Saturday, March 16, 2019

L'Italia degli Azzeccagarbugli

Tempo fa, all'inizio della mia esperienza all'estero, scrissi dei problemi incontrati cercando di aggiornare il mio profilo nel sito del MIUR per poter continuare ad essere contattata per supplenze nelle scuole superiori della mia regione. Dopo oltre nove anni dalla mia partenza mi sono ritrovata a litigare nuovamente con quel sito per poter partecipare alla selezione per ottenere l'ASN (abilitazione scientifica nazionale). Recuperare le credenziali per accedere al sito e' stato relativamente facile, nonostante il sistema ricordasse ancora il mio indirizzo mail dell'università di Padova. Ho ricevuto risposta nel giro di qualche ora ed il disguido è stato presto sistemando. Presentare domanda ha richiesto parecchia pazienza, anche per "tradurre" in modo comprensibile sia il linguaggio burocratico dei parametri richiesti, sia le mie esperienze lavorative estere, classificate in inglese quando non in altre lingue (tedesco e fiammingo). Poi c'è stata l'attesa, mesi, esattamente  sei. Non contavo di ottenere l'ASN perché dopo il dottorato ho abbandonato il tema di cui mi occupavo per dedicarmi ad un campo difficilmente inquadrabile nei rigidi settori disciplinari descritti dal ministero. Valeva comunque  la pena tentare, avendo i titoli per farlo. A sorpresa sono stata abilitata e con giudizi positivi. E' stato un onore.

Ed ora? In teoria, posso concorrere per un posto da prof. associato in tutta Italia, ovviamente nelle discipline in cui sono stata abilitata. Ho trovato un sito ufficiale ove vengono pubblicati i bandi, senza dover scorrere ogni settimana la Gazzetta Ufficiale. Peccato che sembra che il nuovo governo abbia deciso di bloccare le assunzione per tutto il 2019. Se accadesse, non solo non uscirebbero nuovi bandi ma anche perderei un anno di validità dell'abilitazione, che dura sei anni, ossia... se non si viene assunti entro questo termine bisogna ripetere la procedura. Un po' diverso dal sistema austriaco, in cui l'abilitazione è sì un titolo a scadenza, ma che viene automaticamente rinnovato insegnando, almeno all'Università di Vienna. Quindi l'Italia non e' più il paese degli Azzeccagarbugli come l'avevo definito anni fa? Magari! E' uscito un bando per un istituto di ricerca che non e' università. Consta di 45 pagine, di cui le prime 30 almeno sono solo di leggi e commi incomprensibili. Tra le richieste manca il certificato di esistenza in vita che invece trovai in un bando per il CNR e che tanto fece ridere i colleghi di qui. Chi volesse partecipare, leggendo fino in fondo le famigerate 45 pagine, troverebbe tra i possibili mezzi di comunicazione la PEC (e-mail certificata, a pagamento, possibile solo facendola fisicamente in Italia la prima volta e non credo di poterla avere come residente all'estero) o la classica raccomandata con ricevuta di ritorno, in cui fa fede il timbro postale. A metà dicembre ho inviato delle cartoline dal Giappone all'Europa, le colleghe in Austria ed in UK hanno ricevuto le loro già al 2 gennaio, al rientro dopo le feste, mentre in Italia sono arrivate quasi a fine mese. Figurarsi se mi fido di una raccomandata, con tutto quel che costa inviare un plico cartaceo in tale forma, perché vogliono pure il CV in formato europeo (unici in Europa a richiederlo ed a conoscerlo), il quale essendo scritto solo su metà foglio diventerebbe di 50 pagine almeno nel mio caso, anche per la modalità d'inserimento delle esperienze e per gli spazi vuoti previsti.

Bandi a parte, visto che non ho intenzione di tornare in Italia per il momento e che l'abilitazione italiana mi serve principalmente da sprone e da titolo per tentare quella austriaca, non dovrei avvelenarmi il sangue con i normali inghippi italici. Invece ho avuto la bella idea di partecipare ad un convegno nazionale di scienze planetarie, come ho di recente raccontato. Il convegno era a Firenze ma in un campus universitario un po' decentrato. Quando me ne sono resa conto ho dovuto cambiare prenotazione dell'albergo perché altrimenti ogni giorno mi sarei dovuta sorbire almeno 40 minuti di bus. L'organizzazione del convegno, nonostante le migliori intenzioni, è risultata "italiana", dando all'aggettivo il significato di improvvisato e pieno di imprevisti. Da "crucchizzata" ho inviato il mio contributo con largo anticipo sulla scadenza prevista. Il termine e' stato prorogato. Dopo la scadenza della proroga mi contatta l'organizzatore per dirmi che hanno avuto un falso positivo e si sono persi il mio contributo. Peccato fossi già in Italia dai miei ed avessi lasciato il file incriminato nel pc dell'ufficio. Per fortuna ne avevo salvata una copia. Questo scambio di e-mail e' avvenuto la sera dopo le 21 di sabato 22 dicembre. Un tedesco non avrebbe lavorato in tali condizioni, quindi lode all'organizzatore che ha cercato di rimediare ad un problema tecnico dedicando del tempo privato. Il programma e' uscito il 15 gennaio, il convegno è iniziato il 4 febbraio. Se avessi dovuto prenotare un aereo... tanto c'è sempre l'immancabile imprevisto degli scioperi. Il programma era in italiano, con i titoli dei contributi in inglese. Le presentazioni erano in italiano e questo mi ha gettato nel panico, perché sono diventata lenta a parlare la mia lingua in ambito scientifico, non mi vengono più i termini corretti, ammesso di averli mai imparati, avendo cambiato campo di studi. Come mi ha fatto notare una collega tedesca, l'equivalente convegno nazionale in Germania aveva tutti i contributi (almeno il 95%) in inglese, sia perché in Germania ci sono parecchi studenti, dottorandi, ricercatori e persino professori di origine straniera e che non sono fluenti in tedesco e sia perché lo scopo del congresso è anche di attirare ancora di più ricercatori dall'estero. In Italia il provincialismo domina. Insomma, l'internazionalizzazione tanto auspicata resta un'utopia, ma anche semplicemente il funzionamento di un sito o l'incontro tra scienziati, cercando di mettere d'accordo (missione impossibile) un gruppo eterogeneo e polemico.

Venendo dall'estero vivo simili esperienze con sentimenti misti, tra rabbia ed amarezza, rabbia perché persino le cose più semplici diventano complicate ed amarezza perché il potenziale umano è buono ed è un peccato sprecarlo per la burocrazia. In vista del prossimo EGU, convegno che riunisce a Vienna ca. 13000 geologi da tutto il mondo, uno dei miei supervisori di dottorato ha invitato un contributo piuttosto provocatorio, domandandosi come mai l'Italia sia indietro nella ricerca in campo geologico rispetto al resto del mondo. Lui è rientrato da poco dopo un periodo all'estero. L'impatto con la burocrazia che ostacola ogni passo è traumatico. Gli auguro di riuscire a smuovere il sistema, ha tutto il mio appoggio.

Wednesday, February 27, 2019

La seconda chance di Glasgow

Ormai sette anni fa visitai la Scozia per la prima volta. Mi piacque parecchio, dalle coste selvagge alle alture rurali, dalle isole tempestose alle rovine di castelli e chiese. Terra affascinante, con una sua bellezza unica... tranne Glasgow. La grossa città ex-industriale mi sembrò davvero orribile. Pure dopo aver conosciuto Bxl, continuai a considerare Glasgow la città più brutta che avessi mai visitato.

Ora vi ci sono tornata per una settimana. Non in vacanza con amici, come in passato, ma da sola e per lavoro. Ho principalmente trascorso le mie giornate tra laboratorio senza finestre, scrivania verso un muro e stanza di albergo nel seminterrato (soluzione tipicamente britannica). Eppure ho avuto modo di esplorare la zona e di gustare la gioviale vita studentesca. A differenza della volta precedente, sono prevalentemente rimasta nel West End, ampio quartiere vittoriano tra parchi, musei e università. Molto meglio della parte orientale, appena dietro la cattedrale, dominata dall'architettura industriale e da palazzoni impersonali costruiti dal dopoguerra in poi. Sono tornata in centro, che ancora una volta non mi ha colpita particolarmente.

Le volte nell'edificio principale dell'università
In sostanza, mi sono piaciuti i parchi, i fiumi, i musei gratuiti (consigliato il Kelvingrove, con i concerti d'organo quotidiani), la cordialità e l'ironia dei locali (tipicamente "decorano" statue e monumenti con coni stradali), la diffusione della cultura, la presenza di una numerosa comunità straniera (soprattutto studentesca, pur se in gran parte anglofona, non è scozzese) ed il forte accento, nonostante renda l'inglese praticamente incomprensibile. Non ho gradito la sporcizia un po' diffusa (ma meglio di Londra e Bxl), la mancata piena differenziazione della spazzatura, il numero di senzatetto che discretamente chiede l'elemosina, la carenza di edifici pre-vittoriani ed il grigiore generale. Non basta il meteo, hanno dato una mano all'atmosfera costruendo a perdita d'occhio edifici in arenite bruna, tutti uguali gli uni agli altri. Almeno a Kensington a Londra hanno anteposto delle colonnine bianche.

Panoramica di abitazioni di epoca vittoriana


Sul piano lavorativo, è stata una settimana molto produttiva, sono pienamente soddisfatta. Colleghi preparati, altamente specializzati, ma anche simpatici e disponibili, con cui ho alternato chiacchierate fantascientifiche o banali con quelle scientifiche, sempre davanti ad una birra o ad un caffè/tè. In genere, nonostante il mondo accademico sia contro la Brexit (come anche gran parte della Scozia), ho notato quanto il mondo britannico si differenzi dal continente e quanto ci tenga a rimarcare la separazione, basti pensare che chiamano "Europei" gli accademici o gli artisti da oltremanica. Cosa che finora avevo sentito solo negli USA. La Scozia è diversa dall'Inghilterra, come la Baviera è diversa dall'Essen, ma c'è qualcosa che le identifica come facenti parte della stesso mondo. Non solo le prese di corrente e la lingua ufficiale.

Tornando alla classifica delle città più brutte che abbia visitato, ammetto che possa esserci di peggio, posti di cui ho sentito parlare ma che non ho mai visitato di persona, come Charleroi, Leeds, Manchester, etc. Tanto Bratislava è rococò di Maria Theresia, tanto Glasgow è vittoriana (nella parte carina della città, idem per Bratislava). Se restassi in accademia, potrei tornarci già l'anno prossimo, per un convegno. Da visitare se vi capita di passare dalla Scozia, anche se le vere meraviglie sono fuori città.

Tuesday, February 12, 2019

Addio Firenze! (Cit. Gianni Schicchi)

Per puro caso ho ascoltato il Gianni Schicchi alla Volksoper (quindi tradotto in tedesco) per ben due volte e poco dopo sono andata a Firenze per partecipare al Congresso Italiano di Scienze Planetarie. Per questo uso le parole di Gianni come titolo al post. Chissà quando ricapiterà di tornare a Firenze, città che avevo visto da piccola e che stavolta non ho avuto tempo e modo di gustare. Firenze è bellissima, nessun dubbio, ma l'aumento del numero di turisti e di studenti universitari ed il ritardo dell'adeguamento dei trasporti e delle strutture ha reso la città disorganizzata e confusionaria come non mi sarei aspettata da un centro-nord Italia.

Il viaggio di andata da Vienna a Venezia ha avuto un piccolo imprevisto, oltre due ore di ritardo a Tarvisio causa guasto al locomotore. Invece, a sorpresa, il viaggio fino a Firenze è filato liscio ed il treno è letteralmente sfrecciato nelle gallerie  appenniniche ad oltre 270 km orari. Raggiungere la pensione ove alloggiavo è stato più complicato, tanto che ho preferito andare a piedi, attivando il navigatore sullo smartphone. La pensione non era male, curata e comoda, ma tra un'incomprensione e le nuove leggi italiane che mettono a rischio il rimborso da parte di Vienna, tra lo scarso isolamento acustico dalla strada, non posso dire di essermi proprio goduta il soggiorno. Avrei dovuto restare fino al venerdì ora pranzo, ossia fino al termine del convegno, ma hanno annunciato uno sciopero ferroviario nazionale (novità) ed ho preferito rientrare la sera stessa della mia presentazione, per cui dopo il mio orale sono corsa in stazione. Fatica sprecata, 40 minuti di ritardo del frecciargento, quindi più di un'ora al freddo in stazione dopo i varchi, perché non c'è nemmeno una sala d'aspetto. La linea del tram T2 che dovrebbe collegare il nuovo polo universitario con il centro è in fase di test da un anno e le linee autobus circolano a piacimento. Se avessero tenuto il convegno in un paesino sperduto  nella campagna bergamasca sarebbe stato lo stesso, Firenze con le sue bellezze è rimasta un miraggio a km di distanza a piedi o a decine e decine di minuti di attesa di autobus imbottigliati nel traffico.

Minima distanza raggiunta dal Duomo. Ovviamente, cantiere del tram.
Il convegno già dall'annuncio mi era sembrato molto… "italiano", nonostante gli sforzi degli organizzatori per prepararlo al meglio. Scadenza per la presentazione dei contributi prorogata, perché gli Italiani aspettano sempre l'ultimo minuto per inviare qualcosa, e poi il server se ne è mangiati alcuni, costringendo l’organizzatore a chiederne copia nel fine settimana sotto Natale, la ricevuta con tanto di marca da bollo secondo le leggi italiane che in campo burocratico sfiorano il ridicolo, i perenni ritardi nell’iniziare le presentazioni, specialmente al mattino e dopo pranzo, con la gente che arriva quasi a fine sessione e si sofferma a chiacchierare sulla porta, una certa aria di sufficienza verso le presentazioni degli studenti, il monopolio tematico di esponenti di determinate comunità, etc. Tra tutti i partecipanti, poco più di un centinaio, mai tutti presenti contemporaneamente, credo di essere una delle pochissime venuta dall’estero. Avevo sperato, o forse mi ero illusa, di tessere relazioni in grado magari di far fruttare quella famosa ed inutile abilitazione. Invece si finisce per parlare prevalentemente con chi si conosce già. Ciononostante, il bilancio finale non è stato affatto negativo e pur se all'ultimo giorno qualche conoscenza importante s'è fatta, sperando sia l'inizio di fruttuose collaborazioni scientifiche.

Per il pranzo ci si appoggiava alla locale mensa. Non si mangiava male, ma il fatto che le lezioni qui siano già riprese ha reso l’esperienza stressante, a causa della rumorosità degli studenti. Per la cena sociale ci hanno portato a Prato, anche per farci visitare il museo del posto. Nonostante sia una collezione modesta rispetto quella viennese, si tratta di una raccolta di minerali e meteoriti di tutto rispetto, con pezzi molto rari e costosi. La mostra è ben organizzata, interessante e comprensibile anche ad un bambino, con installazioni intuitive pure sulla meccanica celeste. Mi sembra, però, che tutti i testi siano solamente in Italiano, il negozio del museo è minuscolo ed associato alla biglietteria. Non avrei saputo dell'esistenza del museo se non mi ci avessero portato, eppure è il maggiore d'Italia del suo genere. Peccato! Per il nostro paese, come sempre. La cena è stata semplice ma gustosa, senza la famosa fiorentina coll'osso che avei evitato, ma con il celebre pane senza sale e la millefoglie come dolce.

In conclusione, mi dispiace molto per Firenze che avevo forse idealizzato come messa meglio di Roma in tema di ricezione del turista, mi dispiace per la comunità italiana che cade sempre nell'autoreferenziale. Ciononostante, trovo il modo di fare ricerca in Italia eticamente più corretto e con conoscenze più approfondite che all'estero, da alcuni scienziati italiani c'è da imparare. Allo stesso tempo, però, è evidentemente abbiano pochi mezzi. Purtroppo, non sono (ancora) in una posizione da risultare appetibile anche dal loro lato. In ogni caso, l'ennesima visita in Italia che ha rafforzato la mia convinzione a restare all'estero.

Thursday, January 31, 2019

Razza bianca europea

Non è la prima volta che mi candido per un posto in ambito accademico nel Regno Unito, ogni volta sono obbligata a rispondere a domande sull'etnia di appartenenza, la religione e l'orientamento sessuale per la sezione pari opportunità. Da qualche tempo, alla domanda sulla razza, nel menu a tendina compaiono "British white", "Irish white" e "Other white background". In precedenza c'era l'opzione "Caucasian", ora scomparsa. Se uno indica "other", non essendo io né color neve né con i capelli rossi, si viene pregati di specificare. Nello screenshot qui sotto potete vedere la mia provocatoria risposta in tema Brexit: "European".
 

Onestamente, trovo la domanda offensiva. Non è il colore della pelle che fa una persona, ma dove e come è cresciuta ed è stata educata. Il fatto che sia nata in Italia e che l'italiano sia la mia lingua madre ha forgiato il mio modo di pensare, più che essere rosa ambrato ed anemica, con i capelli castani e lisci. Il cittadino italiano è per definizione un misto, nei secoli le nostre coste sono state aperte e sono sicura che in ognuno di noi scorre un po' di sangue spagnolo, arabo, francese, anglosassone ed asiatico. In Giappone e negli USA mi sono sentita chiamare "europea" per la mia cultura ed è quel che mi sento. L'Europa è quella parte di mondo dove ci si fa la guerra tra villaggi, si parlano milioni di variazioni delle già molteplici lingue nazionali ed in cui tutti hanno una memoria storica comune, dominata per lungo tempo dalla presenza della Chiesa e da sanguinosi conflitti. Che lo si voglia ammettere o meno. Agli occhi di un americano, un abbronzato cattolico spagnolo non è diverso da un pallido ateo norvegese.

Il ridicolo delle domande continua con la nazionalità, quando sotto "Italy" non compare "includes San Marino", come avrei potuto comprendere per ridurre il numero di stati elencati, ma "includes Sardinia, Sicily". È vero, gli isolani tendono a chiamare "Italia" o "continente" la penisola, ma si sentono sicuramente più Italiani di una buona percentuale di altoatesini. L'aggiunta non era assolutamente necessaria.

Alcuni conoscenti hanno recentemente lasciato il Regno Unito per tornare in Italia, in parte per lo spauracchio della Brexit (i ricercatori inglesi sono egualmente terrorizzata dall'eventualità che i fondi europei non siano più accessibili) ed in parte perché nelle università italiane si stanno creando le opportunità per un rientro. Magari, come "minoranza" europea che invece anche in questo momento accetterebbe di andare in Regno Unito, ho qualche possibilità in più per il bando di cui sopra.

un'italiana in Europa

Saturday, December 15, 2018

Japan and the Solar System: 12 days around Tokyo

Again in Japan, 3 years after the last time, 5th time flying to Tokyo, to attend a symposium at the Japanese Space Agency (JAXA). I realized that there are a lot of similarities between Japan and the Solar System: they are minimalist with a lot of “empty” space between a few objects, they are complex, they are old but always up to date and unpredictable, they are often affected by catastrophic events but they recover, adapt, and continue to evolve. Did you ever notice that as we have the Sun in the center of your Solar System Japan has the Sun in the center of its flag?

A kind of philosophical divagation for introducing this journey, which included some vacation, going around with a German colleague from the NHM of Vienna. The direct flight between Vienna and Tokyo is offered by AUA only in summer, so we had to transfer in Munich, a kind of black hole for luggage. This time, it happened to Julia to have her suitcase delivered to the hotel in Tokyo two days after our landing in Haneda. On the way back, we had better luck, the luggage arrived with us. Let’s talk about public transportation in Tokyo. It’s amazingly efficient, but overcrowded. People are pushed in, kindly but firmly. Although there is a continuous flow of people in and off the trains, everything is ordered and quiet. Unbelievable! The only black mark is the poor knowledge of English. I don’t like the language, but it is a necessity, you cannot aim to an international community without speaking a common language, which unfortunately is English. People are overall very friendly, but communication was constantly an issue.

After a couple of day in Asakasa, Tokyo, to overcome the jet lag (there are 8 hrs difference), we went to Sagamihara, where the JAXA is located, for the conference. We were staying at the local guest house, very cheap and convenient, but bureaucratically… “complicated”. It is always an interesting scientific meeting on the topic Antarctic meteorites, asteroids and space exploration. The group of attendees is small but selected. The international guests generally present review work, summarizing thoughts and measurements of years, the Japanese hosts present their high quality research and push the students to go international. This gives always the opportunity to learn a lot and to strengthen collaborations all over the world. The isolated location helps, too.

After the symposium, the colleague and I continued our trip going to Yokohama and returning to Tokyo (this time in Asakusa, in a lovely Japanese apartment booked through airbnb). Yokohama is cute, but disappointed my expectations. I thought of colonial buildings, I saw modern skyscrapers, a chaotic Chinatown, a reproduction of Burano as amusement park and an imitation of German Christmas markets with German and Austrian products. I liked the shore. Finally, I saw the other side of the Pacific Ocean, after the coast near San Francisco. In the remaining days in Tokyo, we saw all, really all what is listed in any touristic guidebook. The landmarks I especially appreciated, as this wasn’t my first time in town, were the cemetery district (Nezu) and the autumn colors in the peaceful parks. We also ate all what the local cuisine could offer, fish, tofu, soy, green tea, row, boiled, fried, paned, etc. We even cooked our own Japanese dinner. Everything is delicious, but I must admit that after almost two weeks I started dreaming of cheese, real bread, our beans, vegetables, and fruits. And cakes, with a crispy consistence, as well!

In about seven months, I’ll fly again to Japan. The next meeting of the Meteoritical Society will be in Sapporo. Finally away from Tokyo, exploring a different part of the country. Hopefully not as hot as Tokyo in summer. I look forward to this experience, because Japan is indeed an amazing country. If only there was a faster way to getting there… Well, the sunlight takes 8 minutes to reach the Earth and we are pretty close in comparison with other bodies in the Solar System.

Friday, November 9, 2018

4.11.1918 chi ha vinto?

Domanda provocatoria per una ricorrenza esaltata in Italia ed ignorata in Austria. Vado con ordine. Esattamente un secolo fa venne firmato, a pochi km da dove sono cresciuta, l'armistizio tra l'impero austro-ungarico in via di dissoluzione e l'acerbo regno d'Italia. Almeno sul fronte alpino e padano orientale, la guerra era terminata. A distanza di cento anni, mentre il Presidente della Repubblica ricordava l'evento a Trieste, la sottoscritta con altri due veneti attraversava il confine a Tarvisio in direzione Austria e con un'auto targata Vienna.

Bandiere ora vicine, cima Vezzena.
La prima guerra mondiale è stata una tragedia, come tutte le guerre, il fronte belga andrebbe fatto vistare obbligatoriamente a tutti gli antieuropeisti! Nel Nord-Est la ferita è ancora particolarmente sentita. I monti sono disseminati di forti militari di entrambi gli schieramenti ed ormai semi-distrutti, di gallerie e trincee, di depressioni del terreno di natura antropica e di ossari monumentali. Sull'autostrada, al viadotto sul Piave si legge la didascalia "fiume sacro alla Patria". Suona retorico, lo è, ma le battaglie sulle sue rive hanno segnato la riscossa italiana dopo la sconfitta di Caporetto. Gli austriaci, a distanza di cento anni, ricordano solo la caduta dell'impero, invece di celebrare l'inizio della repubblica, parecchi anni prima dei vicini italiani e tedeschi. L'Austria di oggi ha un atteggiamento particolare verso le guerre, molto diverso da quello dei tedeschi di Germania. Nella prima hanno vinto a Caporetto contro i traditori italiani e nella seconda si sono sentiti vittime.

Trincea dal lato austro-ungarico. Lavarone, Italia.
Sono tornata a Vienna con una tempesta di sentimenti. Da un lato l'orgoglio dell'origine veneta, con il desiderio di far ingoiare loro la spocchia mai sopita di considerarci una colonia di inferiori (infatti Galileo è venuto da noi!), dall'altro l'umiliazione di dover andare all'estero, proprio in questo paese, perché il mio non mi ha mai fatto sentire accolta e non mi ha permesso di ripagare l'investimento culturale con i risultati scientifici. Tale conflitto interiore deve aver fatto soffrire anche Salieri, che è stato dipinto come un malefico invidioso, nonostante fosse considerato un fine compositore nella sua epoca. La stessa divisione è palese nei Trentini montani di oggi che da un lato ricordano con nostalgia l'Austria e dall'altro difendono strenuamente l'Italia (come ho già scritto).

Chi vinse un secolo fa? Nessuno. Tutti perdono qualcosa quando si arriva ad una guerra. La vittoria sarebbe imparare dalla storia e non ripetere, ma sappiamo che ciò non è successo e che dalla prima guerra mondiale si è scivolati rapidamente nella seconda, complici anche un'epidemia d'influenza ed una pesante crisi economica. A distanza di generazioni, quanti ragazzi del sud hanno visitato le cicatrici della prima guerra mondiale sulle nostre montagne? Quanti sanno che i loro nonni o bisnonni sono stati spediti nel nord a combattere per un paese che non sentivano proprio ed in condizioni che non avrebbero mai immaginato, fianco a fianco a gente che parlava un'altra lingua? Ecco, come ha detto qualcuno, forse l'unica "vittoria" di quel conflitto è stata quella di "fare gli Italiani". Come gli austriaci, però, ce ne siamo dimenticati.               


Friday, October 5, 2018

Berlino: non c'è due senza tre

Terza volta a Berlino durante il 2018, ma ogni volta è un'esperienza nuova. Il motivo del mio recente soggiorno era prendere parte all'European Planetary Science Congress (EPSC) 2018, che si è tenuto presso la TU di Berlino.

La TU di Berlino, tra storia e modernità
Impressioni dal convegno
Un miscuglio di sensazioni. Un po' perché c'erano parecchi italiani, tra cui ex-colleghi e vecchie conoscenze, oltre ad una grossa rappresentanza da Padova, la città in cui ho studiato. Un po' perché all'entusiasmo per l'interazione produttiva con astronomi, fisici ed ingegneri su temi comuni si è contrapposta la delusione della chiusura della comunità degli impattologi. Un po' perché ogni convegno rappresenta una fucina di idee che poi si spegne una volta tornati alla realtà quotidiana. Dopo la Humboldt e la FU, mi mancava la TU. Ora posso dire di aver visitato quasi tutte le università di Berlino. L'organizzazione è stata germanicamente efficiente, anche se l'ultimo giorno si sono dimenticati di pulire gli spazi a noi riservati. Il convegno non era affatto economico, ma non abbiamo ricevuto alcun gadget, come invece accade ad altre conferenze. Nemmeno la cena sociale, a buffet, era inclusa nella costosa iscrizione.

Impressioni dal soggiorno
Causa concomitante maratona e fiera, gli hotel economici ove solitamente pernotto avevano prezzi proibitivi, così ho prenotato una stanza tramite airbnb. La stanza prenotata era presso una signora in pensione nel cuore di Mitte, in un tipico Plattenbau di epoca socialista, ma completamente rinnovato, a due passi da Gendarmenmarkt. A parte la deprecabile abitudine della signora di fumare, la permanenza è stata confortevole. Non solo ho trovato una casa arredata in modo molto simile alla mia fino ai minimi dettagli (sono proprio tedesca dentro, come la mia non comune famiglia), ma ho anche goduto di lunghe chiacchierate con la signora, avendo la possibilità di sentire come la pensa un tedesco medio della situazione attuale.

L'edificio in cui soggiornavo. Il primo di tre uguali.
Nonostante la signora sia aperta e curiosa, tanto da ospitare gente da tutto il mondo e da avere amici con origini disparate, inizia a non sopportare i nuovi migranti. Tale cambio di mentalità risulta, a mio parere, dall'efficace propaganda di certi partiti (hanno addirittura distribuito gratuitamente libercoli complottisti), ma anche dall'atteggiamento arrogante ed offensivo di qualche testa calda (alla signora è stato dato della nazista in un supermercato da un mediorientale). Lei auspica un ritorno ai tempi dei Gastarbeiter, non la chiusura delle frontiere, ossia immigrazione controllata e solo della forza lavoro necessaria. Eppure in passato anche i Gastarbeiter furono mal digeriti.

Berlino offre sempre occasione di riflessione storica. Sono passata anche dal Tränenpalast, ripensando a quando la città era divisa. A differenza di Vienna, la storia recente e l'attualità sono onnipresenti. Dunque, arrivederci Berlino, alla prossima occasione di vederci!

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