Sunday, June 16, 2019

Graz e Mozart

Il capoluogo della Stiria ed il celeberrimo compositore di Salisburgo in realtà non hanno nulla in comune, se non il fatto di aver occupato il mio weekend.

Graz. Non ero ancora mai stata in questa città, nonostante non sia lontanissima da Vienna (ca. 2h30 in treno o in autobus) e nonostante più persone me ne avessero parlato bene. Grazie a delle offerte convenienti di viaggio, vi ci sono andata con un'amica appassionata ed esperta d'arte con cui ho fatto altri viaggi alla scoperta dei dintorni. Città veramente graziosa. Finora l'avevo solo vista in alcuni film austriaci, un tantino cupi, dominati dalla torre dell'orologio sullo Schlossberg. In Graz s'incontrano diversi stili, con influenze dalle terre vicine, lontano dalla pesantezza imperiale e decadente della capitale austriaca. Sembra uno dei tanti paesetti della Stiria, ma più grande e più aperto alla modernità. L'alieno, ossia lo strano edificio che ospita la Kunsthaus, così chiamato per il suo aspetto contrastante rispetto alle costruzioni vicine, è ovviamente opera di architetti stranieri, perché difficilmente un locale avrebbe osato tanto senza temere di essere linciato dai connazionali. Eppure sta proprio bene. Siamo nel XXI secolo ed i nostri antenati ci insegnano che la rottura con la tradizione è l'unico modo di lasciare il segno di una nuova generazione. Allo stesso tempo bisogna saper conservare e valorizzare il passato, per imparare. Passare dall'ameba tentacolata ad un carillon con coppia di locali che danza attraverso un scorcio "romano" con una chiesa eccessivamente barocca, questo intendo per una città che non rinnega la propria essenza ma nemmeno la ha paura di cercare nuove direzioni. 

il retro del "mostro"
 Mozart. Dopo un sabato turistico, sono tornata alla Vienna più usuale, con la Spatzenmesse del salisburghese, eseguita in pompa magna con solisti ed orchestra (compresi i timpani e due trombe), presso la chiesa di Grinzing. L'abitudine delle messe con solisti, coro ed orchestra è diffusa in moltissime chiese del centro, cosa che da noi risuona raramente persino nelle cattedrali. Come sono finita ad assistere a tale messa... dagli spalti del coro in un'angusta cantoria? Semplice, il direttore è una mia vecchia conoscenza, un Mozart padovano, che mi ha permesso di prendere parte a tale esperienza. Per gli appassionati, l'intero programma prevedeva oltre alla succitata messa anche l'Ave Verum durante la comunione ed una Sonata all'offertorio, mentre l'organista ha proposto il II movimento della III sonata di Mendelssohn e la stranota Toccata dalla V sinfonia per organo di Widor, entrambe suonate su un Ahlborn che "completa" l'organo a canne di cui è dotata la chiesa. Non mi dilungo sulla parte musicale. Il parroco, che in altre occasioni mi aveva entusiasmato con prediche molto sagge, stavolta mi ha spiazzata con un elogio a Mozart ed all'austricità. Ma come? Con un direttore italiano e sicuramente coristi e strumentisti da altri paesi? Il nauseante (per la sottoscritta) do maggiore mozartiano e le parole patriottiche del sacerdote mi hanno fatto rimpiangere... i cori luterani (o quasi) in cui ho cantato. Senza nulla togliere al Mozart veneto che è un fine musicista, il momento migliore secondo me è stato quando dopo la comunione tutti assieme si è intonato "Nun danket alle Gott", noto corale luterano. Quella gioia era più sincera del quarto d'ora di semicrome e voci.

Wednesday, May 22, 2019

Le notizie e gli austriaci

Il weekend è partito male, con conferenze stampa, proteste che si sono trasformate in festeggiamenti, titoloni dai giornali e dirette interminabili. Ieri una nuova notizia ha occupato i giornali, rubando un po' di clamore alle vicende del weekend. I due fatti sono la crisi di governo e la morte di Niki Lauda.

Hofburg. Residenza del Presidente della Repubblica.
La crisi di governo. Tutto è nato con la pubblicazione di parti di un video in cui il vice-cancelliere fa lo "sborone" davanti ad una donna russa, pompato da un eccesso di alcool, finendo per dire cose imbarazzanti e fortemente compromettenti dal punto di vista politico. La cosa risale a due anni fa ma è diventata di dominio pubblico ora, alla vigilia delle elezioni europee. Il vice-cancelliere si è immediatamente dimesso, lo scandalo era troppo grande, così come altri suoi colleghi di partito. Ieri è stato deciso di far dimettere il ministro degli interni, ma non la ministra degli esteri, che non ha mai nascosto l'amicizia con la Russia. Pensano di sostituire i ministri dimissionari con dei tecnici, per transitare il paese a nuove elezioni, ma devono ancora affrontare la fiducia del Parlamento. Non entro nel merito politico, ciò che mi ha sorpresa di tutta la faccenda è che gli austriaci sembrano terrorizzati dall'ipotesi di un governo tecnico o dalla mozione di sfiducia. In genere trovano una soluzione, un compromesso. Questa crisi è senza precedenti. In Italia siamo abituati alle crisi di governo, pochi governi hanno retto fino alla fine della legislatura senza rimpasti e cambi di alleanze. Siamo pure usi ai governi tecnici che ogni volta "salvano" il paese ma che mostrano che non basta essere esperti in una materia per poter legiferare a tal proposito e soprattutto per sopravvivere nel mondo della politica.
 
Niki Lauda. Purtroppo la sua dipartita non era del tutto inaspettata, la sua salute vacillava da qualche tempo, nonostante la sua forza nel reagire. Per gli austriaci era un eroe nazionale, per le vittorie sportive, per la ripresa dopo l'incidente del 1976 e per le sue tre compagnie aeree (la LaudaMotion è sotto Ryanair ma funziona ancora). Chi l'aveva conosciuto di persona (compresa una collega) l'aveva definito uno str****. L'impressione che faceva era di uno diretto, calcolatore, incapace di manifestare le emozioni. Eppure aveva una lungimiranza non comune ed una capacità "austriaca" di capire le persone, non per usarle, ma per non perdere tempo, a costo di risultare antipatico. Personaggio controverso, che aveva attirato su di sé una polemica per i polmoni nuovi ottenuti quasi senza attesa. La sua determinazione e la sua capacità di "rinascere" ad ogni cantonata hanno contribuito a crearne il mito. Qualche tempo fa è mancato un altro grande Nikolaus, austriaco per adozione, Harnoncourt. Anche lui spigoloso, dirigeva con lo sguardo, determinato, riservato e per questo rispettato ed ammirato pure da chi non capiva nulla di musica.

Apparente contraddizione. Burgtheater, Vienna.
Gli austriaci lasciano noi italiani sempre confusi, ci spiazzano con comportamenti che non riusciamo a codificare. I tedeschi sono più "facili" da interpretare, più lineari. Gli austriaci sono diversi dai tedeschi tutto d'un pezzo, ma anche dagli italiani mutevoli e creativi. Un esempio è il cancelliere attuale, giovane ed inesperto ma allo stesso tempo paziente e determinato. La caduta del vice gli ha dato la possibilità di togliersi dei sassolini dalle scarpe, mostrando di non aver ignorato le intemperanze degli alleati, semmai di aver chiuso un occhio per un obiettivo più alto, ma ora di non poterne davvero più. "Genug ist genug!" ha detto. Quelli confusi siamo noi, che assistiamo sorpresi alle contraddizioni austriache, dall'Internazionale che fa il paio con il Kaiserhymne ai titoli accademici che sostituiscono quelli nobiliari, dai palazzi dorati decadenti alle case popolari moderniste. Tali contraddizioni non sono incoerenze, per loro possono convivere, senza conflitti, facce dello stesso dado. Non è un caso che la psicanalisi sia nata qui...

Saturday, March 16, 2019

L'Italia degli Azzeccagarbugli

Tempo fa, all'inizio della mia esperienza all'estero, scrissi dei problemi incontrati cercando di aggiornare il mio profilo nel sito del MIUR per poter continuare ad essere contattata per supplenze nelle scuole superiori della mia regione. Dopo oltre nove anni dalla mia partenza mi sono ritrovata a litigare nuovamente con quel sito per poter partecipare alla selezione per ottenere l'ASN (abilitazione scientifica nazionale). Recuperare le credenziali per accedere al sito e' stato relativamente facile, nonostante il sistema ricordasse ancora il mio indirizzo mail dell'università di Padova. Ho ricevuto risposta nel giro di qualche ora ed il disguido è stato presto sistemando. Presentare domanda ha richiesto parecchia pazienza, anche per "tradurre" in modo comprensibile sia il linguaggio burocratico dei parametri richiesti, sia le mie esperienze lavorative estere, classificate in inglese quando non in altre lingue (tedesco e fiammingo). Poi c'è stata l'attesa, mesi, esattamente  sei. Non contavo di ottenere l'ASN perché dopo il dottorato ho abbandonato il tema di cui mi occupavo per dedicarmi ad un campo difficilmente inquadrabile nei rigidi settori disciplinari descritti dal ministero. Valeva comunque  la pena tentare, avendo i titoli per farlo. A sorpresa sono stata abilitata e con giudizi positivi. E' stato un onore.

Ed ora? In teoria, posso concorrere per un posto da prof. associato in tutta Italia, ovviamente nelle discipline in cui sono stata abilitata. Ho trovato un sito ufficiale ove vengono pubblicati i bandi, senza dover scorrere ogni settimana la Gazzetta Ufficiale. Peccato che sembra che il nuovo governo abbia deciso di bloccare le assunzione per tutto il 2019. Se accadesse, non solo non uscirebbero nuovi bandi ma anche perderei un anno di validità dell'abilitazione, che dura sei anni, ossia... se non si viene assunti entro questo termine bisogna ripetere la procedura. Un po' diverso dal sistema austriaco, in cui l'abilitazione è sì un titolo a scadenza, ma che viene automaticamente rinnovato insegnando, almeno all'Università di Vienna. Quindi l'Italia non e' più il paese degli Azzeccagarbugli come l'avevo definito anni fa? Magari! E' uscito un bando per un istituto di ricerca che non e' università. Consta di 45 pagine, di cui le prime 30 almeno sono solo di leggi e commi incomprensibili. Tra le richieste manca il certificato di esistenza in vita che invece trovai in un bando per il CNR e che tanto fece ridere i colleghi di qui. Chi volesse partecipare, leggendo fino in fondo le famigerate 45 pagine, troverebbe tra i possibili mezzi di comunicazione la PEC (e-mail certificata, a pagamento, possibile solo facendola fisicamente in Italia la prima volta e non credo di poterla avere come residente all'estero) o la classica raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui fa fede il timbro postale. A metà dicembre ho inviato delle cartoline dal Giappone all'Europa, le colleghe in Austria ed in UK hanno ricevuto le loro già al 2 gennaio, al rientro dopo le feste, mentre in Italia sono arrivate quasi a fine mese. Figurarsi se mi fido di una raccomandata, con tutto quel che costa inviare un plico cartaceo in tale forma, perché vogliono pure il CV in formato europeo (unici in Europa a richiederlo ed a conoscerlo), il quale essendo scritto solo su metà foglio diventerebbe di 50 pagine almeno nel mio caso, anche per la modalità d'inserimento delle esperienze e per gli spazi vuoti previsti.

Bandi a parte, visto che non ho intenzione di tornare in Italia per il momento e che l'abilitazione italiana mi serve principalmente da sprone e da titolo per tentare quella austriaca, non dovrei avvelenarmi il sangue con i normali inghippi italici. Invece ho avuto la bella idea di partecipare ad un convegno nazionale di scienze planetarie, come ho di recente raccontato. Il convegno era a Firenze ma in un campus universitario un po' decentrato. Quando me ne sono resa conto ho dovuto cambiare prenotazione dell'albergo perché altrimenti ogni giorno mi sarei dovuta sorbire almeno 40 minuti di bus. L'organizzazione del convegno, nonostante le migliori intenzioni, è risultata "italiana", dando all'aggettivo il significato di improvvisato e pieno di imprevisti. Da "crucchizzata" ho inviato il mio contributo con largo anticipo sulla scadenza prevista. Il termine e' stato prorogato. Dopo la scadenza della proroga mi contatta l'organizzatore per dirmi che hanno avuto un falso positivo e si sono persi il mio contributo. Peccato fossi già in Italia dai miei ed avessi lasciato il file incriminato nel pc dell'ufficio. Per fortuna ne avevo salvata una copia. Questo scambio di e-mail e' avvenuto la sera dopo le 21 di sabato 22 dicembre. Un tedesco non avrebbe lavorato in tali condizioni, quindi lode all'organizzatore che ha cercato di rimediare ad un problema tecnico dedicando del tempo privato. Il programma e' uscito il 15 gennaio, il convegno è iniziato il 4 febbraio. Se avessi dovuto prenotare un aereo... tanto c'è sempre l'immancabile imprevisto degli scioperi. Il programma era in italiano, con i titoli dei contributi in inglese. Le presentazioni erano in italiano e questo mi ha gettato nel panico, perché sono diventata lenta a parlare la mia lingua in ambito scientifico, non mi vengono più i termini corretti, ammesso di averli mai imparati, avendo cambiato campo di studi. Come mi ha fatto notare una collega tedesca, l'equivalente convegno nazionale in Germania aveva tutti i contributi (almeno il 95%) in inglese, sia perché in Germania ci sono parecchi studenti, dottorandi, ricercatori e persino professori di origine straniera e che non sono fluenti in tedesco e sia perché lo scopo del congresso è anche di attirare ancora di più ricercatori dall'estero. In Italia il provincialismo domina. Insomma, l'internazionalizzazione tanto auspicata resta un'utopia, ma anche semplicemente il funzionamento di un sito o l'incontro tra scienziati, cercando di mettere d'accordo (missione impossibile) un gruppo eterogeneo e polemico.

Venendo dall'estero vivo simili esperienze con sentimenti misti, tra rabbia ed amarezza, rabbia perché persino le cose più semplici diventano complicate ed amarezza perché il potenziale umano è buono ed è un peccato sprecarlo per la burocrazia. In vista del prossimo EGU, convegno che riunisce a Vienna ca. 13000 geologi da tutto il mondo, uno dei miei supervisori di dottorato ha invitato un contributo piuttosto provocatorio, domandandosi come mai l'Italia sia indietro nella ricerca in campo geologico rispetto al resto del mondo. Lui è rientrato da poco dopo un periodo all'estero. L'impatto con la burocrazia che ostacola ogni passo è traumatico. Gli auguro di riuscire a smuovere il sistema, ha tutto il mio appoggio.

Wednesday, February 27, 2019

La seconda chance di Glasgow

Ormai sette anni fa visitai la Scozia per la prima volta. Mi piacque parecchio, dalle coste selvagge alle alture rurali, dalle isole tempestose alle rovine di castelli e chiese. Terra affascinante, con una sua bellezza unica... tranne Glasgow. La grossa città ex-industriale mi sembrò davvero orribile. Pure dopo aver conosciuto Bxl, continuai a considerare Glasgow la città più brutta che avessi mai visitato.

Ora vi ci sono tornata per una settimana. Non in vacanza con amici, come in passato, ma da sola e per lavoro. Ho principalmente trascorso le mie giornate tra laboratorio senza finestre, scrivania verso un muro e stanza di albergo nel seminterrato (soluzione tipicamente britannica). Eppure ho avuto modo di esplorare la zona e di gustare la gioviale vita studentesca. A differenza della volta precedente, sono prevalentemente rimasta nel West End, ampio quartiere vittoriano tra parchi, musei e università. Molto meglio della parte orientale, appena dietro la cattedrale, dominata dall'architettura industriale e da palazzoni impersonali costruiti dal dopoguerra in poi. Sono tornata in centro, che ancora una volta non mi ha colpita particolarmente.

Le volte nell'edificio principale dell'università
In sostanza, mi sono piaciuti i parchi, i fiumi, i musei gratuiti (consigliato il Kelvingrove, con i concerti d'organo quotidiani), la cordialità e l'ironia dei locali (tipicamente "decorano" statue e monumenti con coni stradali), la diffusione della cultura, la presenza di una numerosa comunità straniera (soprattutto studentesca, pur se in gran parte anglofona, non è scozzese) ed il forte accento, nonostante renda l'inglese praticamente incomprensibile. Non ho gradito la sporcizia un po' diffusa (ma meglio di Londra e Bxl), la mancata piena differenziazione della spazzatura, il numero di senzatetto che discretamente chiede l'elemosina, la carenza di edifici pre-vittoriani ed il grigiore generale. Non basta il meteo, hanno dato una mano all'atmosfera costruendo a perdita d'occhio edifici in arenite bruna, tutti uguali gli uni agli altri. Almeno a Kensington a Londra hanno anteposto delle colonnine bianche.

Panoramica di abitazioni di epoca vittoriana


Sul piano lavorativo, è stata una settimana molto produttiva, sono pienamente soddisfatta. Colleghi preparati, altamente specializzati, ma anche simpatici e disponibili, con cui ho alternato chiacchierate fantascientifiche o banali con quelle scientifiche, sempre davanti ad una birra o ad un caffè/tè. In genere, nonostante il mondo accademico sia contro la Brexit (come anche gran parte della Scozia), ho notato quanto il mondo britannico si differenzi dal continente e quanto ci tenga a rimarcare la separazione, basti pensare che chiamano "Europei" gli accademici o gli artisti da oltremanica. Cosa che finora avevo sentito solo negli USA. La Scozia è diversa dall'Inghilterra, come la Baviera è diversa dall'Essen, ma c'è qualcosa che le identifica come facenti parte della stesso mondo. Non solo le prese di corrente e la lingua ufficiale.

Tornando alla classifica delle città più brutte che abbia visitato, ammetto che possa esserci di peggio, posti di cui ho sentito parlare ma che non ho mai visitato di persona, come Charleroi, Leeds, Manchester, etc. Tanto Bratislava è rococò di Maria Theresia, tanto Glasgow è vittoriana (nella parte carina della città, idem per Bratislava). Se restassi in accademia, potrei tornarci già l'anno prossimo, per un convegno. Da visitare se vi capita di passare dalla Scozia, anche se le vere meraviglie sono fuori città.

Tuesday, February 12, 2019

Addio Firenze! (Cit. Gianni Schicchi)

Per puro caso ho ascoltato il Gianni Schicchi alla Volksoper (quindi tradotto in tedesco) per ben due volte e poco dopo sono andata a Firenze per partecipare al Congresso Italiano di Scienze Planetarie. Per questo uso le parole di Gianni come titolo al post. Chissà quando ricapiterà di tornare a Firenze, città che avevo visto da piccola e che stavolta non ho avuto tempo e modo di gustare. Firenze è bellissima, nessun dubbio, ma l'aumento del numero di turisti e di studenti universitari ed il ritardo dell'adeguamento dei trasporti e delle strutture ha reso la città disorganizzata e confusionaria come non mi sarei aspettata da un centro-nord Italia.

Il viaggio di andata da Vienna a Venezia ha avuto un piccolo imprevisto, oltre due ore di ritardo a Tarvisio causa guasto al locomotore. Invece, a sorpresa, il viaggio fino a Firenze è filato liscio ed il treno è letteralmente sfrecciato nelle gallerie  appenniniche ad oltre 270 km orari. Raggiungere la pensione ove alloggiavo è stato più complicato, tanto che ho preferito andare a piedi, attivando il navigatore sullo smartphone. La pensione non era male, curata e comoda, ma tra un'incomprensione e le nuove leggi italiane che mettono a rischio il rimborso da parte di Vienna, tra lo scarso isolamento acustico dalla strada, non posso dire di essermi proprio goduta il soggiorno. Avrei dovuto restare fino al venerdì ora pranzo, ossia fino al termine del convegno, ma hanno annunciato uno sciopero ferroviario nazionale (novità) ed ho preferito rientrare la sera stessa della mia presentazione, per cui dopo il mio orale sono corsa in stazione. Fatica sprecata, 40 minuti di ritardo del frecciargento, quindi più di un'ora al freddo in stazione dopo i varchi, perché non c'è nemmeno una sala d'aspetto. La linea del tram T2 che dovrebbe collegare il nuovo polo universitario con il centro è in fase di test da un anno e le linee autobus circolano a piacimento. Se avessero tenuto il convegno in un paesino sperduto  nella campagna bergamasca sarebbe stato lo stesso, Firenze con le sue bellezze è rimasta un miraggio a km di distanza a piedi o a decine e decine di minuti di attesa di autobus imbottigliati nel traffico.

Minima distanza raggiunta dal Duomo. Ovviamente, cantiere del tram.
Il convegno già dall'annuncio mi era sembrato molto… "italiano", nonostante gli sforzi degli organizzatori per prepararlo al meglio. Scadenza per la presentazione dei contributi prorogata, perché gli Italiani aspettano sempre l'ultimo minuto per inviare qualcosa, e poi il server se ne è mangiati alcuni, costringendo l’organizzatore a chiederne copia nel fine settimana sotto Natale, la ricevuta con tanto di marca da bollo secondo le leggi italiane che in campo burocratico sfiorano il ridicolo, i perenni ritardi nell’iniziare le presentazioni, specialmente al mattino e dopo pranzo, con la gente che arriva quasi a fine sessione e si sofferma a chiacchierare sulla porta, una certa aria di sufficienza verso le presentazioni degli studenti, il monopolio tematico di esponenti di determinate comunità, etc. Tra tutti i partecipanti, poco più di un centinaio, mai tutti presenti contemporaneamente, credo di essere una delle pochissime venuta dall’estero. Avevo sperato, o forse mi ero illusa, di tessere relazioni in grado magari di far fruttare quella famosa ed inutile abilitazione. Invece si finisce per parlare prevalentemente con chi si conosce già. Ciononostante, il bilancio finale non è stato affatto negativo e pur se all'ultimo giorno qualche conoscenza importante s'è fatta, sperando sia l'inizio di fruttuose collaborazioni scientifiche.

Per il pranzo ci si appoggiava alla locale mensa. Non si mangiava male, ma il fatto che le lezioni qui siano già riprese ha reso l’esperienza stressante, a causa della rumorosità degli studenti. Per la cena sociale ci hanno portato a Prato, anche per farci visitare il museo del posto. Nonostante sia una collezione modesta rispetto quella viennese, si tratta di una raccolta di minerali e meteoriti di tutto rispetto, con pezzi molto rari e costosi. La mostra è ben organizzata, interessante e comprensibile anche ad un bambino, con installazioni intuitive pure sulla meccanica celeste. Mi sembra, però, che tutti i testi siano solamente in Italiano, il negozio del museo è minuscolo ed associato alla biglietteria. Non avrei saputo dell'esistenza del museo se non mi ci avessero portato, eppure è il maggiore d'Italia del suo genere. Peccato! Per il nostro paese, come sempre. La cena è stata semplice ma gustosa, senza la famosa fiorentina coll'osso che avei evitato, ma con il celebre pane senza sale e la millefoglie come dolce.

In conclusione, mi dispiace molto per Firenze che avevo forse idealizzato come messa meglio di Roma in tema di ricezione del turista, mi dispiace per la comunità italiana che cade sempre nell'autoreferenziale. Ciononostante, trovo il modo di fare ricerca in Italia eticamente più corretto e con conoscenze più approfondite che all'estero, da alcuni scienziati italiani c'è da imparare. Allo stesso tempo, però, è evidentemente abbiano pochi mezzi. Purtroppo, non sono (ancora) in una posizione da risultare appetibile anche dal loro lato. In ogni caso, l'ennesima visita in Italia che ha rafforzato la mia convinzione a restare all'estero.

Thursday, January 31, 2019

Razza bianca europea

Non è la prima volta che mi candido per un posto in ambito accademico nel Regno Unito, ogni volta sono obbligata a rispondere a domande sull'etnia di appartenenza, la religione e l'orientamento sessuale per la sezione pari opportunità. Da qualche tempo, alla domanda sulla razza, nel menu a tendina compaiono "British white", "Irish white" e "Other white background". In precedenza c'era l'opzione "Caucasian", ora scomparsa. Se uno indica "other", non essendo io né color neve né con i capelli rossi, si viene pregati di specificare. Nello screenshot qui sotto potete vedere la mia provocatoria risposta in tema Brexit: "European".
 

Onestamente, trovo la domanda offensiva. Non è il colore della pelle che fa una persona, ma dove e come è cresciuta ed è stata educata. Il fatto che sia nata in Italia e che l'italiano sia la mia lingua madre ha forgiato il mio modo di pensare, più che essere rosa ambrato ed anemica, con i capelli castani e lisci. Il cittadino italiano è per definizione un misto, nei secoli le nostre coste sono state aperte e sono sicura che in ognuno di noi scorre un po' di sangue spagnolo, arabo, francese, anglosassone ed asiatico. In Giappone e negli USA mi sono sentita chiamare "europea" per la mia cultura ed è quel che mi sento. L'Europa è quella parte di mondo dove ci si fa la guerra tra villaggi, si parlano milioni di variazioni delle già molteplici lingue nazionali ed in cui tutti hanno una memoria storica comune, dominata per lungo tempo dalla presenza della Chiesa e da sanguinosi conflitti. Che lo si voglia ammettere o meno. Agli occhi di un americano, un abbronzato cattolico spagnolo non è diverso da un pallido ateo norvegese.

Il ridicolo delle domande continua con la nazionalità, quando sotto "Italy" non compare "includes San Marino", come avrei potuto comprendere per ridurre il numero di stati elencati, ma "includes Sardinia, Sicily". È vero, gli isolani tendono a chiamare "Italia" o "continente" la penisola, ma si sentono sicuramente più Italiani di una buona percentuale di altoatesini. L'aggiunta non era assolutamente necessaria.

Alcuni conoscenti hanno recentemente lasciato il Regno Unito per tornare in Italia, in parte per lo spauracchio della Brexit (i ricercatori inglesi sono egualmente terrorizzata dall'eventualità che i fondi europei non siano più accessibili) ed in parte perché nelle università italiane si stanno creando le opportunità per un rientro. Magari, come "minoranza" europea che invece anche in questo momento accetterebbe di andare in Regno Unito, ho qualche possibilità in più per il bando di cui sopra.

un'italiana in Europa

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