Monday, September 14, 2009

convegno a Liverpool

Per la terza volta mi sono trovata in Inghilterra, ma dopo due volte a Londra questa volta a Liverpool. L’occasione è stata un convegno biennale dal titolo “meccanismi di deformazione, reologia e tettonica” e quest’anno dedicato alla memoria di Martin Casey, professore scomparso recentemente. Ovviamente ho viaggiato con la Ryanair, con la quale ormai ho l’abbonamento...Partenza sabato 5 e ritorno giovedì 10. In realtà il convegno era limitato tra il 7 ed il 9, ma la disponibilità dei voli era limitata e la spesa in più d’albergo è stata compensata dalle tariffe economiche del volo.


Liverpool è più pulita di Londra, non so se per merito del vento che spazza le strade gratuitamente o per l’aria salmastra che corrode anche lo smog (si trova alla foce del giume Mersey). La seconda città della Gran Bretagna e che ragigunge quasiil milione di abitanti ha in realtà un centro piccolo, che si gira in mezza giornata. Credo che la costruzione più antica risalga alla fine del XIX secolo, i palazzi vittoriani sono alternati a costruzioni ultra moderne dalle forme asimmetriche e dai vetri scuri. Il gran numero di immigrati dalla vicina Irlanda per lavorare nei cantieri navali storici ha costituito un’enclve cattolica entro il dominio tradizionalista anglicano. Invece di farsi la guerra (come è avvenuto nell’Irlanda del nord di una ventina d’anni fa), le due confessioni hanno cercato un punto d’incontro ecumenico, per questo la cattedrale cattolica è stata progettata da un anglicano e quella anglicana da un cattolico, ed entrambe si trovano ai due capi di Hope Street (via della speranza).

Una panoramica delle foto del porto, dei bacini usati dagli antichi cantieri, dell’ampia foce del Mersey che viene periodicamente inondata dalle maree e dell’architettura della città si può vedere su facebook; perciò non mi dilungherò oltre sulla descrizione di ciò che ho visto, ad eccezione della visita ai musei. Il museo nazionale sulla tratta degli schiavi è davvero impressionante, la disumanità degli essere umani colpisce sempre, purtroppo la storia sembra relegata ai musei perché c’è sempre qualche folle seguito da masse deliranti che si avventa contro i propri simili per ragioni assurde. Ho visto anche la Tate, il primo museo di arte contemporanea della mia vita. Ho capito il senso di molte provocazioni ma sinceramente continuo a non considerarle ‘opere d’arte’. Il museo che mi ha entusiasmato di più è stato quello dedicato alla navigazione. Nei bacini di Liverpool sono state varate navi che hanno fatto la storia delle traversate atlantiche e... che ne hanno decretato la fine come il Titanic ed il Lusitania. All’interno di questo museo un’intera sezione era dedicata alla battaglia dell’Atlantico, durante la II guerra mondiale, la parte per me più interessante ed entusiasmante (per pregresse passioni), tanto che vi ho trascorso due ore senza rendermene conto! Nei sotterranei del museo, invece, è stata ricostruita l’atmosfera della Liverpool dell’Ottocento, ove vi ho ritrovato l’atmosfera descritta nei romanzi del periodo, anche se ambientati in altre città. Nei vicoli bui, umidi e maleodoranti (l’odore, per fortuna, si poteva solo immaginare nel museo), ci si aspettava da un istante all’altro l’uscita di qualche marinaio ubriaco o di qualche delinquente armato di coltello. Senza andare al museo, una bettola un po’ imboscata mi ha dato la stessa impressione (in questo caso però l’odore e lo sporco si percepivano nettamente, non c’era bisogno d’immaginarli). Una sezione del museo era dedicata anche all’emigrazione verso il Nuovo Mondo, facendomi riflettere su quanto le cose non siano cambiate: mollare tutto ed imbarcarsi in condizioni disagiate per un viaggio verso l’ignoto, con la speranza di trovare un posto migliore e l’incognita di non arrivarci proprio. Non ho visitato il museo dedicato ai Beatles perché... era l’unico a pagamento, e pure profumatamente. Davvero lode agli inglesi per l’abitudine di conservare splendidi musei senza far pagare un centesimo ai visitatori: una vera e propria promozione della cultura!


Temendo che la visita alla chiese fosse a pagamento come a Londra (ed in Olanda), la domenica mi sono affrettata per partecipare alle cerimonie religiose entrando gratuitamente ed avendo l’opportunità di sentire pure gli strumenti di cui erano dotate. Ho scelto la santa messa nella cattedrale cattolica sia per motivi confessionali sia perché in quella anglicana era prevista una messa di Mozart (chi mi conosce, capirà). La celebrazione era presieduta dall’arcivescovo Kelly. Davvero impressionante la commistione tra il rito tradizionale ed alcune perculiarità a noi estranee, come ad esempio l’intonazione gregoriana ed il canto ti tutte le antifone previste per la messa, la presenza di un coro maschile in ‘divisa’ (come alla Sistina, per intenderci, ma di qualità nettamente superiore), l’uso di musiche ed inni di 800 e 900 invece del repertorio più antico, la divisa rossa anche per l’organista (con ampio spacco per poterla lasciare a coda mentre si usano i pedali), l’invito ad un momento d’incontro (a base di the e dolci) appena terminata la celebrazione (tradizione più protestante che cattolica, ahimé), etc. Per i Vespri mi sono spostata nella cattedrale anglicana, ove, secondo le mie informazioni, doveva esserci l’organo più grande d’Inghilterra. Gli anglicani mi fanno sempre un’impressione strana... a parte l’ingresso delle donne al sacerdozio, a partire dalla tonca per finire con la complicata coreografia dei movimenti, sono rimasti agli usi della chiesa del ‘500, pre-riforma.


Lo scopo del viaggio a Liverpool non era però il turismo, relegato al primo ed ultimo giorno nella città, ma il convegno. La dedicazione alla memoria di Casey ed il boicottaggio da parte di alcuni gruppi hanno favorito la selezione di alcuni argomenti a scapito di altri. Il periodo concomitante con l’inizio dei corsi in molti atenei nordici, con la campagne sul terreno di molti geologi e pure con un convegno di geomeccanica che, pur coinvolgendo una platea diversa, ha sottratto persone divise tra diversi argomenti, hanno contribuito alla mancanza di molti professori. In compenso i giovani abbondavano ed è stato comunque interessante e stimolante confrontarsi con coetanei sui temi di studio. Ovviamente ogni studente riflette l’approccio del proprio gruppo e di conseguenza era come visitare le signole università. Bilancio positivo con nuovi contatti, lavorativi e d’amicizia,e nuovi spunti su come portare avanti gli argomenti presentati. Alla prossima, tra due anni!

Tuesday, September 1, 2009

how to write a scientific paper

Il titolo di questo post è copiato da quello di un libro che tratta come scrivere un articolo scientifico. A conoscere la faccenda, il fine ultimo non sembra, però, comunicare i risultati della propria ricerca, ma arrivare senza intoppi alla pubblicazione del lavoro. Il numero di pubblicazioni è un titolo che all’estero è molto valorizzato, in Italia un po’ meno in nome di altre "priorità". Il valore della pubblicazione dipende dall’impactfactor della pubblicazione, ossia, semplificando, una specie di rapporto tra il numero di articoli ricevuti, quelli pubblicati ed il numero di citazioni degli articoli. L’impact factor viene valutato solamente per le riviste ISI, ossia che hanno un sistema di revisioni. Ed ecco il punto, per pubblicare bisogna superare indenni il parere dell’editore e dei revisori.

L’editore si può imbonire abbastanza facilmente con la cover letter, in cui immancabilmente si descrive il proprio lavoro come rivoluzionario, d’importanza mondiale, imperdibile per la comunità scientifica etc. L’editore, se crede che l’argomento possa essere pubblicato sulla sua rivista, lo manda a 2 o più revisori. A seconda delle riviste, i revisori possono essere "suggeriti" dagli autori o si può dire chi non si vorrebbe come revisori, ma in ogni caso è a discrezione dell’editore scegliere i revisori tra quelli che crede siano più esperti in materia.

I revisori sono volontari. E’ davvero un lavoro oneroso se fatto bene. Volontari forse non è la parola giusta, perché una volta che un ricercatore inizia a pubblicare gli editori iniziano a chiedergli una revisione sugli articoli degli altri. Non è bene rifiutarsi di fare da revisore. Purtroppo ci sono dei revisori che liquidano molto rapidamente i lavori altrui o perché di un gruppo "rivale" o perché non esperti nel dettaglio o perché non hanno molto tempo e perché si fidano di una prima lettura superficiale, magari solo dell’abstract(riassuntino iniziale). Questo tipo di stroncature è il peggiore, perché in poche righe viene riassunto un giudizio negativo non sull’articolo ma sull’intero progetto che ha occupato gli autori per anni, investendoci tempo e denaro (pubblico o di privati finanziatori). 

Altri revisori, invece, dedicano molto tempo a questa occupazione, controllando ogni minimo dettaglio, rifacendo i calcoli, verificando la bibliografia ed addirittura leggendosi altri lavori già editi per addentrarsi nell’argomento che magari non conoscono a perfezione. A questi revisori bisognerebbe fare una statua! Sono quanto mai preziosi per gli autori. Presasi la briga di fare una seria revisione del lavoro, propongono all’editore delle revisioni maggiori o minori che non impediscono la futura pubblicazione del lavoro, ma indicano agli autori la strada da seguire per perfezionare l’articolo, anche con altre analisi, e portare a buon fine il progetto.

Questa differenza di comportamento si può spiegare anche col fatto che i revisori scelgono se essere anonimi o meno. E’ più facile mandare a quel paese qualcuno sapendo che il destinatario non sa chi siamo piuttosto che ritrovarselo ad un convegno e non sapere cosa dirgli! Adesso vogliono proporre anche una specie di revisione pubblica su internet, così chiunque voglia si legge in anteprima l’articolo e poi scrive i propri commenti, agli autori la libertà di rispondere o meno.

Scrivere un articolo, una volta terminato lo studio intrapreso e convinti della bontà del progetto, diventa la parte più difficile del lavoro. Si tratta di descrivere quanto fatto prevedendo le domande e le critiche. Ovviamente il libro su citato contiene dei suggerimenti su come destreggiarsi, sullo stile da adottare, sull’importanza delle figure etc., l’esperienza poi rende sempre più abili nella tecnica di scrittura... ma è sempre un terno al lotto. Magari aspetti un anno intero per ricevere una risposta negativa ed impieghi un altro anno per rivoluzionare il lavoro ed essere più fortunato, magari dopo un mese ricevi una risposta positiva per un lavoro che nel frattempo hai giù smentito con nuovi studi. Il bello della comunità scientifica!

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