai non addetti ai lavori (fisica, matematica e petrologia tutte assieme), ma, grazie all’abilità dell’insegnante, tutti noi (12-14 ragazzi tra i 25 ed i 35 anni, tra cui tre stranieri provenienti da Argentina, Bulgaria ed Estonia) siamo riusciti a capire ed a modellare, addirittura terminando il programma prima del previsto. I 5 giorni di corso erano strutturati in 6 ore quotidiane di lezione, divise in 3 ore  mattutine per la teoria e tre ore pomeridiane per la pratica con MatLab, e nel resto della giornata speso ad esercitarci ulteriormente, a parlare del nostro lavoro (nonostante il denominatore comune geologia strutturale, i temi di ricerca vanno dalla petrologia alla sismologia), a continuare a lavorare (nel mio caso le correzioni ad un articolo e nuovi dati da trattare) ed anche a fare i turisti (veramente poco, è la seconda volta che vado a Perugia per la Pialli ed ancora non ho visto né l’interno della Cattedrale, né qualcos’altro che non sia corso Vannucci, peraltro sempre col buio!). 

Menzione speciale merita il prof. Gerya. Un petrografo russo che lavora in Svizzera su modelli di subduzione. Forse proprio perché veniva da una preparazione geologica e non ingegneristica o geofisica, è riuscito con gesso e lavagna a rendere comprensibili tutti i passaggi, dalla fisica di base, alla modellazione alle differenze finite. Serio, puntuale ed organizzato nel lavoro come uno svizzero, non disdegnava qualche simpatica battuta durante le spiegazioni, inoltre dopo un giorno già si ricordava tutti i nostri nomi e ci interrogava in continuazione per verificare la nostra attenzione o comprensione. Parlava un inglese molto chiaro ma anche un po’ buffo per il forte accento russo (non che noi italiani sappiamo fare di meglio, anzi...). A differenza di Miller che tenne il corso nel 2006 (sulla meccanica dei terremoti), Gerya terminate le ora di lezione si ritirava a lavorare altrove e non ha mai condiviso la “vita goliardica” serale di noi studenti. 

Tra amici già rodati (tra cui un ricercatore di Catania ed una di Perugia che canta in un coro polifonico) e nuovi (tra cui la mia simpatica compagna di stanza torinese in preda all’ansia del primo anno di dottorato ed in attesa del primo terremoto della sua vita), la settimana di Perugia è volata. Alla chiusura, come sempre, mi sono trovata con un sacco d’idee nuove da applicare nel mio campo ma anche con un po’ di nostalgia per la fine di un così piacevole modo di studiare in gruppo. Oltre allo studio ed agli aspetti sociali, una sera in tre siamo andati al cinema (solo €2.50!!!) a vedere Baaria, cosa che meriterebbe un post a se stante... da quanto ne abbiamo parlato i giorni successivi. In ogni caso consiglio di andare a vederlo a tutti quelli che hanno un qualche legame parentale con la Sicilia, lo sconsiglio a tutti gli altri perché non tornerebbero a casa con alcuna informazione in più sulla nostra isola maggiore.

Già al lavoro per cercare di modificare un foglio creato al corso piegandolo alle mie esigenze ed in viaggio per tornare, non posso che dare appuntamento ai colleghi al prossimo corso/convegno internazionale o magari alla prossima Scuola Pialli.

P.S. Degno di nota il viaggio di ritorno, quando il treno tra Perugia a Firenze (regionale che generalmente impiega 2h e 10’ per 160 km) si è rotto in mezzo alla campagna ed in un tratto a binario unico. In qualche modo è riuscito ad arrivare ad Arezzo dove ci hanno fatto scendere per cambiare treno ed arrivare a Firenze con 1h e 30’ di ritardo. A me è andata bene perché dovevo fermarmi a Pisa (vedere post successivo), ma per la mia collega torinese che doveva presenziare ad un matrimonio il giorno seguente e soprattutto per Gerya che doveva cambiare anche a Milano per arrivare a Zurigo è stato un disastro! Oltre a sentire annunci solamente in italiano, pur trovando personale di bordo gentilissimo ed informato, le coincidenze perse non davano diritto al viaggio su un altro eurostar. Credo che in qualche modo siano riusciti entrambi a tornare a casa, ma con ore di ritardo rispetto al previsto e stress e stanchezza aggiuntivi. Fortuna che Gerya l’ha presa con filosofia, raccontando che se treno si guasta in Russia, i ritardi sono di giorni non di ore... ma ora abita nell’efficentissima Svizzera. Come al solito, noi italiani facciamo una figura barbina: parliamo poco e male le lingue straniere, non ci scolliamo dalla nostra università e dal nostro pezzo di terreno da studiare, non siamo capaci di far funzionare in maniera decente i mezzi pubblici... Da un prof. che preferisce il treno all’aereo, al taxi o all’auto privata meritiamo proprio un confronto con la Russia di periferia e magari di qualche tempo fa!

Monday, September 14, 2009

convegno a Liverpool

Per la terza volta mi sono trovata in Inghilterra, ma dopo due volte a Londra questa volta a Liverpool. L’occasione è stata un convegno biennale dal titolo “meccanismi di deformazione, reologia e tettonica” e quest’anno dedicato alla memoria di Martin Casey, professore scomparso recentemente. Ovviamente ho viaggiato con la Ryanair, con la quale ormai ho l’abbonamento...Partenza sabato 5 e ritorno giovedì 10. In realtà il convegno era limitato tra il 7 ed il 9, ma la disponibilità dei voli era limitata e la spesa in più d’albergo è stata compensata dalle tariffe economiche del volo.


Liverpool è più pulita di Londra, non so se per merito del vento che spazza le strade gratuitamente o per l’aria salmastra che corrode anche lo smog (si trova alla foce del giume Mersey). La seconda città della Gran Bretagna e che ragigunge quasiil milione di abitanti ha in realtà un centro piccolo, che si gira in mezza giornata. Credo che la costruzione più antica risalga alla fine del XIX secolo, i palazzi vittoriani sono alternati a costruzioni ultra moderne dalle forme asimmetriche e dai vetri scuri. Il gran numero di immigrati dalla vicina Irlanda per lavorare nei cantieri navali storici ha costituito un’enclve cattolica entro il dominio tradizionalista anglicano. Invece di farsi la guerra (come è avvenuto nell’Irlanda del nord di una ventina d’anni fa), le due confessioni hanno cercato un punto d’incontro ecumenico, per questo la cattedrale cattolica è stata progettata da un anglicano e quella anglicana da un cattolico, ed entrambe si trovano ai due capi di Hope Street (via della speranza).

Una panoramica delle foto del porto, dei bacini usati dagli antichi cantieri, dell’ampia foce del Mersey che viene periodicamente inondata dalle maree e dell’architettura della città si può vedere su facebook; perciò non mi dilungherò oltre sulla descrizione di ciò che ho visto, ad eccezione della visita ai musei. Il museo nazionale sulla tratta degli schiavi è davvero impressionante, la disumanità degli essere umani colpisce sempre, purtroppo la storia sembra relegata ai musei perché c’è sempre qualche folle seguito da masse deliranti che si avventa contro i propri simili per ragioni assurde. Ho visto anche la Tate, il primo museo di arte contemporanea della mia vita. Ho capito il senso di molte provocazioni ma sinceramente continuo a non considerarle ‘opere d’arte’. Il museo che mi ha entusiasmato di più è stato quello dedicato alla navigazione. Nei bacini di Liverpool sono state varate navi che hanno fatto la storia delle traversate atlantiche e... che ne hanno decretato la fine come il Titanic ed il Lusitania. All’interno di questo museo un’intera sezione era dedicata alla battaglia dell’Atlantico, durante la II guerra mondiale, la parte per me più interessante ed entusiasmante (per pregresse passioni), tanto che vi ho trascorso due ore senza rendermene conto! Nei sotterranei del museo, invece, è stata ricostruita l’atmosfera della Liverpool dell’Ottocento, ove vi ho ritrovato l’atmosfera descritta nei romanzi del periodo, anche se ambientati in altre città. Nei vicoli bui, umidi e maleodoranti (l’odore, per fortuna, si poteva solo immaginare nel museo), ci si aspettava da un istante all’altro l’uscita di qualche marinaio ubriaco o di qualche delinquente armato di coltello. Senza andare al museo, una bettola un po’ imboscata mi ha dato la stessa impressione (in questo caso però l’odore e lo sporco si percepivano nettamente, non c’era bisogno d’immaginarli). Una sezione del museo era dedicata anche all’emigrazione verso il Nuovo Mondo, facendomi riflettere su quanto le cose non siano cambiate: mollare tutto ed imbarcarsi in condizioni disagiate per un viaggio verso l’ignoto, con la speranza di trovare un posto migliore e l’incognita di non arrivarci proprio. Non ho visitato il museo dedicato ai Beatles perché... era l’unico a pagamento, e pure profumatamente. Davvero lode agli inglesi per l’abitudine di conservare splendidi musei senza far pagare un centesimo ai visitatori: una vera e propria promozione della cultura!


Temendo che la visita alla chiese fosse a pagamento come a Londra (ed in Olanda), la domenica mi sono affrettata per partecipare alle cerimonie religiose entrando gratuitamente ed avendo l’opportunità di sentire pure gli strumenti di cui erano dotate. Ho scelto la santa messa nella cattedrale cattolica sia per motivi confessionali sia perché in quella anglicana era prevista una messa di Mozart (chi mi conosce, capirà). La celebrazione era presieduta dall’arcivescovo Kelly. Davvero impressionante la commistione tra il rito tradizionale ed alcune perculiarità a noi estranee, come ad esempio l’intonazione gregoriana ed il canto ti tutte le antifone previste per la messa, la presenza di un coro maschile in ‘divisa’ (come alla Sistina, per intenderci, ma di qualità nettamente superiore), l’uso di musiche ed inni di 800 e 900 invece del repertorio più antico, la divisa rossa anche per l’organista (con ampio spacco per poterla lasciare a coda mentre si usano i pedali), l’invito ad un momento d’incontro (a base di the e dolci) appena terminata la celebrazione (tradizione più protestante che cattolica, ahimé), etc. Per i Vespri mi sono spostata nella cattedrale anglicana, ove, secondo le mie informazioni, doveva esserci l’organo più grande d’Inghilterra. Gli anglicani mi fanno sempre un’impressione strana... a parte l’ingresso delle donne al sacerdozio, a partire dalla tonca per finire con la complicata coreografia dei movimenti, sono rimasti agli usi della chiesa del ‘500, pre-riforma.


Lo scopo del viaggio a Liverpool non era però il turismo, relegato al primo ed ultimo giorno nella città, ma il convegno. La dedicazione alla memoria di Casey ed il boicottaggio da parte di alcuni gruppi hanno favorito la selezione di alcuni argomenti a scapito di altri. Il periodo concomitante con l’inizio dei corsi in molti atenei nordici, con la campagne sul terreno di molti geologi e pure con un convegno di geomeccanica che, pur coinvolgendo una platea diversa, ha sottratto persone divise tra diversi argomenti, hanno contribuito alla mancanza di molti professori. In compenso i giovani abbondavano ed è stato comunque interessante e stimolante confrontarsi con coetanei sui temi di studio. Ovviamente ogni studente riflette l’approccio del proprio gruppo e di conseguenza era come visitare le signole università. Bilancio positivo con nuovi contatti, lavorativi e d’amicizia,e nuovi spunti su come portare avanti gli argomenti presentati. Alla prossima, tra due anni!

Tuesday, September 1, 2009

how to write a scientific paper

Il titolo di questo post è copiato da quello di un libro che tratta come scrivere un articolo scientifico. A conoscere la faccenda, il fine ultimo non sembra, però, comunicare i risultati della propria ricerca, ma arrivare senza intoppi alla pubblicazione del lavoro. Il numero di pubblicazioni è un titolo che all’estero è molto valorizzato, in Italia un po’ meno in nome di altre "priorità". Il valore della pubblicazione dipende dall’impactfactor della pubblicazione, ossia, semplificando, una specie di rapporto tra il numero di articoli ricevuti, quelli pubblicati ed il numero di citazioni degli articoli. L’impact factor viene valutato solamente per le riviste ISI, ossia che hanno un sistema di revisioni. Ed ecco il punto, per pubblicare bisogna superare indenni il parere dell’editore e dei revisori.

L’editore si può imbonire abbastanza facilmente con la cover letter, in cui immancabilmente si descrive il proprio lavoro come rivoluzionario, d’importanza mondiale, imperdibile per la comunità scientifica etc. L’editore, se crede che l’argomento possa essere pubblicato sulla sua rivista, lo manda a 2 o più revisori. A seconda delle riviste, i revisori possono essere "suggeriti" dagli autori o si può dire chi non si vorrebbe come revisori, ma in ogni caso è a discrezione dell’editore scegliere i revisori tra quelli che crede siano più esperti in materia.

I revisori sono volontari. E’ davvero un lavoro oneroso se fatto bene. Volontari forse non è la parola giusta, perché una volta che un ricercatore inizia a pubblicare gli editori iniziano a chiedergli una revisione sugli articoli degli altri. Non è bene rifiutarsi di fare da revisore. Purtroppo ci sono dei revisori che liquidano molto rapidamente i lavori altrui o perché di un gruppo "rivale" o perché non esperti nel dettaglio o perché non hanno molto tempo e perché si fidano di una prima lettura superficiale, magari solo dell’abstract(riassuntino iniziale). Questo tipo di stroncature è il peggiore, perché in poche righe viene riassunto un giudizio negativo non sull’articolo ma sull’intero progetto che ha occupato gli autori per anni, investendoci tempo e denaro (pubblico o di privati finanziatori). 

Altri revisori, invece, dedicano molto tempo a questa occupazione, controllando ogni minimo dettaglio, rifacendo i calcoli, verificando la bibliografia ed addirittura leggendosi altri lavori già editi per addentrarsi nell’argomento che magari non conoscono a perfezione. A questi revisori bisognerebbe fare una statua! Sono quanto mai preziosi per gli autori. Presasi la briga di fare una seria revisione del lavoro, propongono all’editore delle revisioni maggiori o minori che non impediscono la futura pubblicazione del lavoro, ma indicano agli autori la strada da seguire per perfezionare l’articolo, anche con altre analisi, e portare a buon fine il progetto.

Questa differenza di comportamento si può spiegare anche col fatto che i revisori scelgono se essere anonimi o meno. E’ più facile mandare a quel paese qualcuno sapendo che il destinatario non sa chi siamo piuttosto che ritrovarselo ad un convegno e non sapere cosa dirgli! Adesso vogliono proporre anche una specie di revisione pubblica su internet, così chiunque voglia si legge in anteprima l’articolo e poi scrive i propri commenti, agli autori la libertà di rispondere o meno.

Scrivere un articolo, una volta terminato lo studio intrapreso e convinti della bontà del progetto, diventa la parte più difficile del lavoro. Si tratta di descrivere quanto fatto prevedendo le domande e le critiche. Ovviamente il libro su citato contiene dei suggerimenti su come destreggiarsi, sullo stile da adottare, sull’importanza delle figure etc., l’esperienza poi rende sempre più abili nella tecnica di scrittura... ma è sempre un terno al lotto. Magari aspetti un anno intero per ricevere una risposta negativa ed impieghi un altro anno per rivoluzionare il lavoro ed essere più fortunato, magari dopo un mese ricevi una risposta positiva per un lavoro che nel frattempo hai giù smentito con nuovi studi. Il bello della comunità scientifica!

Monday, August 17, 2009

Italia vs Giappone: X

Il confronto è avvenuto in casa per gli italiani, o meglio a casa mia, perché per alcuni giorni è venuta a trovarmi un’organista giapponese conosciuta ad Haarlem, in giro per l’Europa assieme alla madre. In passato altri confronti simili erano avvenuti con una geologa russa, in terreno neutro con un’organista spagnola ed in trasferta con un cantante inglese. In questa occasione, mentre illustravo loro le bellezze e le ricchezze di Venezia e Padova, io e Shiori abbiamo avuto modo di chiacchierare e di confrontare usi e costumi di due popoli così distanti e così mitizzati da entrambe le parti.

Un oggetto d’uso comune per noi come il bidet ha destato la curiosità della mia amica che non ne aveva mai visto uno prima. In Giappone ci sono wc super-tecnologici che in pratica ti fanno un bidet ogni volta li utilizzi. Da questa sciocchezza si comprende quanto i Giapponesi siano puliti, ordinati ed avanzati tecnologicamente. Nel pieno sviluppo informatico riescono però a mantenere vive antiche tradizioni.

Se la nonna di Shiori, la mia amica, indossa ancora il kimono e dorme sul tatami, già la figlia ha uno stile misto con ampi e lunghi vestiti sopra i jeans. Altro esempio di tradizioni miste è la cerimonia nuziale, in cui la ritualità buddista è mescolata agli abiti occidentali. Shiori ed un ragazzo danese di erano innamorati durante il corso di Haarlem, la storia sembrava destinata ad un lieto fine ma... lontani di vista, lontani di cuore. In realtà lei è giunta ad un’età in cui solitamente le ragazze giapponesi si sposano ma lui non voleva impegnarsi così presto con un matrimonio avendo ancora anni di studio davanti e non ancora una lavoro stabile che gli permetta di mantenere una famiglia. Conclusione? Lei in primavera sposerà un ex-fidanzato conosciuto quando aveva 12 anni, che forse non ama ma che le darà una casa, il denaro ed il rispetto che merita, ed anche la libertà visto che trascorrerà almeno 16 ore al giorno fuori casa per lavorare.

Altra grande differenza tra Italiani e Giapponesi: noi lavoriamo per vivere, lì vivono per lavorare, ma solamente gli uomini, mentre le donne una volta sposate dedicano alla casa ed alla famiglia tutte le loro energie. Questa cosa avevo già avuto modo di osservarla in una giovane coppia di geologi giapponesi, lui era in Europa per un dottorato mentre lei lo seguiva senza proseguire gli studi ma anche senza più applicarli. Ora mi spiego anche perché tutte gli organisti giapponesi conosciuti sono giovani donne... l’unica donna con qualche anno in più che viveva del proprio mestiere e non era sposata era emigrata in Germania!

Dal punti di vista religioso l’integrazione è più avanzata che da noi. La mia amica è cristiana anglicana (d’altronde suonando l’organo è difficile non venire in contatto con la chiesa protestante) ma il fidanzato ed il resto della famiglia sono buddisti. Se per i matrimoni è più diffuso lo stile cristiano-occidentale, nei riti funebri prevale il rituale buddista, con cremazione seguita da numerose manifestazioni di rispetto e di affetto per il defunto da parte dei parenti. Noi abbiamo ormai perso l’abitudine di rendere grazie a tavola prima dei pasti, ma in Giappone esiste una formula rituale di ringraziamento e benedizione prima ed dopo i pasti. La gratitudine è un valore fondamentale per i Giapponesi!

Se la passione per Bach ci unisce (cosa strana per entrambe perché sia l’Italia cattolica che il Giappone buddista sono molto lontani dalla tradizione luterana tedesca di 3 - 4 secoli fa), nei gusti sui ragazzi ci dividiamo nettamente. A Shiori piacciono ragazzi che noi italiane scarteremo perché bassi, magri e troppo maniaci dell’ordine e della pulizia... da noi impera il modello finto trasandato, alto e moderatamente muscoloso. A parte gli scherzi, anche nell’osservare le opere d’arte (in Italia prevalentemente di argomento sacro) le differenze culturali emergono, anche se non saprei schematizzarle a parole.

L’unico stereotipo che Shiori e sua madre mi hanno confermato è... l’amore per le fotografie, ma d’altronde il padre di Shiori è fotografo!

P.S. Non sapevo che in Giappone esistessero dolci così buoni! Mi sono fatta promettere un libro di ricette scritto in inglese o in tedesco... poi vi farò sperimentare!

Monday, August 3, 2009

Vacanza nell'Est Europa

Finalmente una settimana di vacanza nel vero senso della parola, lontana dalla civiltà (niente connessione internet o altri impicci elettronici) e dal lavoro (il computer a casa). Meta la Polonia per un brevissimo giro nel Sud ed un tuffo nella storia. Abbiamo attraversato in camper prima l’Austria, poi un pezzettino di Germania, poi nuovamente l’Austria, infine tutta la Slovacchia ed uno spuntone di Rep. Ceca prima di giungere in Polonia.


Prima veloce tappa a Berchtesgaden. Questo nome ai più non dirà nulla... si tratta di una celebre località turistica bavarese scelta da Hitler per farvi il suo rifugio. Qui trascorse un terzo della sua dittatura, ospità i grandi del tempo (Mussolini compreso) e diede gli ordini d’invasioni e stermini che hanno modificato per sempre l’Europa. Come località turistica, a parte la bellezza dei campi da golf in quota, preferisco di gran lunga le mete italiane. Le Dolomiti sono uniche ma anche qualunque vallata del Trentino Alto-Adige batterebbe simili panorami. Dopo una bella salita a piedi siamo arrivati ad Obersalzberg, luogo di partenza per il famigerato Nido dell’Aquila e sede del centro di documentazione sull’intero Terzo Reich. Purtroppo il museo era già chiuso quando siamo arrivati (ultima visita alle 16!). Il Nido o quel poco che è rimasto si può ammirare anche dal basso. Le rovine sono state trasformate in un ristorante panoramico. E’ da non credersi, gli Anglo-americani sono riusciti a bombardarlo, purtroppo quando l’occupante principale non c’era, ma in compenso sono riusciti a mancare altri obiettivi ben più grandi e visibili!!!

Seconda tappa il campo di concentramento di Auschwitz, presso il paese polacco di Oswiecim. E’ impressionante quanto il complesso sia vasto e quando il solo Auschwitz II -Birkenau sia grande. A perdita d’occhio baracche e filo spinato. Camminando ci si impiega quasi mezz’ora solo a percorrere il marciapiedi lungo i tre binari morti al suo interno... ed è il lato corto del campo. Il museo raccoglie tutto il materiale ritrovato alla liberazione, quantità impressionanti di oggetti d’uso comune e di documenti sullo sterminio qui perpetrato (non solo, ma principalmente degli Ebrei) e sul tentativo di nasconderlo. Credo che i negazionisti dovrebbero essere moralmente obbligati a fare un giro qui e spiegare alcune cose... Le condizioni di vita testimoniate dei sopravvissuti (vedi anche Primo Levi) erano talmente dure che erano da considerarsi ‘fortunati’ quelli che andavano direttamente nelle camere a gas.

Piccola riflessione. Gli Statunitensi, che si vantano di portare la civiltà nel mondo, hanno adottato per anni nelle loro esecuzioni capitali lo stesso gas usato dai nazisti, e le tecniche di tortura tornate in auge nei recenti conflitti non sono dissimili dall’annientamento messo in atto da Höss, Himmler e compagni. Senza parlare dell’abitudine di tenere nascoste o camuffare le malefatte... Anche noi Italiani avremmo di che pentirci... Homo homini lupus.

Terza tappa decisamente più leggera: le miniere di sale di Wielicka, a sud di Cracovia. Decisamente spettacolari. Purtroppo mi sono persa il tour geologico (credo solo in polacco senza prenotazione da parte di un gruppo) ma quello turistico è stato egualmente interessante e piacevole. Unica nota negativa l’ascensore per tornare in superficie. E’ lo stesso che usano (e usavano) i minatori, con la grande ruota visibile, ma  stipare i turisti in nove per metro quadro e su 4 livelli... Trovandomi nella zone in cui ha trascorso l’infanzia e la giovinezza Karol Wojtyla, il suo passaggio in entrambe le tappe polacche è testimoniato sia da cardinale sia poi da papa col nome di Giovanni Paolo II.

In conclusione alcune impressioni sui paesi da poco entrati in Europa ed attraversati in questi giorni. La Slovacchia è veramente povera, pur se le immense pianure e le basse alture popolate da castelli potrebbero rubare turisti all’Austria. Centinai di cantieri aperti sulle strade (sembra di percorrere la Salerno-Reggio Calabria), gente anche giovane che non conosce nè il tedesco nè l’inglese, strade statali mal messe, casermoni e fabbriche ereditate dal regime comunista, un generale senso di abbandono... C’è ancora molto da fare. A partire dall’educazione stradale della popolazione: in autostrada spopolano inversioni ad U, aree di servizio imboccate contro mano, sorpassi da destra, etc. La Polonia è sempre povera ma molto più curata. Case piccole e caratteristiche con disegni artistici dei tetti (da far impazzire un architetto per gli incroci), giardini con bellissime aiuole, musei ed indicazioni turistiche, chiese antiche e nuove di stupenda fattura, gente cortese ed educata (tutti parlano almeno l’inglese, qualche anziano ricorda il tedesco). L’impressione generale è che l’occupazione tedesca, pur se ha portato espropri e violenze, ha anche dato un’impronta di ordine e pulizia che i disordinati russi non sono riusciti a cancellare, nel complesso mi ha ricordato l’ex DDR (la Germania dell’Est) subito dopo la caduta del muro. Le strade, ahimé, sono un disastro anche qui, tra buche e cantieri si procede a passo! La Rep. Ceca, per quel poco che ho visto, mi è sembrata più simile alla Polonia che alla Slovacchia, comprendo la divisione. Vorrei far notare, a tal proposito, che qui la seprazione culturale tra i due popoli è evidente, a partire dalla lingua, la stessa cosa non avviene in Italia, dove qualcuno auspicherebbe una divisione simile, in cui i difetti ed i pregi sono egualmente spalmati nella popolazione dell’intero stivale, comprese le isole!
  
P.S. Niente foto, per il momento.

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