Wednesday, December 30, 2015

Il basalto di Goethe

Per Natale sono tornata a casa, dai miei, come tradizione. Sfogliando vecchie carte sulla mia scrivania, mi sono imbattuta in ritagli di giornali dei tempi del liceo e dell’università, in particolare uno mi ha colpito. Così, invece di raccontare di questi giorni a casa, tra la nebbia al mare alla neve in pianura, solenni abbuffate, programmi a lungo termine che non si sa se si potranno realizzare, giochi con il micio, messe varie, incontri con amici, tristi notizie, etc. traduco e riassumo un curioso articoletto che trovai su EOS (vol. 87, n. 26, p. 256, 2006) a proposito di Goethe (e te pareva che non c’entrava il tedesco?), la geologia e gli Stati Uniti, a firma di David P. Stern.

Mia madre, nata sotto l’imperatore d’Austria e morta a New York, spesso citava un verso che attribuiva al celeberrimo poeta tedesco Johann Wolfgang von Goethe. “Amerika, du hast es besser/hast keine Basalte und keine Schlösser” ossia, America, tu hai il meglio, nessun basalto e nessun castello. Lei diceva che per un poeta tedesco come Goethe l’America nel 1800 rappresentava una speranza per il futuro, un posto libero dal peso storico dei signorotti feudali guerrafondai dell’Europa, dalle guerre prive di senso e dai conflitti religiosi. -Ma che c’entrano i basalti?- domandavo - Il basalto è un tipo di roccia. Forse Goethe intendeva un’altra parola, tipo palazzi, in contrapposizione ai castelli?- 

Dimensioni delle colonne, ne vogliamo parlare?
La sottoscritta sull'isola di Staffa, Scozia.
Venne fuori che la poesia di Goethe era sì un po’ diversa, ma usava proprio la parola basalti. “Den Vereinigten Staten/Amerika, du hast es besser/als unser Kontinent, das alte, /hast keine verfallenen Schlösser/und keine Basalte./Dich stört nicht im Inneren/zu lebendiger Zeit/unnützes Erinnern/und vergeblicher Streit. (Parafrasando: America, tu sei messa meglio del nostro vecchio continente. Non hai rovine di castelli in decadimento e non hai basalti. Non sembri essere distolta dagli eventi presenti da memorie senza senso ed inutili litigi).

Goethe voleva veramente parlare della nera roccia vulcanica? Apparentemente sì. Oltre ad essere un importante scrittore e poeta tedesco dell’epoca, Goethe era appassionato di geologia. In quel tempo, in Germania, la geologia era prevalentemente concentrata sulle necessità estrattive e nel 1777 Goethe fu assunto come capo della commissione mineraria a Weimar. Collezionava pure minerali. La stratificazione osservata in molte rocce aveva portato i primi studiosi di scienze della Terra a dedurre che tali rocce si erano formate in antichi oceani, come supportato dal ritrovamento di fossili marini. Una figura trainante nella geologia all’epoca di Goethe, Abraham Gottlob Werner, un docente dell’accademia mineraria della Sassonia, arrivò a sostenere che tutte le rocce si fossero formate in tal modo, anche i basalti ed i graniti. In realtà, l’esperienza di terreno di Werner era limitata localmente, ma le sue eloquenti spiegazioni convinsero molti della sua teoria “Nettuniana”. Sul vulcanismo egli ipotizzava che fosse un fenomeno piuttosto superficiale, probabilmente rifornito dalla combustione di carbone. I suoi sostenitori portavano ad esempio livelli di basalto nella “Selciato del Gigante” in Irlanda, fossili intrappolati in alcuni basalti e livelli che sono stati modificati da altri processi, come ora sappiamo.

Werner era l’antagonista dei “Plutonisti” o “Vulcanisti” capeggiati tra gli altri dal geologo scozzese James Hutton e dall'ex-studente di Werner, Alexander von Humboldt. Hutton e Humboldt dichiaravano che alcune rocce, in particolare i basalti, uscivano dal suolo già fuse. Nella calda discussione, Goethe era più o meno un sostenitore dei Nettunisti, preferendo processi lunghi lenti sulla teoria dei Vulcanisti delle rapide eruzioni; potrebbe essere stato parte del suo atteggiamento filosofico, che lo portò pure a contrastare la rivoluzione francese. Discusse la teoria dei Nettunisti con Humboldt nel 1823 e di nuovo nel 1831, non molto prima della sua morte. Per allora la maggior parte dei geologi aveva accettato la prova che il basalto era effusivo e non sedimentario.
Goethe pubblicò tra il 1779 ed il 1780 “Proposte di confronto che possono trovare d’accordo Vulcanisti e Nettunisti sull’origine del basalto”. In seguito visitò alcune delle prove, sul Vesuvio, e raccogliendo informazioni su esso e sull’Etna. Forse il verso “inutili discussioni” rappresenta il desiderio di Goethe di sottrarsi dall’intero dibattito.

La poesia è forse volutamente ambigua. Ed è pure errata. Gli Stati Uniti saranno anche liberi dall’eredità violenta che ha animato l’Europa, ma non sono privi di basalti. Se Goethe avesse saputo dei grandi depositi di lava nell’ovest, o dell’enorme affioramento della Torre del Diavolo in Wyoming (ove le dimensioni delle colonne superano quelle del Selciato del Gigante), forse avrebbe scelto parole diverse.”

Monday, December 7, 2015

Ich werde mal wieder “Servus” sagen!

La settimana scorsa è stata particolare. Sentivo qualcosa nell’aria, ero nervosa. Davo la colpa al caffè (istantaneo e diluito) ed al tè verde. Un giorno, al ritorno dal lavoro, ho sentito l’impulso di scendere ad una fermata prima di quella solita e fare un tratto a piedi. Sono passata davanti ad una chiesa che non avevo mai visitato. Presa dalla curiosità di vederne l’organo e trovando la porta aperta sono entrata. Il tempo di una preghiera, nel buio della navata principale, all’ombra dell’imponente organo e con il tabernacolo illuminato. Poi sono tornata a casa al solito. Nulla accade per caso.

Nella buca delle lettere c’era una lettera dall’università. Era l’avviso di licenziamento. Niente di drammatico. La legge belga prevede che un contratto a tempo determinato si possa rinnovare una sola volta, per cui ad aprile dell’anno scorso ho firmato un contratto a tempo indeterminato, pur sapendo che quando i fondi sarebbero terminati avrebbero dovuto licenziarmi. Così è stato, mi danno il preavviso di sei mesi. Bene! Ho pensato, così possiamo programmare la data per l’inizio dell’altro progetto, già finanziato, che mi permetterà di restare a Bxl per due ulteriori anni.
Ho fatto fatica a prendere sonno e poco prima delle 23 mi sono svegliata. Mi sono riaddormentata ed ho ronfato, sognando un esame, fino alle 7. Una volta tanto non solo non mi sono svegliata alle 6, ma non ho nemmeno sentito la sveglia impostata sulle 6:30 automaticamente. Faccio colazione e controllo la posta. elettronica Ed ecco LA NOTIZIA. Ancora non ufficiale, giusto un anticipo dal mio ex-capo. Il progetto mandato a Vienna sei mesi fa è stato approvato! Non ci posso credere, non può esser vero. SI TORNA A VIENNA!!!! GRAZIE, SIGNORE!!! Ho tenuto la cosa per me fino all’arrivo della conferma ufficiale e solo oggi ho comunicato la notizia ai miei capi ed ai colleghi.

Ci vorrà tempo, penso di prendermi tutto quello necessario. Mi voglio godere ogni istante. Non mi sposterò prima di sei mesi almeno. La responsabilità di un progetto da me scritto mi spaventa un po', anche se per la mia carriera questo finanziamento è un ottimo salto in avanti. Ma solo l’idea che potrò lasciare Bxl per tornare a Vienna mi rende felice. Sì, mi mancheranno incredibilmente le persone incontrate qui. Rimpiangerò i colleghi ed i miei capi, che sono diventati degli amici più che dei superiori, tanto da aiutarmi nel trasloco o dal condividere anche questioni personali. Mi mancherà la variabilità meteorologica quotidiana (ma non la totale assenza di stagioni). Non inizio la lista di quello che non rimpiangerò perché sarebbe ingiusto. Bxl, nonostante tutto, mi ha dato molto. Ho imparato parecchie lezioni, non solo dal punto di vista scientifico, ma soprattutto per la vita. Non sono la stessa persona che tre anni fa lasciò Vienna per venire qui e sicuramente la città che troverò sarà differente da quella ricordata. O forse no, perché Vienna è congelato, meglio, fossilizzata nei fasti del passato imperiale. 

Difficile a credersi. Anche questa è Vienna.
Cosa ritroverò? Le passeggiate in bici lungo il Danubio e le pedalate in notturna in città dopo le serate con gli amici. Il buffo accento viennese e le parole alternative che si usano lì (Jänner per Januar, Erdäpfel, Marillen, Melanzani, etc.). L’opera ed il Musikverein a prezzi stracciati per posti in piedi ma con interpreti internazionali. Le giornate in un ufficio che assomiglia ad un ospedale psichiatrico (non solo esteticamente), rimanendo lì fino a notte fonda, anche nei festivi, ma sapendo che nel caso non avessi nulla in casa potrei sempre ricorrere al turco ad ogni stazione della metro. Il suonare in chiese diverse ogni domenica con organi scomodi, enormi (4 tastiere per me sono tante), elettrofoni e tastiere, tutti in cantorie buie, lottando con il telecomando per proiettare i canti. La burocrazia asburgica, kafkiana ma efficiente. I viaggi in treno per tornare a casa in Italia, con il notturno attraverso Tarvisio o lungo tutta l’Austria per arrampicarsi al Brennero. La bellezza degli edifici lungo il Ring. L’insofferenza per lo snobismo dei locali, il razzismo latente e la totale mancanza di memoria storica. Il Mohnstrudel al mercatino di Pasqua di Freyung, tra le migliaia di uova decorate, il Glühwein con le tazze da collezione per Natale, i Krapfen ed i balli per carnevale (rigorosamente dall’11 novembre), l’oca di San Martino e la festa della zucca. La metropolitana ogni 3-4 minuti e pure durante l’intera notte nei weekend. I caffè storici ove è possibile leggere un giornale, sorseggiando un melange e gustando una fetta di torta, mentre il vicino (sigh!) fuma. Il breve tragitto in S-Bahn per raggiungere l’aeroporto, passando in fianco al cimitero centrale e alla pulitissima raffineria dell’OMV. I parchi. Grinzing e la foresta viennese ove andare a passeggiare. L’imponente e tranquillo Danubio…

Ritroverò anche alcune persone con cui non ho mai interrotto i contatti. Altri prima di me hanno lasciato la città, ma alcuni sono rimasti. Anche loro saranno cambiati in questi anni. C’è qui ha avuto un figlio, chi ha trovato un nuovo lavoro, chi ancora ritorna dall’esilio come me. E poi ci saranno nuove conoscenze.

Non credevo sarebbe mai stato possibile, ancora fatico a convincermi. È vero! Bis bald, Wien!

Friday, November 20, 2015

Japan 4.0

4th time in Tachikawa, again for a symposium and in the framework of the successful collaboration between Japan and Belgium. A full experience, as always. This post will be partly in Italian, because some ideas would be too difficult to be expressed in a foreign language and because these thoughts are mostly of interest for my Italian friends.

Journey
Outbound Flight with Austrian and inbound with Lufthansa. It is was a very cheap combination, but extremely agreeable. A bit of nostalgia had hit me by seeing again pictures of Vienna and listening to Strauss’ music, as every time I board an Austrian plane. It didn't last long, though, because the usual manners of the flight attendants and the meals offered on board have reminded me what I did not like of Vienna. I had a tight connection in Vienna, but luckily the flight had 2h30 delay. On the way back, flying with Lufthansa, I was more comfortable. It is always a long flight (about 12 hrs to reach Europe) and I get easily bored, I don't sleep much, especially when my neighbor is snoring... Now there is a direct flight connecting Brussels with Tokyo, but it is still too expensive.

Religiosity
On the way to Tachikawa from Narita Airport, on the train, I met another Italian (I know, we are everywhere and we recognize each other immediately). This fortunate meeting offered me the opportunity not only to discover a part of Tachikawa I didn't know, but also to think about religions and the way we deal with them. (The following two paragraphs are in Italian).

La ragazza incontrata è un monico buddista ma anche una cattolica osservante, ossia ha abbracciato una filosofia di vita ed un cammino spirituale di tipo buddista che non solo non sostituisce ma addirittura sostiene la fede individuale, tanto che tra i suoi amici ci sono anche ebrei e musulmani. In sostanza, il buddismo da lei praticato non costituisce una religione a sé stante, ma un percorso filosofico. Ho visitato un tempio molto importante per questa scuola e lei pazientemente mi ha spiegato il significato dei vari riti. Il mio approccio alla religione, forse più “luterano” per certi aspetti che “cattolico”, ossia con dubbi, domande e ragionamenti (non ho mai amato il dogmatismo) non è cambiato, ma la sua esperienza mi ha fatto riflettere sul fatto che per lei il buddismo ha avuto la stessa funzione che per me ha la musica sacra. Il cammino è importante tanto quanto l’arrivo, perché la nostra vita non è altro che un lungo percorso verso una destinazione che forse mai raggiungeremo, ma che vediamo solo con la Fede.

Sinceramente consiglierei una chiacchierata con questa ragazza a tutti i miei amici estremisti, sia quelli tradizionalisti cattolici sia quelli rabbiosamente atei. Entrambi potrebbero imparare che la pace e l’amore fraterno risultano dal rispetto per il pensiero altrui. Rispetto significa anche interesse, perché c’è sempre da imparare e motivo di crescita. Sono onestamente stufa di moniti per le frequentazioni non strettamente cattoliche da una parte e commenti irrispettosi verso i credenti dall’altra. A tal proposito, vorrei ricordare che criticare l’istituzione è lecito, ma non deridere chi crede (o non crede), di qualsiasi religione si tratti!

Japanese style
Back to English, for something that has never happened before. On Sunday morning I overslept, despite the alarm! I was tired for the flight, but I always woke early. This time I almost missed breakfast in the hotel, after sleeping for about 12 hrs!

The Japanese experience has been dominated by food this time. From the traditional tea shop where the owner has explained with drawings the different varieties of tea, to the traditional restaurant for the final dinner offered by our Japanese counterpart, where four cooks were there only for us and we ate the famous fugu (puffer fish, pesce palla, lethally poisonous if not cut as it should). In between we had a delicious (after party) dinner in another restaurant, with a lot of food and sake, with Japanese professors and their students, heartily laughing and seriously discussing about science like in any corner of the world when among geologists. We had also a funny experience with a shabu-shabu place, due to the complicated order in Japanese. It is extremely difficult to communicate with locals, because even the gesture is quite different from the european style.

Science
The reason for the journey was the annual symposium on Antarctic meteorites. Scientifically very interesting for both sides, even though a very few foreigners attended it. After the symposium, those of us in the established collaboration between Japan and Belgium had a private meeting to discuss the future of the collaboration and the strategy for investigating the samples we have. I must admit that my mixed Italian-German dedication to science is sometimes in contrast with the complex way of dealing with problems typical of Japan or the Belgian easiness.

Actually, I was a bit surprised when my boss proposed to extend my stay in Japan for a couple of days. I said no, firstly because I had already other commitments in these days in Brussels and secondly because scientific research is not more important than my life (it took a long time, but now I’ve learned). I’m always happy to work on Sundays or bank holidays, I’m flexible in changing my plans if possible, but not when I’m on the other side of the Earth, just the day (less than 24hrs) before the planned flight (booked months in advance). I love my job, but I’ve already given up too many times things that I love as well, just for prioritizing  (sometimes) useless tasks. The fact that I don’t have a husband and children waiting for me at home does not imply I don’t have a life outside the office. I thank my other boss, another woman in science, for having understood my point and having supported my "no". 
 
Paris and Brussels

Finally some thoughts on what happened in Paris on Friday 13th. I read the news only upon arrival in the hotel. Initially shocked for what they dared to do, then for the reaction. I don’t think that further violence is the best answer to a similar attack in the heart of Europe. I don’t think that religion has something to do with the behavior of terrorists. I don’t think we should restrain from living normally because of fear. Death comes always unexpectedly, for a bunch of causes. An increase in security check is due (like I saw at Frankfurt airport), similarly to our regular health checks, but cancelling events such as football matches or concerts is a bit too much in my opinion. However, I do find a bit weak the general behavior of Belgium with respect to the issue.

The reaction of Japanese people was also surprising. A colleague, temporary in Belgium, was reconsidering the idea of coming back. The lady at the airport desk asked me about Brussels, as she thinks that the place is not particularly safe in this moment, but she should come for working. I indeed consider Brussels not particularly safe in comparison with other european cities, but for completely different reasons (crazy driving style, number of thefts, rapes, etc.). If we consider natural disasters and even terrorism, Japan might appear even more dangerous.

In conclusion, even though the cultural difference is a bit shocking and the journey extremely tiring, I'm happy to come back to Japan whenever possible!

Wednesday, November 11, 2015

Eleven years ago

June 2004. My MS thesis was ready to be printed, my advisor was going on vacation, and my graduation was planned for end of July. I had used image analysis in my thesis, after a little teaching from a colleague who was just some years older than me. Therefore, I enrolled for a workshop on image analysis applied to Earth Science, held at the university of Basel, by one of the few woman professors in the field. I was young, inexperienced, I could hardly understand English, not mentioning German, shy, and never confident on my skill. It was my first time in Switzerland. As I was not insured and not reimbursed, nor I was used to travel alone, I went to Basel with my parents and we stayed in a camping site, from where every day I took a tram to the dept. of geology. I’m still in touch with some friends met there. After that workshop, I turned to Mac, leaving Win forever. Among the other participants, we, Italians, were the majority. Many of them also moved abroad. Someone has left academia. I remember also the two PhD students of Basel, a Dutch girl, who now works in Denmark with her husband, and a British guy, who eventually died on a mountain excursion.
October 2015. Again in Basel, with the same professor, for a workshop on advanced applications of image analysis. In the meantime, I have greatly improved my English (it's still pretty limited, but at least I can say what I'm doing in science), I learned German and a few sentences in French and Dutch. I got a MS degree and a PhD, and since almost six years I live abroad, first in Vienna and now in Brussels. Basically I'm still shy, but who doesn't know me might think I'm not. I’m used to travel alone and to be often on a journey. I'm ready to see Basel with different eyes.

The journey
Obviously by train. As always in Belgium, with a surprise. The booked train was cancelled and replace by a combination of trains, with a transfer in Luxembourg. The connection was tight and a delay caused by works on the railway has almost jeopardized the whole journey. I had no time to visit Luxembourg, perhaps next time. The French landscape is quite boring, especially if compared with the Rhine valley on the other side of the border (see post about Freiburg). The journey back was much more relaxing.

The accommodation
Let me say that I stayed in one of the worst and most expensive hotels I’ve ever been during my business trips. It was "on the other side of the Rhine", in a district mostly populated by foreigners and, therefore, more lively and generally less expensive. My room was extremely small, the furniture outdated and poor (no doors in the wardrobe), breakfast with limited choices, and problematic wifi for most of the time. The only good point was that after 9 pm everything was as quiet as in a cemetery, and I could rest peacefully.

 The workshop
The organizer was as enthusiastic as I remember. There was a small group, only 8 of us. I was the only post-doc (but not the oldest one) and the only woman. My classmates were mostly first year PhD students, coming from UK, Switzerland, France, and Sweden, but someone else was originally from another country. As help for the practical sessions, other that two current PhD students from Basel, there was a German post-doc that I met already years ago. The workshop has been extremely interesting. I greatly appreciated scientific but also trivial conversations with colleagues and professors. Especially at the last evening, when we enjoyed a cheese fondue, with a lot of alcohol... My mind went back to the good years of geology in Padova.

The city
Eleven years ago I was overwhelmed by the new experience. This time I could dedicate some time just for sightseeing. Basel is cute. Nothing special. Trams are perfectly on time, the streets are clean, the shops are super expensive. I was lucky enough to catch the “Herbstmesse”, a kind of Christmas Market in Autumn, with traditional sweets, sausages, and local handmade products. The language still sounds mysterious to me. I had no problems in shops and restaurants (my German is enough for these easy tasks), but when I happened to hear a conversation between locals I couldn't understand a word!

Conclusion
Basel, the sleepy Basel, is definitely a place where I can live without getting stressed. I like the fact that Basel is relatively small, at tram distance from Germany and France (people do say Merci and Adieu, mixed with German), tidy and clean like only Swiss cities are. I've loved discussing again of microstructures and of structural geology questions. I wish I have the opportunity to come back without waiting again 11 years.

Monday, September 28, 2015

Heading South

Dopo aver raggiunto l’estremo nord della Germania, ora tocca al sud. L’occasione è stata fornita da un convegno, organizzato da alcune vecchie conoscenze.

La Deutsche Bahn
Le ferrovie tedesche mi hanno sempre dato un’idea di puntualità ed affidabilità. Idea più o meno confermata. Ho comprato i biglietti con mesi di anticipo, approfittando di qualche offerta, da Bxl a Freiburg, con cambio a Colonia. Non ero sicura di partecipare al convegno, per cui non ho prenotato il posto all’epoca. In seguito ho scoperto che non era più possibile farlo online, senza acquistare nuovi biglietti. Ho ascoltato un’odiosa musichetta telefonica per 30 min., pagando più di €1, nel tentativo di risolvere il problema. Niente da fare. È possibile prenotare un posto su tratta internazionale solo chiamando un numero a pagamento di DB belga. Alla fine, trovandomi la settimana prima sul suolo tedesco (vedi Heading north), ho effettuato la prenotazione di persona, con una gentilissima addetta del Reisezentrum. Allora ditelo che è un servizio per chi sta in Germania soltanto!

Il viaggio è iniziato presto, per paura di non arrivare in tempo a Midi. Invece, al mio solito, vi sono arrivata con larghissimo anticipo. L’ICE era piuttosto pieno, prevalentemente di anziani tedeschi. A Colonia siamo arrivati con qualche minuto di ritardo. Giusto il tempo per comprare qualcosa per il pranzo ed è arrivato… mezzo ICE della tratta successiva. C’è voluto un po’ per recuperare l’altro mezzo treno, ma siamo partiti con solamente alcuni minuti di ritardo, poi recuperati. Anche questo treno era strapieno, con gente seduta per terra. Progressivamente il treno si è svuotato e nell’ultima mezz’ora ho chiacchierato con la mia vicina, una signora tedesca che vive in Svizzera.

Giunta a Friburgo, ho incontrato subito la mia compagna di stanza, britannico-canadese, e ci siamo divertite a mandare in confusione l’addetta dell’albergo tra richieste di ricevute separate e domande in tedesco ed in inglese. Le peripezie con la DB non erano però finite, pur non riguardando la sottoscritta. Causa emergenza profughi, la tratta Monaco-Salisbrugo è stata interrotta. Un collega doveva rientrare a Vienna ma questa novità metteva a rischio il viaggio prenotato. Chiedendo informazioni in stazione la risposta è stata: o da Monaco prende un treno locale fino a Freilassing (al confine con l’Austria), da lì prosegue a piedi o con un taxi per i 3.5 km che separano dal confine e poi continua con i treni austriaci oppure tenta un’odissea di treni, salendo fino a Francoforte per entrare in Austria da Passau. Alla fine il collega ha trovato un tragitto più rapido, non visto dall’addetta delle ferrovie. Resta scandalosa la poca assistenza data. Se il collega non avesse controllato il sito prima di partire avrebbe avuto l’amara sorpresa solo giunto a Monaco!

Il viaggio di ritorno, al contrario, è stato molto piacevole. Non solo i treni erano mezzi vuoti perché si trattava di un lunedì sera, ma avendo preso l’EC fino a Colonia mi sono goduta panorami che con l’ICE avrei perso. Infatti l’EC a fronte di 1h in più di viaggio percorre un’altra linea, costeggiando il Reno. La sorpresa è iniziata a Bingen, di cui avevo solo letto qualcosa nei libri sulla vita di Santa Hildegard, ed è continuata fino a Mainz, con rive profonde, anse, battelli, castelli e villaggi medievali, conventi, boschi… un paesaggio da fiaba! Devo programmarci una vacanza, prima o poi!

Parte prima, ovvero il convegno

Già all’icebreaker party ho ritrovato tutte le vecchie conoscenze (“vecchie” è per dire, non solo conosco la maggior parte di loro da meno di cinque anni, ma addirittura molti sono più giovani di me). Prima di arrivare, passando accanto al Münster, abbiamo sentito della musica d’organo. Non potevo che entrare. Come da tradizione geologia e musica non sono mai separate. Con meraviglia nella storica Kaufhaus ove si svolgeva il party di benvenuto ho notato un’aquila a due teste con uno scudo rosso e bianco… mi ricorda qualcosa di Vienna… tipo… gli Asburgo??? Già, sono stati pure qui.

Tutti si aspettavano che il mio capo partecipasse, invece tra altri impegni concomitanti ed il programma non particolarmente eccitante per lui ha deciso di non venire, incaricando me di (i) rimborsare il mio ex-capo, commissario esterno in un dottorato, (ii) partecipare ad un incontro su un progetto di perforazione scientifica e (iii) parlare ad una possibile candidata per un dottorato del fantastico gruppo in cui lavoro. Senior post-doc a tutti gli effetti, non sono più la studentessa spaventata che nasconde il proprio nome per non dover rispondere alle domande. Più un onore che un onere. Spero di aver svolto il mio compito degnamente.

Come in ogni convegno c’è una parte positiva, fatta di collaborazioni, idee, proposte, ed una negativa, dominata dalla concorrenza, la competizione, l’invidia ed il pregiudizio. In questa comunità, quasi una famiglia, si spettegola come in un paesetto di provincia. Una certa chiusura ed animosità nel difendere le proprie posizioni anche contro l’evidenza dei fatti sono purtroppo tipiche della comunità degli impattologi. E non sono l’unica ad averlo notate. Basta esserne fuori o venire da un altra comunità scientifica. Forse sono così perché hanno dovuto lottare molto per vedere riconosciuto quanto affermavano, quando pochi credevano ai crateri d’impatto. Per fortuna questo atteggiamento non appartiene a tutti i componenti, anzi, al contrario, le nuove generazioni stanno cambiando e questo tipo di convegni, mettendo in comunicazione giovani ed anziani, analisti di terreno, modellatori numerici e sperimentalisti, aiutano molto. La cena di gala, in un lussuoso ristorante, mi ha permesso di apprezzare i francesi (detesto la lingua, ma le persone incontrate si sono sempre rivelate sincere ed educate) e di conversare con uno dei “padri” della ricerca di cui mi occupo. Una persona cordiale ed estremamente intelligente. Uno che non ha perso l’entusiasmo e la curiosità scientifica nemmeno dopo il pensionamento.

Chicca divertente. I tedeschi amano testimoniare con una foto di gruppo qualsiasi incontro, che sia un convegno o un corso. Dopo due giornate di sole magnifico, hanno pensato bene di fare la foto di gruppo il primo giorno di cielo grigio, subito dopo pranzo. Dal giorno dopo è tornato il sole.
Tempismo perfetto!

Parte seconda, ovvero la vacanza

Con la scusa del convegno, mi sono concessa alcuni giorni di vacanza con i miei genitori, giunti apposta dall’Italia. Loro erano contenti perché si sono risparmiati di venire su in Belgio (praticamente dimezzando la strada) ed io ero felice di stare un po’ di più nel sud della Germania. Oltre a festeggiare il compleanno di mia madre, ci siamo divertiti a scoprire una parte della Foresta Nera. Dai paesaggi alla cucina. Che meraviglia! Non era Baviera ma ci assomiglia per certi versi. Mi è bastato vedere un gruppo di grasse mucche al pascolo ed inalare l’aria fresca con l’odore di bosco e di erba bagnata per dimenticare Bxl e recuperare il sorriso e l’appetito.

 Abbiamo anche visitato Friburgo, il cui centro storico è piccolo piccolo, ma carino. La città è gemellata con Padova dagli anni ’60 ed hanno attualmente più o meno la stessa dimensione. Eppure sono così diverse. Friburgo, a confronto, resta un paese di campagna, mentre Padova, nel bene e nel male, è diventata una città.

Soggiornando sul territorio, si riceve anche la carta Konus, ossia un biglietto per tutti i mezzi pubblici della regione. L’abbiamo sfruttata non solo per andare a Friburgo, ma anche per prendere il trenino che si arrampica fino ai quasi 1000 m s.l.m. dello Schluchsee. Da Friburgo sono più di 700 m di dislivello, che il trenino affronta con due motrici quando le carrozze sono più di tre. Arranca, arranca, lungo una vallata che si chiama “Inferno” e che a metà ha una località chiamata “Himmelreich”, ossia “Regno dei Cieli”, se vogliamo… Paradiso. Su questo curiosa toponomastica ha scherzato pure il prete la domenica a messa. A proposito, qui ho ritrovato la celebrazione cattolica cui ero abituata in Austria. Nonostante usino lo stesso libro dei canti, i tedeschi cattolici del centro-nord, come quelli a Bxl, hanno una tradizione differente, forse più vicina al rito luterano. Questo, unito all’aquila asburgica, hanno completato il panorama simil-viennese della vacanza.

Monday, September 14, 2015

Heading North

Dopo anni di "ti prometto che vengo a trovarti" detto a Betta, una compagna di università, finalmente sono riuscita ad andare a Kiel, nell’estremo nord della Germania. Questa era l’ultima possibilità, perché dopo sette anni in città, Betta sta per tornare in Italia a tempo indeterminato. Kiel non le è mai piaciuta, descrivendola come il paradiso dei suicidi, nonostante lo Schleswig-Holstein (il Land di cui Kiel è capitale) sia paradossalmente il più felice della Germania secondo le statistiche, quindi non c’è da meravigliarsi che abbia dovuto scontrarmi con Bxl prima di decidermi.

Un volo di un’oretta mi ha portato ad Amburgo, da cui ho preso un autobus verde/giallo che in un 1h30 mi ha lasciato alla stazione di Kiel, proprio di fronte al mare, o meglio al fiordo, una sorta di stretto golfo di origine glaciale. Con la vista dei gabbiani e l’odore di mare mi sentivo in vacanza e non importa se pioviggina ed il cielo è grigio, poi finalmente ho rivisto Betta, che non vedevo da Natale scorso, alla tradizionale cena (stavolta un pranzo) dei geologi.

La prima sera ci siamo godute una passeggiata lungo il fiordo, un parco boscoso in cui si rischia di perdersi, la via dello shopping in cui oltre alle note catene commerciali ho trovato una serie infinita di simpatiche case in stile liberty, per finire con una cena superba offerta da un suo ex-prof. per salutare una sua collega ed una birra in un locale “ggiovane” dove una ragazza un tantino stonata teneva un concerto pop-rock. L’intero sabato è stato dedicato alla festa di saluto di questa amica di Betta, pure lei in partenza per altri lidi lavorativi. Al mattino abbiamo avuto il tempo di prendere un traghetto e percorrere il fiordo fin quasi alla fine, ove si trova un villaggio tipicamente turistico con tanto di spiaggia. Kiel è importante perché qui termina il canale Est-Ovest, che collega il Baltico con il Mare del Nord, tagliando la Danimarca. Nel primo pomeriggio abbiamo iniziato un lungo picnic al parco, protrattosi fino all’ora di cena, quando il gruppo si è spostato a casa di una loro collega tedesca. 
Il parco era molto carino, con un lago, prati, piste ciclabili, etc., fortunatamente baciato da un’inaspettato caldo sole, ma… il prato era coperto da escrementi di anatre. C’erano anatre ovunque! Nonostante fossi un’infiltrata (non sapevamo della partenza dell’amica di Betta quando prenotai il volo), mi hanno accolta come una collega. La varietà di nazionalità mi ha sorpresa. Nemmeno l’internazionale Bxl può vantare: tedeschi, giorgiani, statunitensi, indiani, russi, sud-americani, greci, cubani, turchi, etc. ed una grossa frazione del gruppo è costituito da ragazze!

La domenica ci siamo riposate, passeggiando tra università ed altri parchi, ove ho potuto gustare l’ultimo sontuoso pasto in terra tedesca per questo weekend di vacanza. Pur se di corsa, ho preso l’autobus per l’aeroporto ed verso sera ero di nuovo a Bxl, nonostante il ritardi di quasi un’ora del velivolo.

Sunday, August 23, 2015

Prague, discovery and nostalgia

One week in Prague, for the first time in Czech Republic and to the Goldschmidt conference (about geochemistry). Why not before? Well, Prague is yearly visited by too many Italians and I prefer less crowded places. The Goldschmidt conference is held every year in a different location, but it was in Prague already four years ago. However, I’m not a geochemist, neither a petrologist, but what I’m currently doing brings me closer and closer to this field of geology. Thus, I joined a large Belgian group, heading to Prague on a tiny turboprop aircraft.

a normally beautiful city, in any corner
Impressions from Prague. I annoyed all my journey mates and colleagues with this thought: the city reminds me Vienna. Not only for the chains of supermarkets and shops, the local recipes, the smell of railway in the subway, etc., but also for the beauty of the buildings in any street. The ugly Plattenbauten can be found only in the periphery. The center is preserved as it was at the beginning of the XX century, with rococo palaces next to art nouveau houses, as it wasn’t heavily damaged by WWII bombing. Obviously Prague is not Vienna, there are many differences, but it is closer to Vienna or Dresden than to Brussels. Once understood the differences, I liked the city for its characteristics. The locals are not that talkative and appear somehow rude, maybe annoyed by too many tourists. The locals I met outside this experience, scientists and musicians, are extremely nice persons. Like in Vienna, rude in shops and restaurants, lovely if met personally. Sorry, again the comparison! I hope to be forgiven for this continuous comparison with a city that played an important role in my life. For this reason, I would like to come back to Prague, for discovering more of the Czech features and history, but never again in August, when too many tourists, especially young Italians, are in town.

The inner joy given by a baroque church
Impressions from the conference. Even though I did not receive any feedback on the topic I was presenting, I learned a lot. I attended also talks not related to what I’m doing, but that allowed me to understand my belgian colleagues’ work. Not only science was good at this Goldschmidt, but also the complimentary food and drinks. After the terrible experience in Morocco last year, I was glad to find again beer and wine during the poster session. Don’t worry, I’m kidding. I met more colleagues from my Italian life than from the Viennese one. Another jump into the past. Seriously, the most touching experience was discovering the human side of other scientists. We talked about chemical reactions, isotopic fractionation, magma evolution, but also about family, feelings, dreams about the future, difficult relations with bosses or students, etc. It has been reassuring. It has also helped to tighten the bonds with some colleagues that I can consider friends. None is the superman/superwoman that appears in conferences or papers. We all have a life outside science. But none would stay in academia without a strong motivation.

Finally, a big thank to the guy who made this journey possible. The night before departure I had strong ear pains and I was afraid that an otitis could have jeopardized the flight. Quite anxious, I went to airport, where I consulted the local medical service. A young doctor has checked my ear and found that the infection wasn't so deep to make me risk the break of the eardrum. He prescribed some antibiotic drops and I could fly to Prague, with a much more peaceful mind. He saw that I was worried and tried to make me comfortable asking information about the conference I was going to attend. A rare case of empathetic doctor. I only regret to have lost his name.

Monday, July 20, 2015

Bachreise, ovvero un'italiana in Germania

Chi non conosce "Italienische Reise" di W. von Goethe? Onestamente non sono ancora riuscita a terminare i due tomi di cui è costituito. In compenso, grazie al consiglio di un amico, mi sono appassionata a "Spaziergang nach Syrakus" di J.G. Seume, decisamente più divertente. Ora mi appresto a compiere il viaggio inverso, ossia io, italiana raccontare un giro in Germania. Non è certo la prima visita in Germania (la prima è stata a 3 mesi di età, la più recente a dicembre dell'anno scorso), ma questa volta sarò con un gruppo di 34 tedeschi a Bxl, con una comunità luterana, unica non di madrelingua tedesca (a parte una signora olandese) ed una delle due sole persone di confessione cattolica del gruppo. Sarò anche la più giovane, con un gruppetto di quarant'enni, un paio di cinquant'enni e poi la maggior parte della comitiva decisamente sopra i 70. Un viaggio sulle tracce di J.S. Bach, ma anche di L. Cranach il Giovane e quindi delle origini del luteranesimo. Per la parte musicale, ulteriori dettagli saranno postati qui.

Statua dedicata a Bach ad Eisenach
Domenica 12
Dopo un semplice Gottesdienst (senza comunione), siamo partiti alla volta della Germania con un autista belga fiammingo. Il viaggio verso Eisenach, città natale di Johann Sebastian Bach, è stato eterno, causa cantieri e pioggia insistente e le soste obbligatorie per il nostro autista e per le esigenze idrauliche (nonostante avessimo un bagno a bordo). Un ultimo cantiere in città ci ha fatto perdere l’orientamento per il nostro albergo, ma un gentilissimo signore con figlia è venuto con noi fino alla destinazione desiderata, in una specie di castello a metà monte, con tanto di scrittoi incastonati nelle finestre nelle camere. Abbiamo cenato con un tramonto stupendo sulle verdissime alture della Turingia, con la Wartburg (ove Martin Luther ha trovato rifugio ed ha tradotto in tedesco il Nuovo Testamento) avvolta dalle nubi. La scena incuteva un certo timore ed affascinava per l’ispirazione romantica.

Lunedì 13

La nostra comitiva si è divisa in due gruppo, uno ha preso l’autobus, mentre l’altro è salito a piedi fino alla Wartburg attraverso il bosco. La bella passeggiata è stata coronata dal panorama sulla Turingia dalla fortezza e da una dettagliata visita guidata attraverso le stratificazioni di storia del luogo. Oltre al già citato Lutero, qui sono passati Santa Elisabetta d’Ungheria, Wagner e Ludwig di Baviera. Finalmente ho trovato l’origine dei colori della bandiera tedesca, con quell’oro che invece è un semplice giallo nella bandiera belga.

Nel pomeriggio ci siamo spostati in centro Eisenach, ove un’altra guida ci ha condotto lungo le tracce di Bach e di Lutero, nonostante una pioggia insistente. Dopo aver visto la chiesa ove Bach è stato battezzato e la scuola latina ove ha studiato, abbiamo visitato la Bachhaus, ossia il museo a lui dedicato. L’introduzione ha previsto una dimostrazione degli strumenti a tasto che probabilmente si trovavano in casa Bach, ossia un positivo, un organo da casa (con pompa a pedale per avere la necessaria aria autonomamente), un clavicembalo, un clavicordo ed una spinetta, ognuno suonato ed illustrato dalla nostra guida.


Il Krämerbrücke ad Erfurt.
Martedì 14
Giunti ad Erfurt la sera prima, attraversando interi quartieri a Plattenbau ridipinti e resi meno orribili alla vista, abbiamo iniziato la vista alla città con una guida molto chiacchierina ma con un accento talmente forte da aver reso difficile la comprensione anche ad alcuni compagni di viaggio. In compenso la città è stata una piacevole sorpresa. Ricca di storia, cultura e molto carina. Edifici rinascimentali, un ponte coperto come a Firenze, una chiesona luterana a fianco di una “gemella” cattolica, un festival musicale all’aperto, una fortezza, edifici in stile liberty, fachwerk, la più antica università della Germania, etc. Bach di qui non è passato, ma Lutero sì e pure alcuni membri della famiglia Bach, quindi non potevamo perderci la capitale della Turingia.

Nel pomeriggio ci siamo spostati ad Arnstadt ove Bach ha avuto il suo primo incarico come organista alla giovanissima età di 18 anni e da cui se n’è andato sbattendo la porta, praticamente facendosi licenziare. Testa calda questo Johann Sebastian. Il paesino è delizioso, ma il culmine della visita era l’ascolto dell’organo della Bachkirche, unica in tutta la Germania con questo nome. L’organo ovviamente non è quello originale inaugurato da Bach, distrutto dai vari rimaneggiamenti romantici, ma è uno strumento nuovo, ricostruito sul modello iniziale. Il suono è però è stato una delusione per me, quasi velato, brutto.

Prima di rientrare ad Erfurt per la cena, ci siamo fermati ad Dornheim, un paesino minuscolo ove si è salvata la chiesa in cui Bach sposò la cugina Maria Barbara. Una guida più unica che rara ci ha intrattenuto con aneddoti sulla storia di questo matrimonio e sulle coppie da tutto il mondo che vengono qui a sposarsi. Non ho potuto apprezzare tutto perché questo anziano signore parlava praticamente dialetto al mio orecchio. Pur se non distrutta dalla guerra, la chiesa era danneggiata dall’incuria dei 40 anni di DDR, tanto che vi nevicava dentro. Grazie ad aiuti da tutta Europa e donazioni private è stata risistemata ed ora c’è la coda per visitarla, tenervi concerti o cerimonie nuziali e battesimi.


Il giovane Bach ad Arnstadt
Mercoledì 15
Giornata interamente dedicata a Weimar. Prima tappa la biblioteca di Anna Amalia, miracolosamente recuperata dopo un incendio nel 2004. Durante la pausa pranzo abbiamo liberamente girato per la città, gustando il trittico di Cranach per la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, le case di letterati e musicisti che sono passati da qui, ed infine mi sono fatta fare una foto nella stessa posizione di più di dieci anni fa quando venni qui con i miei genitori. È rimasta poca traccia del passaggio di Bach, nonostante abbia composto molti dei suoi capolavori qui. Nel pomeriggio ci siamo divisi in due gruppi, uno ha girato il centro con il tema Riforma, mentre un altro si è incamminato per scoprire la Bauhaus, Gropius, van de Velde (toh! un belga!), e l’architettura funzionale, oltre al magnifico e romantico parco dell’Ilm. Prima di raggiungere la nostra meta successiva, ci siamo brevemente fermati alla chiesetta di Gelmeroda, che ispirò L. Feininger, un pittore americano, esponente del movimento artistico corrispondente al nostro Futurismo.

Giovedì 16
L’arrivo a Lipsia di sera ha donato un tramonto fantastico. Al mattino ci siamo incamminati con il nostro Kantor, che qui ha lavorato per anni, alla scoperta della Thomaskirche, ove ci aspettava l’organista titolare, U. Böhme, per mostrarci e farci sentire il Bachorgel, costruito nel 250° anniversario della morte di Bach, nel 2000, ed il grande Sauer. A seguire il museo Bach per comprendere la sua opera in città. Dopo pranzo mi sono concesso un lungo giro in solitaria per rivedere i luoghi visitati una decina d’anni fa e che erano sbiaditi nella mia memoria e scoprire nuovi angoli, come il nuovo Paolinum dell’università Alma Mater, luogo simbolo della libertà di pensiero e della tolleranza, tra nuova Gewandhaus ed Opera, come segno dello stretto legame tra cultura e musica in questa città. Nel pomeriggio il nostro Kantor ci ha mostrato l’enorme organo Ladegast di cui era titolare nella Nikolaikirche, edificio mirabolante per la decorazione interna e per il ruolo fondamentale nelle proteste del 1989 che sono sfociate nella caduta del muro che divideva la Germania. La serata si è conclusa con un borek turco, un giro in stazione ed una passeggiata in un centro ancora illuminato e scaldato dal sole, tra ulteriori tracce di musicisti (da Mendelssohn a Wagner) e moderni edifici.


Vetrata della Thomaskirche a Lipsia.
Ritornare in questi luoghi a distanza di anni mi ha permesso di farmi un’idea sulla reazione alla caduta del muro. Nelle grosse città, i 40 anni di DDR sono pesati come macigni, specialmente a Lipsia ove la chiesa universitaria è stata simbolicamente demolita dal governo, per cui ogni traccia di quell’epoca è stata  accuratamente cancellata negli ultimi vent'anni con il recupero ed il restauro degli edifici anteguerra o la costruzione di enormi centri commerciali iper-moderni, manifesto del conquistato capitalismo. Nei paesi di campagna, invece, la vita continua come pure prima ed i cambiamenti sono quasi in negativo, con aumento della disoccupazione e necessità di emigrare. In realtà credo che per quanto negativa la storia non si possa cancellare semplicemente demolendo un edificio e facendo finta non sia mai esistito, ma ci vorrà tempo perché in queste aree gli eventi passati vengano digeriti ed accettati.

Venerdì 17
A dispetto dei superstiziosi, la giornata è trascorsa magnificamente. Niente Bach, ma Lutero e Cranach, a partire da Wittenberg. Se Cranach il Giovane, onestamente, mi è sembrato un “venduto” alla causa, con ritratti pesantemente orripilanti dei nemici del Luteranesimo (sempre il cliche del brutto e cattivo) ed inclusioni di sé stesso nei dipinti come “umile” peccatore, il giovane Martin Luther mi è apparso molto meno guerrafondario dell’immagine idolatrata trasmessa da alcuni suoi seguaci. Lutero era un monaco agostiniano che, scandalizzato dall’incoerenza osservata nella Chiesa dell’epoca, osò porre delle domande un po’ provocatorie. Invece di rispondere con il dialogo, s’è beccato una scomunica. Non voleva certo fondare una nuova Chiesa o essere la causa di una sanguinosa guerra intestina in Germania. Ai nostri giorni l’avremmo considerato un riformatore o un folle, ma nessuno si sognerebbe di condannarlo al rogo. La visita alla città è stata guidata dalla coppia di pastori luterani, con cui ho avuto delle interessanti chiacchierate.

Dopo un gustoso pranzo in un’ambiente tradizionale, ci siamo immersi nel Wörlitzer Park, disegnato dallo stesso architetto che ha progettato il parco dell’Ilm a Weimar. Lo scopo ufficiale era vedere altri dipinti di Cranach, ma in realtà ci siamo gustati una meraviglia romantica, con edifici in finto gotico, battelli, isolette profumate e piene di fiori, pavoni coloratissimi e cigni. Un meteo insolitamente estivo ha ulteriormente coronato questa esulazione dal mondo attuale.


Wörlitzer Park
L’ultima sera di viaggio è trascorsa piacevolmente tra canti, canoni, e piccoli pezzi teatrali. A questo punto devo soffermarmi a descrivere la nostra compagine. A parte l’abitudine d’indossare calzini sotto i sandali (ma c’erano anche signore magnificamente vestite e truccate ogni giorno), gli stereotipi ed i pregiudizi che abbiamo dei tedeschi sono completamente errati. Il nostro gruppo comprendeva persone come se ne trovano in qualsiasi comunità, dalla scontrosa vecchina alla coppia di anziani gentili che adotta tutti i giovani come propri nipoti, con mariti pacifici e mogli che comandano o al contrario con mogli indebolite dall’età e dalla malattia e mariti ancora aitanti e premurosi, dalla professoressa zitella allo storico in pensione. In genere il livello di educazione era molto alto, come anche l’apertura mentale. La curiosità intellettuale era la stessa dalla giovane teologa all’ottantacinquenne in pensione da tempo. La solidarietà tra partecipanti era toccante, nonostante da fuori possa apparire un popolo freddo per la mancanza dei nostri ipocriti salamelecchi. Per tacere della profondità delle conversazioni, che spesso mi hanno messo in difficoltà per le mie limitate capacità linguistica. Invece di parlare di vestiti o cucina, ti stendono con domande sull’interazione Chiesa Cattolica e Stato in Italia, sull’origine del Cristianesimo in relazione all’evoluzione dell’uomo, o sulla figura della donna nella storia e nella Chiesa. E senza imporre le loro idee o giudicare pregiudizievolmente le opinioni altrui. Sicuramente non sono tutti santi, gli ipocriti o gli antipatici si trovano ovunque, ma vorrei proprio vedere l’accoglienza riservata ad un protestante, un nord-africano che parla male la nostra lingua o ad una coppia gay in un viaggio di una qualsiasi comunità veneta cattolica…

Sabato 18
La settimana è volata ed è già ora di tornare in Belgio, non senza fermarsi prima a Mühlhausen, ove il giovane Bach lavorò per soli due anni. La cittadina è meravigliosa, sia per la ricchezza storica (con ben 11 chiese, tutte in travertino, un municipio rinascimentale, un sistema di canali che alimentava i mulini da cui il nome, etc.), sia per la semplicità del piccolo centro ancora con case da restaurare a due passi da una nuovissima zona pedonale con negozi internazionali. Un altro gioiello del luogo è l’organo Schuke della Divi Blasii Kirche, fatto costruire da A. Schweitzer seguendo le indicazioni del giovane Bach che trovò uno strumento in stato pietoso. L’organista che ce l’ha mostrato ha fatto decisamente pena, ma il pranzo tradizionale che è seguito ci ha consolato ampiamente.


Un altro giovane Bach a Mühlhausen
Il viaggio di ritorno è stato eterno, come l’andata, causa cantieri e deviazioni. Solo poco prima di mezzanotte siamo rientrati a Bxl. Giusto il tempo di salutarsi, con la promessa di rimanere in contatto, e poi ognuno a casa propria. Domenica mattina ne ho rivisti molti, al culto luterano dedicato a Bach, animato anche dal nostro coro. Niente baci alla belga, ma cordiali strette di mano e la domanda di circostanza -hast du gut geschlafen? - hai dormito bene? Oltre al bagaglio di esperienze e di informazioni, porto a casa anche il ricordo di persone straordinarie nella quotidianità, come il nostro autista, dallo stile di guida spericolato ma dall’incredibile capacità di manovra e dalle mille attenzioni per i suoi passeggeri, i pastori luterani che nonostante il tempo e la non giovanissima età non hanno mai mostrato segno di stanchezza o impazienza, l’organizzatrice che è riuscita a portare ovunque anche chi aveva difficoltà di movimento e ad interessare tutti nonostante il gruppo fosse così eterogeneo, le signore che pazientemente ripetevano le loro domande al mio eterno “Wie, bitte?” e che s’interessavano del mio lavoro, la mia compagna di stanza con il suo buffo italiano (probabilmente migliore del mio tedesco) e con la sua attenzione ad annotare accuratamente ogni citazione o riferimento interessante, la coppia di anziani che si è spontaneamente offerta di portarmi a casa e di darmi un passaggio da e verso la chiesa luterana, le donne segnate dalle disavventure della vita ma che con tutte le difficoltà della malattia o dei lutti non si sono chiuse nella propria situazione ed al contrario vogliono conoscere il più possibile. Ho imparato molto su Bach, sulla scuola organistica tra Turingia e Sassonia, sulla famiglia Cranach, su Martin Luther ed il protestantesimo, sulla storia della Germania, etc., ma anche sull’umanità e sul corso della vita. Un po’ come Goethe, sono tornata al punto di partenza con un atteggiamento diverso. Lui imparò la leggerezza e la bellezza dall’Italia, io la determinazione e la profondità tedesca. Un grazie di cuore a coloro i quali hanno reso possibile questa meravigliosa esperienza!

Sunday, June 21, 2015

Italian PhD students abroad: what doesn't work?

Since I moved abroad as post-doc (March 2010), four PhD students originally from Italy have quit the PhD. Four out of… six or seven I met. Three of them belonged to my research group, in two different countries. This high failure rate might depend on the specific field or it is just an incredible coincidence.

The post title is provocative. Every story is different and has a reasonable justification, if considered individually. The guys who quitted are both male and female and are originally from different parts of Italy. The weather isn’t that terrible in the cities I’ve lived and I don’t think that colder temperatures and a greyish sky are enough for leaving a job. Neither the food. Nowadays Italian products and restaurants are available everywhere, especially in Europe. In the worst case, there is a pretty large free baggage allowance for many airlines. The income cannot be the reason, as it is everywhere much higher than the salary of a PhD student in Italy, even though I must admit that the part-time contract offered in Vienna is not really appealing. The local mentality can be different, but we are still in the old Europe. So, what’s the problem?

In my opinion and according to my own experience, Italian PhD students generally fall short in independence and self confidence, due to the education we received. We expect the supervisor being a “father” who follows, trains and encourages us in every step, like the master thesis advisor did. We look for a mentor, not for a manager. But, this is wrong! The transition from the master to the PhD school is traumatic. This is why I would suggest to work in industry before deciding to try the academic career. A PhD is not an extension of the university, but with a salary and no exams. It is a job, which requires passion, skill, and an incredible amount of willingness. Especially abroad, where students are used to write their own PhD projects and proposal for getting funding. The Italian PhD students who achieved the title abroad have often done a previous experience in a foreign country (master or Erasmus program) or have good reasons for staying in a specific country. Supervisors are generally full professors with little time to look after the students. They are generally very good managers who find money for research and motivate students and post-docs to go on. Whenever they can, they prefer hiring post-docs, because more independent and productive (in publications). It follows that the actual supervisors are the post-docs and other more experienced PhD students. I got the impression that many Italians are still confused between power and expertise.



Furthermore, the field of research I’m currently working on has scarce visibility. This implies limited availability of samples (especially in the case of rare meteorites) and funding (no or very little interest from privates). The result is a very competitive environment, where a young Italian PhD student might feel lost. Academia and generally science are not the heaven that common people think. Sometimes an industry mentality is much more successful than the innocent love for science and knowledge. It’s a war.

I was personally quite lucky. My Italian PhD supervisors helped me understanding this, before being traumatised by the sharks outside. Actually I learned the most after moving abroad. Again, I was lucky enough to have exceptionally good bosses, but the position of a post-doc is quite different from a PhD student. I’m still fighting for gaining the expected independence and self confidence, and by time to time I wish I could leave academia. All attempts failed, so far. Honestly, I feel bad when an Italian PhD student quits. I feel partly responsible. In the recent case, I have repeatedly warned the guy about the situation… but it was like forbidding to use the fire to a child. As long as she/he does not get burned, she/he won't believe you.

In conclusion, I don’t think that there is a real problem for Italians to get a PhD abroad, but our education, broad and deep about science but incomplete or absent about science policy, can make it much more difficult. Congratulations to those who did it!

P.S. Just for the record. Two PhD students who quitted in Vienna found soon a job in industry. Another one has been admitted to an international PhD school in Italy and recently graduated.

Monday, June 1, 2015

Settimana viennese a Bxl

Nonostante siano mesi che non esca da Brussel/Bruxelles se non per visitare i miei in Italia o per raggiungere qualche altra città belga, mi sono goduta alcuni giorni con la testa a Vienna. Sembrava quasi di essere di nuovo lì. Come mai? Perché allo stesso tempo ho presentato domanda per una borsa austriaca ed ho preparato la Deutsche Messe di Schubert col coro tedesco. Al solito, divisa tra geologia e musica.
L'ingresso del Geozentrum
Ho davvero poche speranze di ottenere la borsa austriaca, ma valeva la pena provarci. Dovevo iniziare da qualche parte prima o poi e non essendoci posti per cui potrei candidarmi, vista la mia "anzianità di servizio", devo per forza tentare di ottenere fondi propri per finanziare la mia ricerca. Allora perché non tentare di tornare a Vienna, visto che solo dopo essermene andata ho capito quanto mi ci sia trovata bene? Inutile continuare a lamentarsi di Bxl se non faccio nulla per provare ad andarmene. Così, tra stress da scadenza (ho compilato il progetto in un paio di settimane perché ho scoperto tardi il programma) e senso di colpa per sottrarre del tempo ai miei in visita, ho lavorato duramente in costante contatto con un paio di proff. di Vienna. Scrivendo il proposal avevo davanti agli occhi e nelle narici il bianco Geozentrum, che ho sempre paragonato a qualcosa a metà tra un ospedale psichiatrico (d’altronde siamo tutti un po’ pazzi in questo campo) ed un carcere (tipo Alcatraz, con i ballatoi che danno sullo spazio comune centrale). Non solo mi sono tornati alla mente gli strumenti che vorrei usare nella realizzazione del progetto, ma anche alcuni insignificanti dettagli come i giunti di gomma che permettevano le oscillazioni trasmesse dal passaggio dei treni nella stazione sottostante, il sapone liquido nei bagni, il rumore del bollitore che usavamo in ufficio, la forma della chiave, etc. Quell'edificio in perenne rischio demolizione (vorrebbero spostare l'università altrove) sembra bellissimo se paragonato alla grigia VUB ed alla ancor più triste ULB, dagli ascensori claustrofobici, la carta da parati scollata, i soffitti bassi, gli esterni in cemento grezzo, i bagni spartani, etc. Stanamente, però, ricordo gli edifici, gli oggetti, ma non le persone. Quelle cambiano, un po' perché si evolvono un po' perché siamo tutti precari e quindi ci si sposta altrove. La VUB e l'ULB saranno anche grigie, ma vi ho fatto conoscenze che non dimenticherò.

Prima della messa, in una chiesa di Vienna
Lasciata la comunità italiana per ragioni logistiche (distanza dalla nuova casa) e falliti i tentativi d'inserimento nelle comunità locali, ho trovato "rifugio" in quella tedesca, nonostante le mie capacità linguistiche siano notevolmente peggiorate. Il coro ecumenico tedesco ha temporaneamente abbandonato il repertorio luterano ed anglicano per affrontare la popolare Deutsche Messe di Schubert per la celebrazione della SS. Trinità nella chiesa cattolica. Melodie a me familiari perché a Vienna ogni domenica questa messa veniva alternata con quella composta da Michael Haydn. La maggior parte dei coristi, però, è di confessione luterana e non aveva mai udito questa messa, dalle melodie popolareggianti ed i testi (in tedesco) tipicamente… austriaci. Hanno storto un po’ il naso. A quanto pare pure il parroco, in genere aperto ad ogni novità, ha mostrato una certa diffidenza iniziale, essendosi formato nella zona di Colonia, ove queste melodie non sono mai arrivate. Alla fine ha celebrato un sacerdote anziano, che ricorda un po’ Joseph Ratzinger, il papa emerito Benedetto XVI, il quale ha sembrato apprezzare la messa schubertiana. Da poco sono stati cambiati i libretti dei canti (Gotteslob). La versione precedente, comune a tutte le chiese cattoliche di lingua tedesca, riportava in coda il repertorio di Vienna, compresa questa messa. La versione attuale, invece, ha preferito rimuovere quel “vecchiume” per lasciar posto al repertorio regionale di Colonia. Ciononostante il Gloria (Ehre sei Gott in der Höhe) ed il Sanctus (Heilig) di quella messa sono rimasti. Quando accade di cantare (o suonare) uno dei due mi viene spontaneo un sorriso, ripensando ai pasticci combinati alle prime messe a Vienna, quando trovavo organi scomodi, cantorie buie, sagrestani saccenti ed una liturgia che non conoscevo. In questo caso ho accompagnato il coro all'organo e me la sono goduta nota per nota.

Non so se avrò mai la possibilità di tornare a vivere a Vienna. In realtà ho raggiunto una sorta di equilibrio anche a Bxl e potrei rimanerci per sempre, se solo ne avessi l'opportunità. In ogni caso è bello poter rivivere un periodo importante della mia vita, in cui la curiosità per il cambiamento e la facilità con cui ogni passo poteva essere affrontato grazie all'organizzazione generale hanno permesso al tempo di fluire come in un sogno, lasciando solo i ricordi positivi.

Friday, May 1, 2015

Sundays for expats

My father told me. There is nothing as sad as a lonely Sunday in a foreign country. No Sunday lunch with the whole family, no shopping (that’s Saturday), no friends (with their partner or family), nobody around in town, nothing to do. Well, after working from Monday to Friday and doing the grocery shopping on Saturday, what does it remain to do on Sunday? Excluding the weekends at home, in Italy, and those spent on travel, there are still at least 30 lonely Sundays per year.
 
Credits: link
Actually, since I moved abroad, my Sundays have been of two kinds: Type 1, like that described above, really depressing, and Type 2, completely different. Type 2 Sundays are those filled with cultural events, touristic trips, tea with other lonely friends, etc. There should be a Type 3, the working Sundays, when I’ve been reviewing or writing scientific papers, preparing slides for conference presentations, or even travelling to and from conferences abroad, and writing applications for job positions. This category partially falls in Type 1 Sundays, therefore it will not be treated separately.

Let’s rather talk about the Type 2 Sundays. An important appointment on Sunday is the church. I’m catholic and as far as possible I try never to miss the Holy Mass. This means for me also listening to music and singing along. Sometimes this even implies playing the organ. In Vienna, I was “enrolled” as replacement organist and I indeed played in many churches. In Brussels, after one year regularly playing in one of the Italian churches, I became member of the team of organists in the German church and generally once a month I play during the service. As I have to prepare the songs and the other musical pieces I want to play and as generally I stay after the mass for practicing, this activity easily fills the whole day.

Antwerp castle
Sometimes there are special event, such as concerts, fairs, exhibits, movies, etc. The last Sunday I went to a concert with a couple of friends and next Sunday I’m going to visit a mineral fair in Antwerp. I like Antwerp. Generally I prefer visiting cities in work days, not on Sunday, but there is always something interesting going on in this city, like a second-hand book market, a piano-marathon, an art exhibition, etc. Nowadays the web helps a lot finding (free) activities or connecting with other lonely emigrants who want to go out. This is something that was probably unthinkable in the 60’, when my parents found themselves alone in Germany, at the beginning without speaking the local language. Who doesn’t speak a basic English now? My limited French and Dutch do not prevent me from going out. In addition… everywhere there are Italians and many locals have learned the language for cultural purposes. Not that I like talking Italian in my free time. I rather challenge myself with the local languages. But often Italy becomes the main topic in a conversation with other foreigners or with locals.

The Sunday of an "emigrant" (meaning young people who decide to move abroad and have the possibility to do it in the safest way as possible), alone in a foreign country, might be really sad, but at least for me (and my generation) staying at home and depressing myself is a choice (or I’m sick, that happens). Type 2 Sundays exist, it just depends upon us. So… what about an international brunch one of the next Sundays?

Wednesday, April 1, 2015

Un lustro da emigrata

Sono già passati 5 anni. Da un mese. Oggi festeggio i primi due anni a Bruxelles/Brussel. Poco, rispetto ad altri ed ai miei genitori, ma è un buon inizio. Sono cinque anni che ho lasciato l'Italia, il paese in cui sono cresciuta, i miei genitori, la vita fatta di gesti quotidiani talmente abituali da aver perso importanza, un esaurimento nervoso da stress lavorativo, la sicurezza della propria lingua e via dicendo. Ed ho iniziato a vivere sul serio. Forse sono anche più folle e instabile di quanto non fossi prima, ma indubbiamente i miei 1857 giorni da residente all'estero sono stati pieni, tutti da ricordare. Passando per le lacrime, lo sconforto, la rabbia, la gioia, la soddisfazione e la nostalgia. In questi anni ho sicuramente imparato nuove lingue e migliorato quelle che conoscevo già, ma allo stesso tempo non posso dire di essere in grado di parlarne alcuna, balbettandone appena la maggior parte. Comprendo quasi tutto, però. Questo è già un grande successo.

Tornare periodicamente in vacanza al paese natale fa uno strano effetto, perché sembra che la vita vissuta lì sia frutto di un sogno, sia talmente lontana nel tempo da essere stata immaginata e non reale. Questo vale anche per gli anni a Vienna, con cui ho riempito queste pagine, ma pure per il primo anno a Bxl, pieno di risentimento per la città (immutato!) e di disagi per la casa (su questo almeno la situazione è migliorata). Ma davvero organizzavo feste nel monolocale dello studentato di Vienna ove ho vissuto per 3 anni cucinando per 8-10 persone? E tutti i lunedì insegnavo teoria e solfeggio a 4 classi di ragazzini nel paese vicino? E uscivo la sera con gli amici, giocando a monopoli fino alle 2 di notte e poi la mattina dopo alle 8 ero in chiesa per suonare messa? E pedalavo sul selciato scivoloso di Vienna alla sera dopo il lavoro per andare alle prove del coro luterano? E prendevo la cuccetta e mi facevo 12h di treno per tornare a casa per un weekend? E portavo avanti un dottorato con altri 11 colleghi in uno stanzone che era adibito ad analisi radiologiche, con un computer comprato a mie spese? E suonavo gratis per la chiesa di lingua tedesca? Un momento, questo lo faccio ancora, anche a Bxl :D

Mi piacerebbe poter ricordare qui tutte le persone che ho incontrato in questi anni, ma sarebbe impossibile. Con alcune ho potuto fare un pezzo di strada, più o meno lungo, ma altre hanno rappresentato brevissimi incontri, eppure hanno lasciato qualcosa lo stesso. Proprio oggi, in ufficio abbiamo salutato il collega americano. A Vienna ho partecipato a parecchie feste di saluto, fino ad organizzare la mia. Un giorno lascerò anch'io Bxl. Di nuovo. Verso altri lidi. Chissà dove. A Padova era tutto un po' più stabile, almeno così sembrava perché ne osservavo la lenta evoluzione ogni giorno. Dopo la mia partenza ho perso un po' i contatti ed ora mi sembra cambiata. Ho perso i miei riferimenti. In ogni caso, ovunque vada, una cosa non cambierà mai: la gente continua a fermarmi per chiedermi indicazioni stradali!

Il punto informazioni festeggia in solitaria, rimandando ulteriori celebrazioni al primo decennale, o al rientro in patria (chissà!), o alla prossima emigrazione, o all'acquisizione di una cittadinanza diversa da quella italiana. À bientôt! Tot ziens! A presto! Bis bald! See you soon!

Thursday, January 29, 2015

Respect!

A short business trip to London has provided the opportunity to think about the lack of respect I experience since in Belgium. On the train, I was sitting next to a lady, who for the whole journey (2hrs) has chewed spicy and smelling chicken and did phone calls. She did not care of a possible allergy of her neighbour, of the will to sleep of other passengers (it was after 10 pm), and of the unpleasant smell (that I'd have greatly appreciated in an ethnic restaurant, but not on an evening train). When I boarded the bus at the station, the driver was standing in front of the door, smoking and chatting with a friend. He didn’t notice that the smoke was filling also the bus. There are hundreds of episodes like these ones. I still remember the noisy girls on the airplane to Morocco, who drank champagne, laughed, and flirted with the crew, wearing shorts and tops, not considering the restrictions of the visiting country and the desire of quietness of the other guests. There is also my neighbour, who listens to music in the middle of the night or makes noise when he is back home at 1-2 am in week-days. Obviously he doesn't have to wake up early in the morning for going to work.

Luckily not all Belgians are like that. As well as for Italians. I like the respect showed in Japan. Some friends said that it’s just hypocrisy. Perhaps they are right, I don’t mind. I’m respected, that’s enough. They respect each others, even controlling their natural needs (sneezing requires apology, water-sound is provided in the toilets, etc.). They respect also the environment. In Belgium, I’ve boarded trains and trams as dirty as after a party. I don’t expect someone cleaning everything, I want people learn to hold themselves from throwing garbage in the very spot they are. Very often it is almost impossible getting off the train, because people want to get in or just stand in front of the door. Is this something that has to be taught? It's the common sense. It's just respect!

These are Belgians, but Italians are not much different. Recently a discussion came out about which language is spoken in an international community, such as a shared apartment in town. Many Italians were proud to admit that they speak Italian between them, even if foreigners or locals are present. They said that Belgians do the same with their own languages. This is only partially true, because my Flemish colleagues always speak English, even if I’m the only foreigner joining the group for an evening beer. For French-speaking colleagues this might be more difficult, but at least they try or apologise for talking in French. Speaking a common language is the best way to show respect to the others.

By time to time, STIB/MIVB (local transportation company) promotes “show respect” campaigns, with colourful bracelets or pins and inviting people to greet the bus/tram drivers. Honestly I don’t need this fake attitude. I’m grateful to drivers when they see someone running and wait for him/her, when they inform the passengers about issues or changes, when they help disabled or old people and parents with heavy strollers, etc. On the contrary, I hate them when they keep talking at the phone or listening to the radio (hearable in the whole bus/tram), when they close the doors while people are still getting off, when they stop far from the sidewalk and in front of a puddle, when they pretend to understand only French, etc. Respect should be shown from both sides!

Honestly I must admit I have noticed an overall lack of respect. Everyone thinks to his rights and not what might bother the others. Freedom doesn’t mean “I do whatever I want”, but “I have the possibility to do what I like and that doesn’t bother or hurt anyone else”. The recent attack at the satyrical magazine “Charlie Hebdo” in Paris has raised the protest “Je suis Charlie!” in name of the press freedom. NO! Je ne suis pas Charlie. I’m not Charlie. I’m sorry for the killed people and their family, but that magazine has never respected anyone else. That's not a justification for violence. Lack of respect cannot be paid back with even worse lack of respect. However, satire is ridiculing politicians and important contemporary people, for what they do on duty, not for their possible physical deficiency, and not having fun of myths and religions. This is as disrespectful as censorship itself! Will we ever learn to respect our brothers, our Earth, shared places, public transits, etc? It costs almost nothing, just a bit of effort.




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