Wednesday, August 9, 2017

Impressioni d'America (USA)

L’annuale riunione della Società Meteoritica che in passato mi ha portato a Londra, Casablanca e Berlino si è svolta quest’anno a Santa Fe, New Mexico, USA. Per convenienza di viaggio, ho girato negli Stati Uniti per ben 15 gg., passando per tre stati. Durante questa permanenza ho avuto modo di farmi un’idea più completa degli USA. Non ero sola, bensì con una collega tedesca che lavora al museo, così non solo ho affrontato l’esperienza in compagnia, ma ho pure potuto continuare ad esercitare il tedesco.

Cronaca di viaggio:
  • Ven: volo Austrian Vienna-Chicago. Pernottamento vicino all’aeroporto in hotel squallidino, con tassisti imbroglioni da e per l’aeroporto. 
  • Sab: volo United Chicago-Albuquerque, con primo contatto con il caos dell’aeroporto di Chicago. Piacevole shuttle dall’aeroporto di Albuquerque all’hotel a Santa Fe, preceduto dal primo pranzo new mexican, piccante ed abbondante.
  • Dom-Ven: workshop pre-convegno e settimana di convegno a Santa Fe, tra politica e scienza, escursioni geologiche locali e cene di gala (welcome party in tema spagnolo con danzatori di flamenco, cena sociale in tema messicano con musicisti mariachi e karaoke finale, cena di saluto in tema indiano con benedizione). 
  • Sab-Lun: escursione geologica in Arizona, tra Painted Desert, foresta pietrificata, San Francisco volcanic field, Grand Canyon e Meteor Crater, con pernottamenti a Flagstaff e guida in stile militare.
  • Mar: giorno in auto, noleggiata da collega tedesco, tra i parchi nazionali attorno ad Albuquerque e visita a Los Alamos.
  • Mer: volo Albuquerque-Chicago. Pernottamento vicino all’aeroporto.
  • Gio: giornata in aeroporto causa mancanza di deposito bagagli e disorganizzazione locale, invece della programmata visita alla città. Volo Chicago-Vienna con partenza con 4h di ritardo causa maltempo.
  • Ven: felice arrivo a Vienna, Austria, Europa.

una via del centro a Santa Fe
Santa Fe è una cittadina molto carina, pulita, volutamente tradizionale, focolaio di arte e cultura tra Spagna, civiltà Pueblo, Messico e gli USA di oggi. Vi ci si trova la più antica chiesa di tutti gli USA, San Miguel, di ben 400 anni, un record per il posto, una bazzecola per l’Europa, considerando che il Pantheon di Roma ha quasi 2000 anni. Assolata e verde, nonostante in mezzo ad una sorta di deserto su un altipiano di 2000 m s.l.m.. La gente è cordiale e sorridente, tranquilla, con la lentezza del sud nel fare le cose. Geologicamente parlando finalmente mi sono goduta dei meravigliosi graniti e degli shatter cones senza ombra di dubbio, nonostante la pioggia nel giorno della prima escursione ed il mancato arrivo dell’autobus nel secondo giorno programmato. 
Albuquerque, invece, è la grande città, in cui la parte storica è limitata e ricostruita e la parte nuova è dominata da grattacieli in stile “americano”, circondata da autostrade importanti e trafficate, attraversata dalla famosa Route 66 e purtroppo popolata da capi dei vari cartelli della droga. La città paga le dimensioni, la vicinanza relativa al confine col Messico e la povertà dei locali nativi ed immigrati. Panoramicamente è spettacolare, sormontata e circondata da montagne. Il paesaggio cambia rapidamente dal deserto ai boschi “alpini”, da un’enorme caldera vulcanica e relative colate impressionanti alla stratificazione orizzontale triassica, dai profondi canyon scavati da scarni corsi d’acqua al verde che accompagna il Rio Grande. Aeroporto piccolo ma carino ed ordinato.

La chiesa di San Miguel, la più vecchia in USA.
La parte nord-orientale dell’Arizona offre vedute magnifiche. A perdita d’occhio… il nulla. Per chilometri e chilometri si vedono solo altipiani intagliati artisticamente da processi erosivi ed alture di origine vulcanica. La riserva Navajo testimonia l’egoismo dei conquistatori europei che hanno preferito sfruttare il territorio con allevamenti di dimensioni impressionanti relegando i nativi in zone desertiche o quasi, ove questi continuano a vivere in povertà in baracche o roulotte. Per recuperare, gli americani di oggi hanno creato parecchi parchi nazionali, con sentieri asfaltati per permettere ai turisti in ciabatte di visitarli (ma non a chi ha mobilità limitata) e regole restrittive sulla conservazione del paesaggio (non si può toccare nulla). L’eccesso si raggiunge con il Barringer Meteor Crater, che appartiene alla famiglia Barringer. È onorevole che tentino di preservare il primo cratere d’impatto meteoritico riconosciuto come tale e che allo stesso tempo lo rendano accessibile ai visitatori, che finanzino progetti di ricerca e studenti con i soldi guadagnati dal turismo e che contribuiscano alla diffusione della cultura scientifica in un paese piuttosto chiuso religiosamente (gente incontrata per caso confondeva la meteorologia con le meteoriti o i crateri vulcanici con quelli d’impatto e vaneggiava di yeti di montagna ed impatti catastrofici ogni 3000 anni, per tacere dei cartelli dei creazionisti lungo la strada), ma impedire a dei geologi di osservare da vicino determinate caratteristiche, di tenere con le proprie mani un sasso e di condividere foto di strutture peculiari è un’esagerazione ridicola, a mio parere. Da noi, in Europa, i parchi sono per essere vissuti, con la coscienza che nulla è per sempre, anzi la Terra è in continua evoluzione. Altra differenza, da noi si ammirano maggiormente le opere dell’uomo, dall’architettura alla pittura, dalla musica alla letterature, data anche la storia e la densità della popolazione, negli USA, invece, le opere della natura, perché gli umani si concentrano in poche città o vivono separati da centinaia di km.
Il Grand Canyon al tramonto.
Della città di Chicago non sono riuscita a vedere nulla, tranne l’aeroporto e l’area adiacente, dominata da nomi germanici. Vi regna la disorganizzazione totale e la popolazione non è particolarmente gentile, al contrario di Texas, Arizona e New Mexico. L’aeroporto è enorme, possiede 5 terminal, ma è caotico e privo di negozi interessanti, se confrontato ad Heathrow. Non è possibile lasciare i bagagli in un deposito, i tassisti fanno il loro piacimento senza regole,  mancano indicazioni chiare e comprensibili su come e dove raggiungere la stazione degli shuttle per gli alberghi della zona, i taxi, il treno per la città, gli autobus, il collegamento tra terminal, etc. Detto da due persone, come la collega e la sottoscritta, che sono abituate a viaggiare, dall’Australia al Giappone. I controlli per la sicurezza sono inutilmente ed eccessivamente pesanti, anche per chi li effettua. La trovo una cosa priva di senso, perché ribaltare mm per mm una valigia, invadendo la privacy del possessore, solo perché vi sono delle innocue rocce, della crema di nocciole o un flauto metallico, facilmente individuabili ai raggiX, non previene un possibile attacco effettuato con materiali ammessi col bagaglio a mano. Come discussi una volta con un’addetta in Belgio, sono più pericolose la cintura di cuoio, le matite appuntite e le penne di un gancio metallico o di un tagliaunghie. Senza contare che negli USA troppa gente gira armata ed i notiziari ogni giorno riportano di sparatorie. Altro che attacchi terroristici, il vero pericolo sono il traffico (non esistono marciapiedi o regole di sorpasso, i mezzi sono enormi ed hanno limitata visibilità) e la gente armata. Un altro aspetto che mi ha colpito negativamente è lo standard alberghiero. Stanze enormi per letti matrimoniali per single, bagni minuscoli con docce-vasche mortalmente pericolose e totale mancanza di spazzolone per il wc, cosa piuttosto imbarazzante. Parliamo dell’aria condizionata con temperature da freezer? Il mal di gola e la bronchite sono dietro l’angolo, si passa continuamente tra il caldo soffocante dell’esterno ai 18°C dell’interno, per cui bisogna portarsi dietro una giacca per non gelarsi. Per tacere della mentalità dell’usa e getta, per cui la colazione è servita su bicchieri e piatti di plastica da gettare dopo l’uso. In Europa, pure nella più misera pensione dell’est o nel più economico ostello ho sempre trovato piatti e tazze di ceramica e posate di metallo, magari dell’IKEA, ma non di carta o plastica! Durante questo soggiorno mi è stato ripetuto più volte di essere europea. La nostra guida in escursione trattava gli “ospiti internazionali” come degli emeriti ignoranti. Ospiti che a parte un’australiana, tre brasiliani ed una marocchina (comunque tutti molto europei per abitudini) venivano tutti dall’Europa.

Il convegno. Come ho detto più volte, non amo particolarmente il MetSoc perché una riunione politica più che scientifica. Stavolta, però, la perfetta organizzazione di una tedesca trapiantata negli USA ha permesso un buon equilibrio tra studenti ed anziani ed un’ottima possibilità di visibilità e di scambio per i ricercatori emergenti. La parte politica ha dominato comunque, anche se  la vecchia guardia sta progressivamente cedendo il passo per questioni di età e molti europei ed americani hanno "boicottato" l'occasione. Ergo, nonostante la politica ho potuto conoscere altri ricercatori e scambiare idee e promesse di collaborazione. Spero riesca a portare avanti i progetti nati in questi giorni. Ho apprezzato molto che una volta tanto le escursioni del mercoledì avessero tema geologico e non meramente turistico, come solitamente accade in questo convegno. Nonostante apprezzi l’opportunità di visitare posti nuovi in giro per il mondo grazie al convegno, preferirei gustarmeli rimanendo qualche giorno in più piuttosto che rinunciare alla geologia locale, che da sola difficilmente potrei comprendere.


Bilancio finale. È stato interessante, ho visto ed imparato, ma l’esperienza di Chicago e le battute sull’Europa (dettate forse da un sopito complesso d’inferiorità) mi hanno amareggiata. I panorami naturalistici mozzafiato ed ai laboratori superattrezzati non sono motivi sufficienti per me per pensare di lasciare il "vecchio continente"! (N.B. "vecchio" storicamente, ma non geologicamente parlando)

Saturday, July 1, 2017

Maria, ihm schmekt's nicht

"Maria, non gli piace", questo il titolo in italiano di un libro di Jan Weiler da cui è stato tratto un simpatico ma semplicistico film con Christian Ulmen e Lino Banfi, di cui esiste un seguito letterario (ancora da leggere) e cinematografico ( a giudicare dal trailer ancora più insulso del primo). Eppure il testo originale è piacevole da leggere, ironico ed amaro allo stesso tempo. L'ho trovato ad un mercatino di libri usati a Vienna.

copertina del libro originale
L'autore pesca a piene mani dalla propria esperienza personale per raccontare gli Italiani attraverso gli occhi di un tedesco. Come il protagonista del libro e voce narrante, l'autore ha sposato una ragazza il cui padre è italiano, arrivato in Germania come Gastarbeiter nel secondo dopoguerra. Nella prima metà del libro le "stranezze" italiane, specialmente del centro sud, fanno sorridere e disperare il giovane tedesco. Nella seconda metà, invece, si riflette sulle difficoltà di un emigrato, in questo caso Antonio, il suocero, che è destinato ad un futuro senza patria perché ormai diverso dai compaesani rimasti a Campobasso ed allo stesso tempo non pienamente accettato ed integrato in Germania nonostante abbia sposato una tedesca. Antonio chiosa tristemente che l'unico posto in cui l'origine non conta è il cielo, ossia il luogo raggiunto dopo la morte.


Locandina del film (da amazon.de)
Durante la lettura ho esclamato più volte "vero! siamo proprio così" oppure ho chiesto alla collega tedesca "ma davvero per voi questa cosa è tanto strana?". Vivo in un paese di lingua tedesca piuttosto differente dalla Germania, eppure i contrasti culturali, nonostante sia nata e cresciuta nel Nord-Est, si vedono ogni giorno. Non solo la curiosità di sapere cosa pensano i tedeschi quando sentono che sono italiana mi ha spinta a leggere il libro, ma anche il desiderio di conoscere la storia di un italiano emigrato negli anni '60. In quegli anni anche i miei emigrarono in Germania, non erano propriamente "Gastarbeiter" ma hanno conosciuto molti di questi ragazzi che hanno lasciato l'Italia, specialmente il sud, con un contratto in fabbrica. Alcuni di questi hanno fatto come l'Antonio del libro, si sono sposati con una locale e sono rimasti, altri sono rientrati al paese, come la parola "Gast" lascerebbe presagire. Anche i miei, come Antonio, in quanto italiani faticarono a trovare un appartamento in affitto. I nostri connazionali erano considerati degli zingari dai tedeschi e non c'era garanzia che tenesse. Facevano di tutta l'erba un fascio, guidati da sciocchi pregiudizi. Dovremmo ricordarcelo quando riserviamo lo stesso trattamento agli stranieri in Italia

Tornando agli aspetti più leggeri della storia, il titolo rimarca un nostro aspetto italico, ossia il rapporto con il cibo. È buono, ottimo, il migliore al mondo molto probabilmente, ma esageriamo con le porzioni, specialmente con gli ospiti e soprattutto al sud. "Sono pieno" e "non ho fame" sono o sintomo di malattia (ma in quel caso ci si sente dire "mangia che ti passa") o proprio un'offesa, perché sottintendono che la cosa offerta non piaccia. Non abbiamo ancora imparato che il tedesco medio è onesto e diretto in qualsiasi caso, non conosce la diplomazia o l'ipocrisia (a seconda dei punti di vista) della scusa, quando dice di essere pieno è vero, anche se il piatto offerto gli piace molto non riesce più a mandarne giù un boccone.

Saturday, June 17, 2017

Berlin and Italian scientists abroad

It is written. At least once a year, I must go to Berlin. Doesn't matter where I am, Vienna or Brussels, Berlin waits for me. The reason of the journey might be different: a conference, a cooperation, some instrumental analyses, a job interview, a class, etc. Sometimes the final destination was Potsdam, not Berlin, once it was Dresden, but I flew anyway to Tegel. This year I went to Berlin for giving a talk at the Natural History Museum. It was the fourth time in such an event. As the day after my talk was a holiday in Austria (Corpus Domini), but not in the Lutheran part of Germany, I decided to stay one day longer in Berlin, just to enjoy the city.

500 yrs after the Reformation
I do like Berlin. There are many features that make this city unique. Such as the smell of railway in the underground stations, the kindness of the local people, the feeling of continuous activity in a place that seems never to sleep, the quietness of the house blocks, the abundant gardens, the signs of the recent history, etc. Nevertheless, for the first time I felt happy to go back to Vienna after this short visit, saying to myself "finally at home". Berlin has been my dream place for years, but now I'm happy where I am. I don't wish to change. It means that I love to go to Berlin, but I don't blame the destiny for not having gotten a job there. It was not written, probably. I felt "Austrian" during my stay because people had fun of me due to my accent (thanks Vienna! very likely also the grammar mistakes in German have contributed to this impression) and because during the mass I recognised some Austrian church songs. By the way, even though the songs where austrian and 100% catholic, the speech sounded quite lutheran. It's Berlin. Like the well developed public transit network: mostly trams in the former eastern part of the city and mostly underground in the former western part.

Berlin wall memorial.
Italians everywhere! Also in our institute, in Vienna, the Italian community of post-docs is growing. In this case, people from Padova everywhere, or better, in Berlin. Some years ago, I met here a schoolmate of the time of the university, a paleontologist, who was forced to leave Italy with his wife to stay in science. Now he works in Switzerland. But his presence has been "replaced" by an astrophysicist from Padova, a girl who did her PhD in cooperation with a professor of mine and who also was used to play the organ in the church. I was happy to meet her in Berlin, to spend some time with a friend, to talk again about the typical parish life in Padova, and to meet also her mother. On the other hand, I was sad realising that she had to leave Italy, too. She's brilliant, she won a Marie Curie grant.  Italy doesn't change. Italy spends a lot of money to train good scientists and then lets them leaving, bringing European money to other nations, increasing the publication rate of foreigner institutes, being exploited for what they can offer. This is the point. We cannot go back, but we have a few chances to stay where we are. When a permanent position is available, a local is preferentially hired, perhaps someone who has spent years abroad, for a better training. Hiring someone with another nationality is too demanding in terms of bureaucracy, language, and mentality. We are trapped. Like behind an ideal wall, we cannot stay, we cannot go back. We can just live the instant.

Friday, June 9, 2017

Festa della Repubblica Italiana a Vienna

Il 2 giugno in Italia si ricorda il referendum che nel 1946 sancì la fine della monarchia e l'inizio della repubblica, voto al quale parteciparono per la prima volta anche le donne. Paradossalmente molti connazionali non ricordano il motivo di questa ricorrenza, pur probabilmente avendola studiata sui banchi di scuola. Sono passati anni ormai da quando fu reintrodotta come giorno di ferie. Guardando una carta europea ci rendiamo conto di quanti regni ci siano ancora, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Regno Unito, Svezia, Norvegia... È importante ricordare che noi, invece, abbiamo deciso per la repubblica e non ci siamo pentiti. Ovviamente in Austria il 2 giugno non si festeggia nulla, ma ogni anno l'Ambasciata organizza una festa a palazzo Metternich per gli Italiani in città. Non tutti, solo alcuni, chi viene invitato. Si tratta dunque di un evento esclusivo. Quest'anno, una collega ricercatrice veneta ha ricevuto l'invito per due persone e ha gentilmente pensato di portarmici. Quale onore! Finalmente potrò festeggiare il 2 giugno, sentendomi orgogliosa di essere italiana, pur se all'estero.

Le nostre bandiere affiancate in una bancarella.
Povera illusa! La delusione è iniziata con la lunga coda all'ingresso, con un cartello che invitata a "pepare" gli oggetti metallici sul tavolini accanto al metal detector. Pazienza, il cartello era stato probabilmente vittima di qualche correttore automatico. Certo, proprio all'Ambasciata d'Italia una svista così?! La festa era anticipata al I giugno sera, ma l'emozione era la stessa. Ho stretto la mano all'ambasciatore! Con un'ora di ritardo rispetto al programma sono partiti gli inni nazionali. Quello italiano è stato coperto dal diffuso chiacchiericcio. Non c'era una banda a suonare, semplicemente una riproduzione digitale. Eh no, questo non va, persino l'università si è permessa un gruppo di ottoni per l'inno ad una cerimonia di dottorato e qui in ambasciata non ci sono nemmeno un pianista ed un baritono italiani ad eseguire dal vivo il Canto degli Italiani?! Pazienza, conta l'emozione. Immaginavo visi commossi, mano sul cuore e cori da stadio. Macché, queste cose si fanno appunto solo allo stadio o al bar, quando gioca la Nazionale. L'inno austriaco non voleva partire. Solo al quarto o quinto tentativo siamo riusciti a sentirlo per intero. L'inno europeo ha avuto meno problemi. A quelli che si lamentano del ruolo della Germania all'interno dell'EU vorrei far presente che cantiamo una composizione di Beethoven, tedesco, su testo di Schiller, tedesco. Ecco finalmente il momento dei discorsi ufficiali! L'ambasciatore e le personalità presenti (dai rappresentanti della NATO a quelli dell'OSCE) hanno pronunciato solenni parole. Almeno credo, ma non sono riuscita a comprendere nulla, perché il resto del popolo continuava rumorosamente a borbottare, bellamente ignorando la parte istituzionale della ricorrenza. Le uniche parole che tutti hanno udito sono state "il buffet è aperto" e questo ha scatenato l'arrembaggio alle pietanze. Per fortuna la collega ricercatrice che mi aveva invitata ha proposto di andar a cenare fuori e così siamo uscite da quella bolgia.

Palais Metternich (da qui)
Non sono stata affatto delusa dall'organizzazione della serata, studiata nel migliore dei modi, ma dal comportamento di alcuni connazionali che mi ha fatto vergognare della mia origine. Mi resta l'amaro in bocca di un'occasione perduta. Avrei voluto sentire le parole dell'ambasciatore, avrei voluto potermi commuovere alle note allegre del nostro inno ed alla vista del tricolore, avrei voluto sentirmi onorata di poter conoscere persone così importanti nei rapporti tra il nostro paese e l'Austria. Niente di tutto questo è stato possibile. Ricordo un evento organizzato dalla camera di commercio austriaca a Bruxelles, con interessanti considerazioni sul ruolo di ogni nazione all'interno dell'Unione Europea, sulla storia dell'Austria, sulla politica interna, etc. Il cibo era stato l'ultimo dei pensieri. Come agli incontri al museo di storia naturale a Vienna. Ci si va per i discorsi, non per il bicchiere di vino finale. L'unica nota positiva della serata in ambasciata è stato scambiare una parola col gentilissimo Marcello Farabegoli, curatore delle mostre d'arte ospitate a palazzo Metternich e conoscere altri italiani impegnati nella promozione del nostro Paese, dalla lingua alla cucina, dalla scienza (siamo sempre di più...) all'arte. Alla fine siamo quell'espressione geografica senza alcun peso politico che si è ironicamente comprata il palazzo Metternich.

Sunday, May 21, 2017

Leggere a Vienna

Anni fa raccontai qui il mio entusiasmo per il Kindle, che mi permetteva di evitare di caricarmi di tomi per i lunghi viaggi in treno tra Austria ed Italia. Nonostante continui ad apprezzare la versatilità del suddetto dispositivo, da quando sono tornata a Vienna sono nuovamente circondata da libri cartacei. Non si tratta di nostalgia delle sensazioni date dalla carta ingiallita, ma di opportunità. Vienna ama la lettura e non è raro incontrare giovani con libri in mano sulla metro o nei parchi. Per i piccoli spostamenti l'ingombro di un libro è trascurabile rispetto alle più pesanti attrezzature di cui siamo dotati ogni giorno, tra telefoni grandi quanto televisori e caricabatterie più pesanti dei portatili che dovrebbero supportare. Inoltre a Vienna è più facile ed economico procurarsi un tascabile che l'equivalente digitale.

(By Johannes-Jansson. Licensed under CCA)
Come è possibile? A parte le fornitissime biblioteche (la Prunksaal merita una visita solo per la sua bellezza), a Vienna si possono trovare libri anche in posti meno convenzionali, come:
- Biblioteche all'aperto. In parecchi angoli della città si trovano degli scaffali pieni di libri ove chiunque può prenderne e lasciarne. Una volta terminato di leggere qualcosa si può riportare ove era stato preso oppure tenerselo o prestarlo ad un amico.
- Bücherflohmarkt, ossia mercatini del libro usato. Ne organizzano sia le parrocchie sia associazioni laiche varie. I libri vengono venduti al kg o a prezzi irrisori (50 cent al libro), sono donati da volontari ed i magri guadagni servono per finanziare opere di carità o per le necessità della parrocchia o dell'istituto organizzatore.
In entrambi i casi si trovano libri in diverse lingue, non solo in tedesco. Mi sorprende sempre notare come, nonostante difficilmente in banca o negli uffici pubblici l'italiano venga fornito come lingua straniera (invece le lingue slave ed il turco sono molto diffusi), per quanto riguarda la letteratura l'idioma di Dante quasi supera l'inglese. Questa disponibilità di libri mi ha avvicinato alla letteratura austriaca, per comprendere meglio il paese in cui mi trovo, ovviamente in lingua originale.

Naturalmente una fonte inesauribile di libri sono le librerie, ma talvolta gli ostacoli linguistici od economici frenano dal frequentarle. Anche a questo c'è rimedio. Nelle librerie Kuppitsch, tra cui una all'interno del Campus dell'Uni nel vecchio ospedale (altes AKH), si trovano decine e decine di testi a prezzi scontatissimi perché edizioni difettose. Ciò non impedisce la lettura ed anzi salva il libro dal cestino della carta straccia per un trascurabile errore di stampa. Quasi tutte le librerie cittadine hanno sezioni in varie lingue, ma la libreria Hartliebs in Porzellangasse si è specializzata nella letteratura italiana (e francese) e periodicamente organizza incontri con l'autore. Da segnalare anche il club di lettura dell'Istituto di cultura, che non diffonde libri ma è un ottimo invito alla conoscenza della letteratura contemporanea e non nella nostra lingua. In conclusione, non ci sono scuse per dire di no ad un libro, specialmente in questa città. Buona lettura!

Saturday, April 29, 2017

EGU, 10 anni dopo, vecchie e nuove generazioni di geologi

Questa settimana non ho avuto un momento di respiro, nonostante... non abbia partecipato attivamente all'assemblea annuale della EGU (unione europea di geoscienze). L'ultima volta che vi presentai qualcosa, non contando un poster clandestino nel 2012, fu nel 2007, quando ci venni con i colleghi del dipartimento di geologia (allora si chiamava ancora così, ora dipartimento di geoscienze) dell'università di Padova. Durante il mio primo post-doc a Vienna ero costantemente fuori città in questo periodo, o a Berlino per lavoro o in Italia in vacanza. Quest'anno non mi sono mossa e quasi ogni giorno ho avuto un pranzo e/o una cena con ex-colleghi, che mi hanno ricordato quanto accaduto in questi dieci anni.

Sabato sera ho rivisto tre degli ex-dottorandi di Vienna, ossia una ragazza polacca che ora si è stabilizzata in Polonia con il marito, un americano, che era venuto anche a Bxl ed ora fisso in Sudafrica con la moglie russa, anche lei geologa e con un dottorato a Vienna, ed un austro-ungherese astronomo che è rimasto in città. Mancava solo un altro astronomo veneto, che dopo due anni in Canada è tornato a Vienna per un anno. Gli altri ex-dottorandi di quel gruppo, arrivato nel 2010 come me, se ne sono andati dopo circa un anno. Si trattava di due italiane ed un tedesco, che poco dopo aver lasciato la città hanno trovato lavoro nel privato nei rispettivi paesi o altrove.

Domenica ho cenato con ex-colleghi pisani, tra cui un amico che vive da anni a Vienna e lavora(va) nel privato, un geologo che vive e lavora in Scozia e che conobbi prima ancora di laurearmi ad un corso a Basilea ed una geologa che solo ora è riuscita a rientrare a Pisa dopo aver trascorso anni di ricerca in Alaska, Sudafrica e Brasile. Abbiamo ricordato i vecchi convegni ove ci siamo conosciuti, le bevute assieme, i nostri ex-capi, i corsi a Perugia, etc. ossia i tempi in cui io iniziavo a conoscere il mondo accademico mentre loro, già con qualche anno di esperienza, me ne mostravano gli aspetti positivi. Con gli anni ho scoperto da sola quelli negativi, ad averli conosciuti subito forse non avrei intrapreso questa strada, nonostante l'entusiasmo non sia mai venuto a mancare.

Lunedì sono rimasta in ufficio, organizzando gli incontri dei giorni successivi. Martedì ho pranzato con gli ex-dottorandi viennesi del mio gruppo, quelli del sabato, ma cui si sono aggiunte anche l'attuale dottoranda turca, che lavora al convegno, e la moglie russa del collega americano, che ha svolto il dottorato su campioni provenienti dallo stesso affioramento su cui feci il dottorato e con cui ho amabilmente discusso di possibili future collaborazioni. A sorpresa ho pure rivisto un collega belga, da anni a Brema per un post-doc.

Mercoledì ho pranzato con un ex-compagno di università, ora a Roma, che ha sposato un'altra compagna di corso. Siamo scappati dal caos della zona convegno per poter conversare tranquillamente al sole, di fronte all'alte Donau. Tra aggiornamenti reciproci, idee per possibili collaborazioni e l'immancabile confronto Italia-Estero le ore sono volate. Dopo cena ho rivisto un amico di lunga data, ex-collega di Padova, venuto al convegno quasi senza preavviso e solo per un giorno.

Giovedì ho cenato con gli ex-colleghi dal Belgio, che avevo già visto velocemente martedì. Due di loro, un dottorando belga fiammingo ed uno di origine olandese, sono venuti un po' prima all'università, così hanno potuto vedere dove lavoro ora. Per cena ci ha raggiunto anche un dottorando brussellese e ci siamo lasciati solo dopo un numero appropriato di allegre chiacchiere e di birre austriache. Nonostante questi ragazzi lavorino su argomenti molto distanti da ciò di cui mi occupo, abbiamo legato a Bxl grazie ai numerosi pranzi assieme in mensa ed un'escursione in Baviera. La vita sociale dell'università resta uno dei pochi ricordi piacevoli della permanenza a Bxl.

Venerdì ho iniziato con la colazione con l'ex-collega pisana di domenica, per un ultimo saluto prima di chissà quanto, visto che l'ultima volta che c'eravamo viste risale credo all'autunno 2010 a Padova. Dopo un seminario di un ottimo ricercatore inglese che lavora a Padova (rarissimo caso di emigrazione al contrario...), per pranzo mi ha raggiunta un'ex-dottoranda triestina che aveva lasciato Vienna anni fa per iniziare una brillante carriera accademica nella sua città. Mi ha confermato l'effetto straniante nel tornare in questo posto, che non muta mai ed è fuori dal resto del mondo e dalla realtà.

Finalmente l'EGU è terminato. Per incontrare alcuni degli amici sono andata alla sede del convegno, ove lavoravano colleghi ed ex-colleghi dell'università di Vienna, quindi saltavo dall'inglese al tedesco e all'italiano in continuazione. È stata una settimana intensa. Per caso non ho rivisto alcune persone del mio passato accademico che preferivo non rincontrare (credo sia un sentimento reciproco, visto che non mi hanno cercata, pur sapendo che sono in città), non solo italiani. Al contrario, mi ha fatto molto piacere rivedere così tante persone, conosciute negli anni ed in giro per l'Europa. Spero di essere stata per i più giovani di loro quello che i più anziani sono stati per me all'inizio del dottorato ed ai primi convegni. Ognuno vive questa esperienza in modo diverso, ma sono più le persone che incontriamo che ci fanno crescere di quello che ci viene insegnato sulla materia.

Tuesday, April 25, 2017

Austria vs. Germania

Nella mia modesta esperienza ho avuto modo di conoscere l'Austria, principalmente Vienna (che è diversa dal resto del paese) e la Germania, soprattutto la Baviera (alquanto differente dagli altri Länder), ma posso dire di aver girato le due nazioni in lungo ed in largo, sperimentando le diverse tradizioni linguistiche, culinarie e culturali. Ciononostante l'italiano medio tende a considerare tutti i crucco-parlanti come un popolo, generalmente associandoli all'idea folkloristica dei bavaresi. Errore che fece pure un piccolo austriaco quasi un secolo fa. Ecco quindi, a chiarimento per i connazionali, 6 differenze e 4 cose in comune che ho riscontrato tra austriaci (viennesi) e tedeschi.

1. Lingua: non esiste un unico tedesco. Il tedesco austriaco per certi versi conserva parole del tedesco delle origini e per altre è contaminato dalle lingue dei paesi “colonizzati” dall’impero, con termini ungheresi, cechi, italiani, etc. Inoltre l’accento cambia completamente, ma questo già all’interno dell’Austria. Infine persino il genere delle parole, specialmente quelle di origine straniera, può cambiare varcando il confine (es. die oder das E-Mail), cosa che genera ancora più confusione. Ogni giorno imparo nuove parole austriache, incomprensibili per la maggior parte dei tedeschi. Di ogni parola devo memorizzare due versioni, l'austriaca e la tedesca ufficiale. Attenzione, ci sono delle differenze notevoli anche all'interno della Germania, anche radicate, come la parola usata per definire il sabato, Samstag per il sud, Sonnabend per il nord-est.
da qui

2. Socievolezza. I tedeschi di Germania, nonostante l’apparente freddezza, sono più propensi a scambiare due parole sul treno o sull’aereo o in altre situazioni. Non parlo solo di Bavaresi e Sassoni, notoriamente amichevoli, tanto da salutare gli sconosciuti sui sentieri e da dividere le tavolate nei ristoranti. Gli austriaci ed in particolar modo i viennesi restano muti come pesci anche nella sala d’aspetto del dottore. Sul treno per ore seduti uno accanto all’altro non vanno oltre il buongiorno e buon viaggio, in caso eccezionale -è ancora libero questo posto?- o -posso aprire l’oscurante?-. I viennesi sono tendenzialmente ancora più scorbutici e snob. Le cose migliorano avvicinandosi al confine con la Baviera o con l'Italia.

3. Appuntamenti. Il tedesco medio programma la sua vita con largo anticipo, eppure accetta pure inviti all'ultimo momento se libero ed interessato. L’austriaco no. Soprattutto il viennese. Ogni cosa, persino un pranzo, va deciso mesi prima. Per parlare con una collega devo prendere appuntamento. Non perché sia particolarmente impegnata, ma perché una visita a sorpresa interromperebbe la sua routine.

4. Storia e mentalità. Mentre i tedeschi sentono il peso degli ultimi 70 anni di storia, gli austriaci si sentono delle vittime ed hanno volutamente dimenticato tutto ciò accaduto dopo il 1916, ossia dopo la morte del loro imperatore “eterno” (come lo hanno definito) Franz Joseph, detto familiarmente da noi del Nord-Est “Cecco-Beppe”. Gli austriaci credono di aver vinto la I guerra mondiale e che Grado e Trieste facciano ancora parte dell’impero. Lo dicono ridendo… ma in fondo in fondo lo pensano veramente. Di conseguenza un tedesco non scherza sul passato recente del proprio paese, mentre un austriaco si vanta del proprio senso dell’humour e delle glorie imperiali.

5. Gusto nell’abbigliamento. Le ragazze austriache sono in genere vestite in modo più classico, anche per andare a lezione all’università, facendole sembrare assai più vecchie della loro età reale, mentre le coetanee tedesche si vestono casual indipendentemente dall’età e talvolta anche dal lavoro. Pure i ragazzi austriaci sono in genere più classici. Senza contare che si trovano ragazzini poco più che ventenni in banca, ovviamente vestiti di tutto punto.

6. Caffè e tè. Entrambi hanno la tradizione di “Tee/Kaffee und Kuchen”… però mentre i tedeschi offrono una vasta selezione di tisane ed infusi e solo un tipo di caffè piuttosto diluito, gli austriaci hanno la cultura del caffè e delle sue infinite varianti ma tipicamente solo tè nero o verde. Pure sui dolci ci sono delle differenze. I tedeschi hanno meno varietà di torte, spesso con la frutta e casalinghe, anche nei panifici, mentre gli austriaci hanno pagine e pagine di dolci di vari tipi, preferendo però le cose elaborate di alta pasticceria.
Kaffee und Kuchen
Cose in comune:
1. Non cucinare. In genere fanno un pasto caldo al giorno. Le cucine nelle case sono di conseguenza ridotte all’osso ed i supermercati sono strapieni di cose già pronte.
2. L’amore per la burocrazia ed il rispetto delle regole. Ci sono cose che non si fanno perché non si fanno, punto. Non ci si domanda se una legge sia giusta o meno, è legge. Gli austriaci, poi, amano la burocrazia asburgica, mentre i tedeschi adorano avere copie cartacee di qualsiasi formulario.
3. Turismo. In entrambe le nazioni qualsiasi pozzanghera diventa un prestigioso lago meta di villeggiatura. Due rovine fanno aprire un museo dedicato.
4. Orari di lavoro. Non si portano il lavoro a casa. Una cosa dev’essere terminata, ma appena varcata la porta dell’ufficio non si controlla più nemmeno la posta elettronica del lavoro. Nei negozi iniziano a spingere la gente fuori 15 minuti prima dell’orario di chiusura e non esiste che si ritardi la chiusure per accontentare l’ultimo cliente. Nei ristoranti la cucina chiude in genere verso le 22, dopodiché non è possibile avere nemmeno un tè caldo o un dessert dal frigo.

Avvertimento! Nonostante i tedeschi emigrino in massa in Austria, non sono molto amati dagli austriaci. Pensateci bene prima di dare del tedesco ad un austriaco! Viceversa, i tedeschi considerano gli austriaci corrotti quasi come noi italiani, quindi attenzione pure a dare dell'austriaco ad un tedesco! Per sperimentare l'ebbrezza della reazione, provate a dire "napoletano" ad un veneto o "milanese" ad un siciliano.

Sunday, March 26, 2017

Buda e Pest in un giorno

Anni trascorsi a Vienna senza aver mai visitato le capitali europee a pochi passi dalla città. Per vedere Praga ho dovuto aspettare un convegno nel 2015. Finalmente, grazie ad un'amica viaggiatrice, mi sono concessa un assaggio di Budapest con una gita di un giorno.

Viaggio in pullman, con la nota low cost dei collegamenti internazionali. Il treno permette più libertà di movimento ed impiega solo 2h40 rispetto alle 3h del bus, ma il costo non è nemmeno paragonabile. Inoltre si tratta di mezzi nuovi, dotati di tutti i comfort, compresa toilette a bordo e wi-fi gratuito. Partenza alle 7 e ritorno per le 22. Dalla stazione degli autobus, una decina di minuti di metropolitana ci ha portate nel centro di Pest. La metropolitana era decisamente datata, tanto da farci ripiombare tra gli anni ’70 ed ’80 nell'est socialista. Ciononostante efficiente ed economica, con numerosi controlli nelle stazioni.
tipica meta turistica per fotografare il Parlamento dall'altra sponda del Danubio
Il giro turistico è partito e si è concluso a Pest, dedicando a Buda una bella passeggiata attorno l'ora di pranzo. Pest ha tutte le caratteristiche della capitale coloniale, con piazze ariose, viali alberati e circondati da palazzi decorati, zone pedonali che accostano antico e moderno, facciate liberty e neo gotiche, fino ad una cattedrale barocca (guarda caso dedicata a Santo Stefano!) ed a numerosi parchi quasi disneyani. Buda, invece, abbarbicata sulla collina a picco sul Danubio, cerca di dare l’impressione di capitale storica ed imponente, con finta fortezza, finta cattedrale antica, finti palazzi reali, finto centro storico medievale. In realtà qualcosa di antico è stato preservato, ma inglobato in una marea di pietra di fine ‘800 (ringraziamo di questo gli Asburgo) che cerca di imitare altre epoche. Tipico esempio il capitello romanico racchiuso nella kitchissima chiesa di San Mattia, ove l’evento per eccellenza fu l’incoronazione di Carlo d’Asburgo nel dicembre del 1916. Tra tutto questo camminare, prendere mini-bus pieni all’inverosimile, girare tra metropolitane storiche e dalle deliziose stazionicine decorate con legno e maioliche a quelle post-comuniste, l'amica ed io ci siamo pure concesse qualche piccola pausa per riempire la pancia con snack locali, compresa una fetta di torta… in stile viennese. Prezzi molto economici ovunque, rispetto l’occidente, anche se i locali sembrano iniziare a capire il valore del turismo internazionale mettendo attrazioni a pagamento ovunque. Il tutto accompagnate dalla musicalità della lingua locale, completamente incomprensibile.

Impressione finale: città pulita, dignitosa, carina. Merita una seconda ed una terza visita, con più tempo, specialmente per i musei che in questo veloce giro non ho potuto visitare. Nella mia esperienza accademica ho incontrato parecchi ungheresi, tutti gentili, ben educati, modesti. Nella capitale ho notato un atteggiamento quasi ostile verso i turisti, nonostante la gentilezza non sia mai venuta meno. Conto, quindi, di tornare in Ungheria, ma per visitare paesini di confine ove il turismo non è così pesante come a Budapest, ove si possa ancora conoscere l'originale, lontano dalle vie dello shopping, uguali in tutte le capitali europee.

Saturday, March 11, 2017

Pane e cipolla

Mia madre cita spesso un modo di dire siciliano, che suona più o meno "mangio pane e cipolla ed entro egualmente", riferito al gatto che facendo finta di nulla compie azioni proibite cinque minuti prima, come saltare sulla credenza o giocare con una bottiglia vuota. L'idea del pane e cipolla è di un cibo povero, economico. In passato in Sicilia il pane non mancava, si faceva anche in casa, ma il companatico era merce rara e costosa, per cui ci si arrangiava con quel che c'era, principalmente verdura o frutta e talvolta anche solo con un goccio d'olio d'oliva e spezie. Non lontano dallo Schmalzbrot che servono qui assieme al vino, ossia una fetta di pane nero condito con strutto spalmato e cipolle. In Veneto, anche il pane, inteso come panini bianchi, era difficile da reperire per i poveri, per cui si sostituiva regolarmente con la polenta. Polenta e "tocio", ossia col sugo che profumava di carne o pesce ma di cui raramente ce n'era l'ombra, oppure con la soppressa (un tipo d'insaccato) o il formaggio nei giorni di abbondanza, o semplicemente col latte, anche a colazione. Almeno da quanto ricordo dei racconti dei miei nell'immediato dopoguerra, quando faticosamente l'Italia cercava di rialzarsi.

Da qui

Questa immagine, del cibo povero, del pane e cipolla, per me significa anche cena sbrigativa. Nonostante possa permettermi cibi più sofisticati, ogni tanto opto anch'io per pane e cipolla, perché mi piace. Ho personalizzato la ricetta. Cuocio le cipolle in padella con un goccio invisibile d'olio, un pizzico di sale ed un po' d'origano, poi le verso su pane tostato, talvolta con un formaggino spalmatoci sopra o con del formaggio in fette. Ovviamente il tutto mandato giù con mezzo bicchiere di rosso. Un piatto che riempie anche se non il massimo in fatto di valori nutritivi. Appunto, un piatto povero.

Gli italiani che arrivano all'estero di questi tempi si dividono secondo me in due categorie, quelli che mangiano "pane e cipolla" e quelli che non lo fanno. La denominazione "che mangiano pane e cipolla" non si riferisce certo all'alimentazione, ma all'atteggiamento. Si tratta di giovani e non più giovani connazionali che si spostano in un paese straniero senza lavoro e senza conoscerne la lingua, ma che da subito si adattano a lavorare come camerieri o lavapiatti, magari sfruttati da altri italiani, mentre in parallelo si pagano corsi intensivi di lingua e cercano di evitare i connazionali per immergersi totalmente nel nuovo mondo. Queste persone fanno enormi sacrifici ma alla fine ottengono quel che meritano, passando a lavori via via più qualificanti e con il tempo costrundosi una vita serena, con casa e famiglia. Quelli che si rifiutano di mangiare pane e cipolla, invece, arrivano egualmente senza lavoro e senza conoscere la lingua, ma pretendono l'aiuto degli altri già sul posto da qualche anno, poi si lamentano per il costo della vita in città, per lo sfruttamento subito dai connazionali, per le abitudini "barbariche" dei locali e per i sacrifici che non vogliono fare, illusi da un'idea di estero simile ad un paradiso ove chiunque venga accolto col tappeto rosso. Quest'ultima categoria di persone in genere non resiste a lungo e prima o poi torna in Italia, ove magari sarà costretta egualmente a mangiare "pane e cipolla", ma almeno immersi nella propria cultura.

La sottoscritta appartiene ad una terza categoria di connazionali emigrati, ossia quelli che lo fanno con un contratto prima di partire e che si spostano per scelta in un paese straniero. Mancando il fattore disperazione, anche se la scelta è stata comunque obbligata, non si arriva a questi estremi, ma il concetto del "pane e cipolla" come di atteggiamento volto all'integrazione ed al sacrificio resta.

Thursday, March 2, 2017

Nozze di rame... con l'estero

Ieri ho festeggiato 7 anni di vita all'estero! Se fosse un matrimonio diremmo "nozze di rame". In genere si crede che il VII anno sia quello della crisi di coppia. Nel mio caso, il rapporto si è stabilizzato ed è maturato col tempo, quindi al momento posso dirmi piuttosto fiduciosa.

Questo matrimonio si doveva fare. Per certi versi è stato "combinato", o meglio forzato, perché non avevo molte altre alternative. All'inizio, come sempre, c'è stata una grande passione, travolgente. Tutto all'estero era infinitamente migliore rispetto all'Italia. Inoltre Vienna era la città dei sogni, vista da turista e rivista poi nel telefilm Rex. È seguita una fase di sconforto e delusione per la scoperta della vera anima del posto, ben nascosto sotto la facciata rococò. L'insofferenza è sfociata in una nuova partenza, verso Bruxelles. Anche in questo caso la meta è stata dettata dal lavoro, non da una scelta consapevole. Qui ho sviluppato proprio repulsione per la città ospite, però rivalutando Vienna. Infine, tornata nella capitale austriaca, la relazione con l'estero è diventata solida, come in un matrimonio datato, in cui l'affetto ed il rispetto reciproci permettono di convivere serenamente, apprezzando ogni istante. Anche nella prospettiva di un nuovo trasloco. Chi può saperlo? In ogni caso, il fuoco della passione iniziale è passato. Qualche battibecco c’è sempre, ma di modesta entità. Si fa pace subito.
 
il confine
E l'ex, ossia l'Italia? È finita? No, non del tutto. O meglio, le voglio ancora bene. Come potrei dimenticare il posto che mi ha visto crescere e che mi ha dato la lingua e molto altro?! Resta sempre un senso di amarezza per la relazione forzatamente conclusa. Nonostante tutto col tempo si era raggiunto un compromesso. Si andava d'accordo. Un po' con rassegnazione da parte mia, devo ammetterlo. La rassegnazione di chi vorrebbe cambiare le cose in meglio ma si deve scontrare ogni giorno con problemi radicati nella cultura locale. Si è rimasti amici. Torno in Italia volentieri da turista, oltre che per rivedere i miei. Se loro si trasferissero altrove, probabilmente visitare il mio paese d’origine perderebbe di senso. A che pro? Resterebbe un bel ricordo, o meglio un ricordo che si abbellisce col tempo, rimuovendo le esperienze spiacevoli. Non è mai stata facile, non ci siamo presi completamente sin dall’inizio. Un minimo sospetto è rimasto da entrambi i lati. Mi aspetto sempre la delusione dall’Italia e forse nemmeno lei mi ha mai considerato sua cittadina al 100%, nonostante il passaporto, la lingua e talune abitudini.

Come festeggio questo importante traguardo? Con un lusso unico, ossia una lavatrice in casa. È stata un’avventura, come sempre all’estero, ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Uso il plurale per ricordare amici e colleghi che mi hanno sostenuto ed aiutato e senza i quali questo regalo sarebbe stato meno piacevole. Quest’anno l’anniversario cadeva di mercoledì delle Ceneri, per cui ho aspettato oggi per ricordarlo pubblicamente. Buon inizio dell’ottavo anno all’estero a me!

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