Sunday, April 15, 2018

Arcella: alla ricerca del tempo che fu

Pasqua. Italia. Dove si va a messa? Domanda fondamentale da quando sono espatriata e non suono più regolarmente in una parrocchia della diocesi di Padova. Per Pasqua in modo particolare, perché alterno gli anni in cui la trascorro dai miei alle pendici dei Colli Euganei a quelli in cui resto nel luogo di emigrazione. Alla fine la scelta è caduta su Sant'Antonino, come è familiarmente detta la chiesa dell'Arcella ove è conservata la celletta in cui morì S. Antonio (evento rievocato ogni anno il 12 giugno sera con processione da Camposampiero a qui), per distinguerla dal Santo, l'altra celebre basilica patavina dedicata ad Antonio.

dal sito della parrocchia
Prima del boom del dopoguerra, il quartiere era in aperta campagna, con strade laterali sterrate e costeggiate da canali, ma già il campanile svettava orgoglioso. Oltre che dai racconti di mio padre e di questo ramo della famiglia, ho iniziato presto a conoscere di persona la nuova popolosa Arcella. Quand'ero piccola spesso venivamo a messa in questa chiesa, facendo visita ai nonni. Mi rammento di aver contato le finestre, i costoloni e qualsiasi altro elemento architettonico prima di poter comprendere le parole del sacerdote, aspettando pazientemente che l'organo suonasse di nuovo e si cantasse qualcosa (già allora la musica m'interessava più di tutto). La mummia della Beata Elena Enselmini mi ha sempre atterrito, per fortuna da qualche tempo ne hanno coperto il viso con una maschera. Per anni ho frequentato le scuole non lontane dalla chiesa, anche se ufficialmente sotto un'altra parrocchia. Come i miei zii, sono cresciuta in qualche modo all'ombra di quell'imponente campanile. Nell'adiacente cimitero sono sepolti i miei nonni, la prozia ed altri parenti in una sorta di cappellina di famiglia. In questa chiesa ho sentito per la prima volta Jean Guillou, celebre organista francese, qui ho girato le pagine al concerto di un amico ed ex-collega di conservatorio, qui suonava un altro ex-collega di conservatorio e qui ogni tanto suona un amico d'emigrazione di cui ho parlato più volte.

la mia attuale parrocchia
Ascoltare la S. Messa nel giorno di Pasqua in questo luogo, dopo una doverosa visita al cimitero, ha riacceso i ricordi. Quante cose sono cambiate nel frattempo! Soprattutto la popolazione del quartiere, specialmente verso la stazione. Eppure la chiesa è sempre la stessa e persino le persone che la frequentano sembrano immutate, anche se biologicamente ciò non è possibile. A sorpresa, suonava proprio l'amico espatriato, che avevo appena salutato a Vienna e che avrei rivisto il giorno dopo per il tradizionale concerto del nostro ex-maestro d'organo. Stefano, questo è il suo nome, non è riuscito a farmi dimenticare Vienna nemmeno in questo frangente, proponendo l'Ave verum corpus di Mozart come l'accompagnamento alla Comunione. La domenica in albis ero già nuovamente in Austria, a messa nella parrocchia cui appartengo per residenza, eccezionalmente con i miei genitori che mi hanno accompagnata. Per l'ordinario si è cantata la Deutsche Messe di Schubert, più viennese di così non si può. Visto che era pure il mio compleanno, abbiamo festeggiato con un pranzo fuori, anche questo tipicamente viennese, dalla Schnitzel con insalata di patate allo Strudel di mele come dolce. Chi l'avrebbe mai immaginato quando da bambina contavo i secondi tra un canto e l'altro dondolando le gambette dagli scomodi banchi della chiesa dell'Arcella?

Sunday, March 11, 2018

to be or not to be (any longer) Italian: quanto sono ancora italiana dopo anni all'estero?

La profonda dicotomia tra Italiani in Italia ed Italiani residenti all'estero è evidente nei risultati delle recenti elezioni politiche. Mi sono nuovamente domandata quanto abbia senso che gli Italiani non residenti abbiano ancora diritto di voto per il paese d'origine. Se da un lato credo che dopo un certo periodo si voti più per tradizione che per informazione, da un altro mi accorgo che le notizie arrivano oltre confine filtrate dall'oneroso carico della campagna elettorale italiana. Dall'estero si vedono i fatti e si bada meno alle urla dei vari rappresentanti politici, anche per mancanza di tempo. I tedeschi perdono tale diritto dopo un certo periodo di residenza fuori dai confini e per il voto via posta devono pagare di tasca propria. La campagna elettorale in Germania, però, non è così rabbiosa come in Italia.

Sono già passati 8 anni da quando mi sono trasferita all'estero. Non è poco. Recentemente una collega tedesca ha sottolineato quanto poco sembri italiana rispetto ad altri connazionali, almeno secondo lo stereotipo diffuso. La domanda che mi pongo è se abbia perso queste caratteristiche o se non le abbia mai avute. Come ho detto più volte, sono figli di Italiani emigrati in Germania e poi rientrati, quindi sono cresciuta in un ambiente relativamente flessibile. Inoltre i miei provengono da regioni diametralmente opposte ed anche loro col tempo hanno limato le tipiche posizioni delle rispettive città natali. Paradossalmente, anche i pochi amici rimastimi in Veneto sono figli di coppie italiane miste (un genitore ha origini del centro-sud Italia) o entrambi i genitori sono emigrati da altre regioni italiane o addirittura sono stati adottati. Forse questo è un segno di riconoscimento in una personalità più complessa di quella che possa sviluppare chi non ha conosciuto altro che il paese e la famiglia. Gli amici italiani incontrati all'estero vengono da tutta l'Italia, alcuni hanno genitori di provenienza diversa o comunque hanno un/una partner di altra nazionalità (olandese, slovena, albanese, rumena, tedesca, austriaca, inglese, giapponese, etc.). Perciò credo di aver avuto poco dello stereotipo italiano già all'inizio dell'emigrazione e che ormai quel poco sia svanito.

Non sono più italiana, dunque? No, non posso dirlo. Continuo ad esprimermi in Italiano, la mia creatività sul lavoro, la flessibilità nel cambiamento e la focosità nel reagire alla critiche sono caratteristiche italiche. Alla fine, però, hanno contribuito a formare la mia persona, che non può essere incasellata in uno stereotipo, che non si riconosce più nel paese d'origine ma che allo stesso tempo nemmeno si sente integrata al 100% nella nazione ospite. Sono in quel limbo caratteristico degli emigrati, ormai senza patria. A tal proposito vorrei commentare brevemente la recente vicenda del nuovo senatore di origine africana eletto con la Lega e criticato per questo dal celebre calciatore Mario Balotelli. Non condivido le idee politiche di questo signore, ma le posso comprendere. Lui ha faticato per diventare Italiano, si è sudato l'integrazione, a partire dalla lingua, dall'affermazione lavorativa, fino alla credibilità politica. Ora non vuole che altri arrivino e si trovino il lavoro già fatto o che con gesti maldestri cancellino in un momento tutto quanto lui ha faticosamente raggiunto. Balotelli, invece, non ha dovuto sudare per diventare italiano, lo è sempre stato, anche se i suoi genitori biologici non lo sono (o non lo erano), ma ha dovuto lottare con una mentalità razzista e bigotta per difendere la sua appartenenza ad una nazionalità messa in dubbio per il colore della sua pelle. Questo senatore, forse, riuscirà a far capire che per essere buoni Italiani non basta essere figli di genitori Italiani da generazioni. Riterrei quindi giusto che chi risiede all'estero da più di cinque anni voti per il paese ospite, dopo aver faticato per comprenderlo, ma non voti più per il paese originario, cui ormai è legato solo dall'affetto.

Thursday, February 22, 2018

Berlinare

A volte ritornano. Anzi così spesso da coniare un termine apposito. Mi riferisco ai miei viaggi di lavoro a Berlino. Da quando sono espatriata, grazie ad una fruttuosa collaborazione, almeno una volta all'anno mi trovo a trascorrere qualche giorno nella capitale tedesca. La permanenza più breve è stata di un giorno, prendendo il primo volo al mattino da Vienna e ritornando la sera, quella più lunga due settimane. Senza contare le numerose volte in cui sono passata dalla città, pur avendo altra destinazione, tipo Potsdam o Dresda. Lo scorso weekend ci sono tornata per partecipare al simposio in onore del professore con cui ho lavorato che va in pensione. Eccezionalmente non viaggiando da sola come mia consuetudine, bensì con due colleghe: la mia compagna d'ufficio tedesca ed una nostra ex-dottoranda turca.

A dire il vero, non abbiamo propriamente viaggiato assieme. Potendo rimborsarmi il viaggio di lavoro, ho preferito volare con la compagnia di bandiera, mentre loro hanno preso un volo low-cost. All'andata sullo stesso velivolo c'era il nostro capo con la moglie. Al ritorno un attore italo-austriaco che aveva visitato la Berlinale. Il nostro capo è più spesso in tv di tale attore e quindi in teoria più famoso, ma solo la sottoscritta e l'ex direttore del Film Museum di Vienna gli hanno rivolto la parola. Veramente tutti hanno rispettato la privacy dell'attore, nessuno l'ha tormentato per autografi e selfie... come probabilmente sarebbe accaduto nel nostro paese. Divagazione a parte, pur se non per il volo, per il resto del tempo sono sempre stata con le colleghe, dalla stanza d'hotel allo shopping. L'hotel, in cui ero già stata, è a Wedding. Nonostante Wedding non sia affatto il quartiere migliore di Berlino, non mi ci trovo male perché multiculturale, animato e fornito di ogni comodità. Come nelle barzellette, ci siamo ritrovate una turca musulmana, una tedesca luterana ed un'italiana cattolica a Berlino. La convivenza è stata senza problemi, non ci sono aneddoti buffi o curiosi da raccontare, nonostante le differenze di abitudini e di mentalità.

Tempelhof, lato pista, anticata.
ll simposio è stato estremamente interessante, piacevole ed a tratti commovente. Abbiamo conosciuto l'intera storia scientifica del prof. che va in pensione e gli abbiamo augurato una lunga e proficua vita scientifica ove trascorrerà i prossimi anni. Andrà in pensione dalla burocrazia e dalle responsabilità amministrative che il suo posto comportavano, ma non dalla ricerca. Continuerà in Brasile, assieme alla sua compagna. Il simposio ha raccolto tutti i suoi vecchi e recenti amici, i suoi (ex)studenti ed i suoi professori. Essendo la comunità piuttosto limitata ed avendo lavorato lui in USA, Sudafrica ed Europa, era riunito l'80% dei ricercatori sul tema crateri d'impatto, il 99% di quelli che lavorano in Europa. Non c'è da stupirsi, dunque, che l'incontro abbia avuto una grande valenza politica anche per la sottoscritta, che ha potuto (re)incontrare colleghi con cui si portano avanti importanti collaborazioni, editori e revisori di articoli ed autori di articoli che ho valutato, etc. Al solito, ho parlato inglese, tedesco ed italiano (in ordine di frequenza), passando in continuazione dall'una all'altra a seconda dell'interlocutore (o anche con lo stesso). Nonostante ci fossero almeno due connazionali, oltre a parecchi tedeschi che parlano il nostro idioma, non ci siamo isolati come hanno fatto invece i francesi, sedendosi tutti allo stesso tavolo e facendo gruppo chiuso. Una giornata intensa che alla fine ha lasciato impressioni su cui riflettere per giorni e giorni.

Le architetture moderne del Bundestag.
Non è mancata la parte turistica. Berlino è talmente grande e mutevole che c'è sempre qualcosa da vedere. Questa volta mi sono concentrata su Tempelhof, il Bundestag e lo shopping della domenica. Con ordine, Tempelhof. Si tratta del vecchio aeroporto cittadino, attivo dal 1923 al 2008, ora trasformato in un enorme parco. In una giornata fredda e grigia, come tipico a Berlino, vi ci sono andata con la collega turca, tra l'altro raffreddata, poveretta, facendole fare km e km a piedi. Atmosfera magnifica. Architettura degli anni '30, enormi spazi vuoti circondati da dense aree residenziali, gente di ogni età, origine e ceto a trascorrere il tempo camminando, facendo volare aquiloni, correndo, allenandosi sui pattini, etc. Un posto particolare che merita una visita per comprendere meglio l'anima della città. Questo aeroporto ha visto una guerra mondiale, il ponte aereo per salvare Berlino Ovest durante la guerra fredda, la riunificazione della Germania fino alla recente crisi dei rifugiati. Il Bundestag. Grazie ad un'amica e compaesana della collega tedesca che qui lavora abbiamo avuto modo di visitare il complesso di edifici del Bundestag. Architetture moderne geometriche e simboliche perfettamente integrate con quelle storiche restaurate del vecchio edificio del Reichstag. Installazioni artistiche moderne che portano a riflettere. Mi ha fatto una certa impressione visitare il Parlamento tedesco senza mai aver visto Montecitorio (nemmeno da fuori) o quello austriaco (tra l'altro al momento chiuso per lavori di restauro). Infine, lo shopping della domenica. Per puro caso, questa domenica molti negozi erano aperti nel pomeriggio. Effettivamente Berlino costa meno di Vienna, non a caso ho comprato qui parecchi articoli per la casa e di abbigliamento negli anni passati. La ciliegina sulla torta è stata la tradizionale torta col caffè al ristorante sul tetto della Galeria Kaufhof ad Alexanderplatz. Un piccolo lusso alla portata di tutti.

Berlino resta uno zoo in cui ogni sorta di specie convive pacificamente con l'altra. Forse solo a Londra si osserva una fauna simile, con la differenza che Londra è fossilizzata nella sua storia gloriosa (come Vienna) mentre Berlino ha dovuto ingoiare più volte lacrime amare per poi rinascere guardando avanti. Berlino non è bella, solo alcuni palazzi meritano la definizione di belli, non so se sopravvissuti ai bombardamenti o interamente ricostruiti (come stanno facendo ora col castello prussiano). Non è nemmeno una brutta città industriale con le periferie raffazzonate negli anni '50 come Glasgow. Nonostante le diverse stratificazioni, la massiccia ricostruzione nel dopoguerra ed i 40 anni di regime socialista, Berlino non ha nemmeno quell'accozzaglia di edifici brutti e sporchi che soffocano delle vere perle come a Bruxelles. Insomma, Berlino ha una sua anima che non si può ritrovare altrove. Non a tutti piace, merita comunque una visita.

Monday, January 29, 2018

10 oggetti immancabili in casa (in Germania)

Sfogliando il sito Deutsche Welle (che consiglio per imparare e familiarizzare con la lingua tedesca), sono incappata nella rubrica "Meet the Germans" ed in una curiosa lista di 10 oggetti che si trovano in (quasi) tutte le case tedesche (ecco il link).
1. Pantofole. Anche per gli ospiti. In ogni caso, nelle case tedesche (ed austriache) non si entra con le scarpe. Sia per non strisciare il pavimento in legno, sia per motivi igienici. Ovviamente ne sono fornita pure io e quando vado in casa altrui me ne porto dietro un paio.
2. Bicchierino portauovo. L'ovetto a colazione è un classico in Germania, ma non per me.
3. Bottiglie con cauzione. In Germania c'è un Pfand anche per quelle di plastica. In Austria solo per alcune di vetro, nemmeno tutte. Esiste però la raccolta differenziata ed in casa mia lattina, bottiglie di plastica e contenitori di vetro sono rigorosamente separati in attesa di essere gettati nei rispettivi raccoglitori.
4. Strofinacci da cucina. Anche se tra me ed i tedeschi c'è una polemica annosa su come si lavino i piatti (i tedeschi in genere non risciacquano), gli strofinacci non possono mancare, sia per asciugare, sia come presine d'emergenza.
5. Prodotti specifici per la pulizia. Distinti per scopo. Ahimè, sorgente di plastica da smaltire. È pure vero che probabilmente un prodotto come aceto o alcool o candeggina diluita dovrebbe bastare per tutto, ma forse per il basso costo dei prodotti specifici per il bagno, per le finestre, per i mobili di legno, per il pavimento, etc., per tacere di quelli per il lavaggio di capi d'abbigliamento e la cura personale, ne sono fornita anch'io.
6. Spazzolone del WC. Mai senza! Prima cosa che metto in una casa nuova. Da usarsi ogni giorno per tenere più pulito il gabinetto e per evitare imbarazzanti momenti con gli ospiti inattesi che chiedono di usare il bagno.
7. Libreria. E dove metterei altrimenti la collezione di libri, dalla narrativa alle raccolte di ricette? Nonostante mi sia convertita al Kindle per i viaggi e nonostante abbia lasciato il 99% dei miei libri dai miei, continuo a comprare tascabili e testi storici. Inoltre, la libreria si presta a molteplici usi.
8. Cartelle portadocumenti con l'amministrazione della casa, contratti, pagamenti vari. Tutto organizzato per categoria. Altrimenti sarebbe il caos. Ho comprato la foratrice apposta!
9. Persiane o almeno tende. Purtroppo in Austria le tapparelle non sono molto diffuse, ma le tende sono tra le prime cose immancabili quando entro in un nuovo appartamento.  Detesto sentirmi in piazza. Finché le tende definitive non sono pronte, provvedo con soluzioni temporanee di carta o con foulard.
10. Coperte separate per letti matrimoniali (anche i materassi sono distinti). Il problema per me non si pone, ho un letto singolo. Sono comunque una convinta sostenitrice dei materassi e dei piumoni distinti. Il buon riposo è importante.

A questo punto mi domando se la mia famiglia si sia a tal punto "germanicizzata" da aver inconsciamente adottato usi e costumi del paese ospite o se questa lista rappresenti una cultura media europea per preparare gli extra-europei alle tradizioni locali. Forse entrambe sono vere, almeno in parte. In Italia in genere non ci si toglie le scarpe quando si va a visitare qualcuno, i letti matrimoniali hanno materasso unico, così come lenzuola e coperte, e raramente si tengono i documenti organizzati in raccoglitori come in un ufficio contabile. In Belgio, all'uni e nei bagni pubblici o nei locali non c'era lo spazzolone e se era presente non era usato. Mancanza che mi è pesata anche negli USA, ove gli alberghi ne sono privi, forse confidando che il sciacquone rimuova tutto. Anche la questione privacy e quindi l'uso delle tende è differente in Belgio rispetto ai paesi di lingua tedesca. A Bxl la sera si poteva "spiare" la vita privata dei vicini come da numerosi schermi.

La lista mi ha dato da riflettere anche su un altro fronte. Quali oggetti caratterizzano una casa italiana? Cercando di andare con i ricordi all'infanzia, tra case di compagni di scuola e di parenti, non essendo chiaramente la mia rappresentativa, cosa trovavo ovunque? Cosa ha sorpreso le colleghe tedesche ed austriache nell'andare per pensioni ed appartamenti durante l'escursione in Sicilia? Ecco la mia personale lista, dimezzata rispetto quella tedesca:
1. Il bidet. Lo so, è scontato, ma ormai è diventato un marchio di fabbrica d'italianità. L'argomento di discussione di tutti i connazionali all'estero. Anche se sinceramente non ne sento poi tanto la mancanza.
2. La moka o caffettiera. Alla sottoscritta dovrebbero togliere la cittadinanza per come mi faccio il caffè. Eppure ho ceduto alla moka per non deludere gli ospiti.
3. La tovaglia a tavola. Sinceramente non la uso, ma non ricordo una sola volta in cui non ci fosse nelle case italiana quando ero invitata per un pasto, anche se si prendevano le pizze per asporto. Inoltre in tutte le case c'è una tavola da pranzo estensibile. In Austria spesso la tavola in cucina manca del tutto o è limitata ad un tavolino per due. Non sono previste pranzi e cene con compagnie numerose.
4. Lo stendino. Onnipresente sullo sfondo pure delle chiacchierate skype con amici e colleghi. Chi può, stende fuori. Le lenzuola appese tra una casa e l'altra rappresentano un altro cliché italiano, da nord a sud (nella foto Venezia).
5. La cristalliera, ossia un mobile solo per i servizi di piatti e bicchieri. Cosa di cui io sono sprovvista, avendo a malapena tre piatti di ogni tipo e bicchieri singoli. Quando invitavo parecchi amici a cena, chiedevo loro di portare piatti e posate o usavo servizi di carta. A mia difesa, posso dire di dover traslocare ogni 2-3 anni e piatti e bicchieri sono pesanti e delicati. All'ultimo trasloco ho rotto tre bicchieri, nonostante le attenzioni del caso. Confido in futuro di avere una casa mia ove invecchiare e quindi di poterla fornire di tutte le caratteristiche delle case tedesche ed italiane.

Monday, December 18, 2017

Addio del passato (cit. Violetta)

Mi ero ripromessa di non scrivere più critica musicale, ma in questo caso non posso evitarlo, quello che conta è la situazione. Nel giro di due giorni ho ascoltato due concerti, due mondi separati solo dalle Alpi e... da qualche secolo.

Venerdì sono stata invitata ad un Hauskonzert. Un signore avanti con gli anni, che in gioventù aveva studiato legge e violino scegliendo la prima come mestiere ed il secondo come passione, ha raccolto alcuni amici, alcuni professionisti, altri che come lui non hanno mai smesso di suonare, per un piccolo concerto casalingo. L'organizzatore, ora in pensione, appartiene a quel gruppo di studenti di geologia (ecco il collegamento con il blog!) che dopo il pensionamento han deciso di coronare un sogno che evidentemente non dava speranze occupazionali. Per il concerto è stato scelto un repertorio non facile, due concerti brandeburghesi ed un trio dall'Offerta Musicale di J.S. Bach. Quello che si è sentito è stata quasi una lettura dei brani. Imperfetta, certo, ma senza alcuna pretesa concertistica. Volevano solo condividere con un numero ristretto di parente ed amici la gioia di suonare assieme, di suonare ancora e di suonare Bach. La signora di casa non ha suonato, ma si è prodigata a preparare da mangiare e bere per tutti gli ospiti, coinvolgendo i nipotini.

Haydn invece di Schubert (qui), ma sempre concerto casalingo.
Sabato sono andata al Musikverein per un concerto italiano. Un'amica aveva i biglietti ed ha raccolto un cospicuo numero di conoscenti. Posto ottimo, in galleria ma con buona visuale. L'acustica nella Sala d'Oro è sempre discreta. Programma prevalentemente operistico italiano, con un paio di incursioni in terra tedesca, tra cui Wagner e Mozart. Alla pausa me ne sono tornata a casa. Qui l'intenzione concertistica c'era e come. L'orchestra, il coro ed i solisti comprendevano elementi piuttosto giovani in media, ma non adolescenti, per cui certe sbavature o ingenuità non si perdonano tanto facilmente. L'idea poi di imbarcarsi in Wagner... I solisti, eccetto uno dei due soprani, con qualche limite tecnico. Purtroppo è mancato pure l'entusiasmo trascinante del repertorio nazional-popolare. A difesa posso dire di aver ascoltato di peggio al Musikverein, pure con nomi austriaci blasonati, e che l'estrapolazione di arie da opere per un concerto mi indispone a priori, mancando il coinvolgimento emotivo della storia narrata. La sala era piena, per lo più di connazionali e di turisti.

Conclusione. Da un lato la famiglia benestante austriaca che ha coltivato la passione per la musica, dall'altro un'orchestra relativamente giovanile che cerca di farsi un nome a livello internazionale suonando il proprio forte nel tempo della musica Viennese (per non dire mondiale, considerando che il concerto di Capodanno è trasmesso ovunque da qui). Da un lato un salto nel passato, ricordando quando i salotti viennesi erano popolati di artisti internazionali, con la tristezza nel constatare che siano ormai rimasti solo anziani austriaci conservatori, dall'altro uno schiaffo nel presente, in cui i musicisti italiani non dominano più nelle corti e nei teatri dell'Europa. Eppure dovrebbe funzionare al contrario, con i giovani a leggere repertorio per puro piacere, condividendo questo momento con amici e parenti, e gli anziani professionisti con esperienza a riempire le sale da concerto anche di studenti.

Sunday, December 10, 2017

Matrimonio turco-austriaco in Stiria

C'è sempre una prima volta. Questo è stato il primo matrimonio cui ho assistito senza essere coinvolta come organista ma solo come invitata, da amica e collega della sposa. Ciò è avvenuto non al paese d'origine, ma in quello ospite, o meglio in Steiermark, con un tocco esotico dato dall'origine turca della sposa. L'evento ha fornito l'opportunità per una breve gita a cavallo del ponte dell'Immacolata tra monti innevati e deliziosi Dörfer a quasi 2h di auto da Vienna. La cerimonia civile si è svolta nell'iconico comune di Wenigzell, con alle spalle un tramonto da fiaba. Posto raggiunto in auto (con i mezzi pubblici sarebbe stato un incubo) grazie al passaggio offerto da il ragazzo austriaco di una collega greca, tornata apporta dal Regno Unito ove da poco ha iniziato un dottorato. La finestra della mia singola nel Gasthof a St. Jakob im Walde ove si è svolta la festa e dove abbiamo pernottato godeva di un panorama ameno dalla finestra. Decisamente località da visitare di nuovo, magari in primavera.

All'arrivo.
La parte burocratica e formale del matrimonio è stata molto meno fredda e distaccata di quanto mi fossi immaginata, grazie ad una rappresentante del Comune ed al piccolo intrattenimento musical-poetico organizzato dalla sorella dello sposo. La tradizione locale è stata rispettata nell'abbigliamento, con il dress code in stile Tracht. Con mia sorpresa tra le austriache dominava il nero, da noi impensabile ad un matrimonio. La sposa indossava un bellissimo Dirndl crema da matrimonio... su sandali con tacchi altissimi rosa shocking, per dare un tocco "esotico" alla combinazione. Sandali sulla cui suola tutte le ragazze nubili hanno scritto il proprio nome come augurio di trovar marito. La cena è stata tradizionalmente austriaca, dalla zuppa di zucca al cervo con mirtilli rossi, dai dolcetti alla cannella al gulasch servito dopo mezzanotte come digestivo. Ovviamente, come prescritto, dopo la cerimonia la sposa ha spostato il fiocco del grembiule da sinistra (single) a destra (sposata). I festeggiamenti sono continuati fino alle cinque di mattina con balli vari, tra ritmi mediorientali e disco. Il mattino seguente ognuno si è regolato a proprio comodo per la colazione, ma ci si è riuniti tutti nuovamente per salutare agli sposi e le rispettive famiglie prima di tornare a Vienna.

L'incontro tra due culture apparentemente così distanti, quella austriaca di paese e quella turca, è risultato quasi naturale. Un segno dei tempi che cambiano. Non c'è stata alcuna fusione, però, ognuno ha mantenuto le proprie tradizioni, adottando in parte anche quelle del partner. È stato bello vedere quanto aperto ed accogliente possa essere un paesetto sperduto tra i monti, se solo si mostra la disponibilità a rispettare il suo essere e la sua storia. Non si tratta di cambiare perdendo qualcosa di proprio, ma di crescere imparando usi nuovi. Quando gli Austriaci dei villaggi lo capiranno, smetteranno di farsi guidare la mano dalla paura nelle cabine elettorali.

Al mattino dopo.
Personalmente, più che il matrimonio, cerimonia che mi pesa per i trascorsi musicali, mi sono goduta il soggiorno in Stiria. Dal pomeriggio assolato tra boschi innevati, alla notte stellata come non si vede mai in città, all'alba rosata, al silenzio nel dì di festa tra i prati innevati, alle cappelline votive distribuite ovunque, all'odore di freddo, di stalla e di legno nella stufa, alle chiese barocche con cimitero attorno, caratteristica comune al panorama alpino austro-bavarese ove il tempo si è fermato. Pur essendo cresciuta in pianura, mi sono resa conto di essere "montanara" dentro, con la sveglia all'alba nel sangue. La gioia di salire per sentieri ghiacciati nel silenzio assoluto ed in totale solitudine in un mattino livido ha del sacro. Il frastuono della città con le mille luci e le centinaia di occasioni e d'interazione con gli altri rischia di farci perdere, oltre che di diventare un rifugio da noi stessi. Piuttosto che la solitudine tra la gente che si sperimenta nelle grosse comunità, preferisco la solitudine apparente dell'essere soli con i propri pensieri e la natura. Ovviamente chiudersi in un mondo simile sarebbe egualmente pericoloso. Ogni tanto, però, fa bene rinfrescarsi le idee e ritrovare se stessi in una pausa dalla travolgente quotidianità moderna.

Saturday, December 2, 2017

La patente: dall'indipendenza all'austriacizzazione

Quasi vent'anni fa presi la patente. Come tanti coetanei. Poco più di un mese di lezioni di teoria presso la scuola guida locale che ha dato la patente a mezzo paese, l'esame superato senza errori (d'altronde con la media che avevo al liceo era chiaro che studiare non mi fosse affatto difficile), un po' di più tempo per le guide, con l'esercizio a casa con una mitica Panda 750, l'ansia per l'esame superato per il rotto della cuffia ed ecco l'agognato giornale rosa in tre parti alla vigilia della partenza per le vacanze. A dirla tutta, ho imparato a guidare col tempo, con la pratica, con i consigli di papà, autista provetto. La patente ha sempre rappresentato un traguardo ed il primo passo verso l'indipendenza adulta. Purtroppo non va di pari passo con l'effettiva maturità intellettuale e c'è chi non vede l'ora di schiantarsi contro un platano con l'auto di famiglia. Ormai è una meta accessibile a tutti, costi a parte. C'è ancora chi crede al vecchio detto "donna al volante, pericolo costante", pensando che le femmine siano geneticamente meno portate alla guida dei maschi. In realtà è solo questione di pratica, tutti possono imparare, le donne di oggi pilotano aerei ed auto da corsa esattamente come i colleghi maschi, mentre ci sono maschi che non sono in grado di farsi due uova al tegame.

Vivendo in un paese, l'auto è fondamentale. I collegamenti con la città e gli altri paesi sono piuttosto carente, specialmente la sera (l'ultimo treno da Padova per anni era alle 21) e nel fine settimana. Prima di lasciare l'Italia usavo costantemente l'auto, per andare a suonare, per trovarmi con gli amici, per fare la spesa, per sbrogliare burocrazia, per visite mediche, etc. Solo per andare al lavoro continuavo a muovermi col treno, molto più pratico e veloce. Tutto il resto sarebbe stato impossibile o quasi senza un mezzo proprio. Per questo mi sorprende conoscere coetanei che non hanno ancora preso la patente e che non sono interessati ad averla, specialmente quando si tratta di maschi che vivono in paesetti sperduti. Altro discorso per cui, invece, non ha potuto conseguirla per le regole del paese di provenienza o perché non ha potuto permetterselo economicamente. Da quando vivo in una capitale europea non sento più la necessità di avere un'auto, sia perché i mezzi pubblici sono efficienti e convenienti, al contrario del parcheggio, e sia perché si trova a pochi passi tutto ciò di cui si ha bisogno. Ho ridotto, dunque, le guide ai ritorni dalla famiglia, quando ogni occasione è buona per fare pratica e non dimenticare come si guida.
Ciononostante, quasi alla scadenza della patente italiana, mi sono vista costretta a richiederne la conversione in quella austriaca, risiedendo a Vienna. È filato tutto liscio ed è stato molto più rapido di quanto immaginassi. Ho consegnato i documenti richiesti al Verkehrsamt della città, il quale ha provveduto a verificare la validità con la motorizzazione di Bolzano. In una settimana ho ricevuto la nuova patente, valida per 15 anni, pagando meno di quanto mi sarebbe costato un rinnovo in Italia. La nuova patente è in formato tessera. Per cavilli burocratici, alla faccia dell'equivalenza europea auspicata, ho perso il diritto di guidare l'Ape e mezzi affini, acquistando in cambio quello di guidare la moto, con alcune limitazioni. Sarà che qui di Ape non se ne vedono molte. Un piccolo cambio burocratico ma che mi ha fatto un certo effetto. Lasciare la patente italiana con la foto di quando avevo 18 anni è stato quasi come perdere un pezzettino d'italianità per acquistare un frammento di "austriacità". Una sciocchezza che che simbolicamente significa molto. Implica che il trasferimento all'estero sia più o meno permanente, almeno a lungo termine (non è una novità, non ho mai detto di voler tornare in Italia, sin dall'inizio) e che il mio paese mi riconosce un po' meno di prima, nonostante vi ci sia cresciuta e ne parli la lingua. In tempo di discussione di cittadinanza, tra ius soli in Italia ed offerta del passaporto austriaco agli altoatesini, convertire un documento nell'equivalente straniero non potendo più farlo in patria rappresenta a mio parere un passo decisivo verso l'assimilazione nel paese ospitante.

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