Tuesday, April 25, 2017

Austria vs. Germania

Nella mia modesta esperienza ho avuto modo di conoscere l'Austria, principalmente Vienna (che è diversa dal resto del paese) e la Germania, soprattutto la Baviera (alquanto differente dagli altri Länder), ma posso dire di aver girato le due nazioni in lungo ed in largo, sperimentando le diverse tradizioni linguistiche, culinarie e culturali. Ciononostante l'italiano medio tende a considerare tutti i crucco-parlanti come un popolo, generalmente associandoli all'idea folkloristica dei bavaresi. Errore che fece pure un piccolo austriaco quasi un secolo fa. Ecco quindi, a chiarimento per i connazionali, 6 differenze e 4 cose in comune che ho riscontrato tra austriaci (viennesi) e tedeschi.

1. Lingua: non esiste un unico tedesco. Il tedesco austriaco per certi versi conserva parole del tedesco delle origini e per altre è contaminato dalle lingue dei paesi “colonizzati” dall’impero, con termini ungheresi, cechi, italiani, etc. Inoltre l’accento cambia completamente, ma questo già all’interno dell’Austria. Infine persino il genere delle parole, specialmente quelle di origine straniera, può cambiare varcando il confine (es. die oder das E-Mail), cosa che genera ancora più confusione. Ogni giorno imparo nuove parole austriache, incomprensibili per la maggior parte dei tedeschi. Di ogni parola devo memorizzare due versioni, l'austriaca e la tedesca ufficiale. Attenzione, ci sono delle differenze notevoli anche all'interno della Germania, anche radicate, come la parola usata per definire il sabato, Samstag per il sud, Sonnabend per il nord-est.
da qui

2. Socievolezza. I tedeschi di Germania, nonostante l’apparente freddezza, sono più propensi a scambiare due parole sul treno o sull’aereo o in altre situazioni. Non parlo solo di Bavaresi e Sassoni, notoriamente amichevoli, tanto da salutare gli sconosciuti sui sentieri e da dividere le tavolate nei ristoranti. Gli austriaci ed in particolar modo i viennesi restano muti come pesci anche nella sala d’aspetto del dottore. Sul treno per ore seduti uno accanto all’altro non vanno oltre il buongiorno e buon viaggio, in caso eccezionale -è ancora libero questo posto?- o -posso aprire l’oscurante?-. I viennesi sono tendenzialmente ancora più scorbutici e snob. Le cose migliorano avvicinandosi al confine con la Baviera o con l'Italia.

3. Appuntamenti. Il tedesco medio programma la sua vita con largo anticipo, eppure accetta pure inviti all'ultimo momento se libero ed interessato. L’austriaco no. Soprattutto il viennese. Ogni cosa, persino un pranzo, va deciso mesi prima. Per parlare con una collega devo prendere appuntamento. Non perché sia particolarmente impegnata, ma perché una visita a sorpresa interromperebbe la sua routine.

4. Storia e mentalità. Mentre i tedeschi sentono il peso degli ultimi 70 anni di storia, gli austriaci si sentono delle vittime ed hanno volutamente dimenticato tutto ciò accaduto dopo il 1916, ossia dopo la morte del loro imperatore “eterno” (come lo hanno definito) Franz Joseph, detto familiarmente da noi del Nord-Est “Cecco-Beppe”. Gli austriaci credono di aver vinto la I guerra mondiale e che Grado e Trieste facciano ancora parte dell’impero. Lo dicono ridendo… ma in fondo in fondo lo pensano veramente. Di conseguenza un tedesco non scherza sul passato recente del proprio paese, mentre un austriaco si vanta del proprio senso dell’humour e delle glorie imperiali.

5. Gusto nell’abbigliamento. Le ragazze austriache sono in genere vestite in modo più classico, anche per andare a lezione all’università, facendole sembrare assai più vecchie della loro età reale, mentre le coetanee tedesche si vestono casual indipendentemente dall’età e talvolta anche dal lavoro. Pure i ragazzi austriaci sono in genere più classici. Senza contare che si trovano ragazzini poco più che ventenni in banca, ovviamente vestiti di tutto punto.

6. Caffè e tè. Entrambi hanno la tradizione di “Tee/Kaffee und Kuchen”… però mentre i tedeschi offrono una vasta selezione di tisane ed infusi e solo un tipo di caffè piuttosto diluito, gli austriaci hanno la cultura del caffè e delle sue infinite varianti ma tipicamente solo tè nero o verde. Pure sui dolci ci sono delle differenze. I tedeschi hanno meno varietà di torte, spesso con la frutta e casalinghe, anche nei panifici, mentre gli austriaci hanno pagine e pagine di dolci di vari tipi, preferendo però le cose elaborate di alta pasticceria.
Kaffee und Kuchen
Cose in comune:
1. Non cucinare. In genere fanno un pasto caldo al giorno. Le cucine nelle case sono di conseguenza ridotte all’osso ed i supermercati sono strapieni di cose già pronte.
2. L’amore per la burocrazia ed il rispetto delle regole. Ci sono cose che non si fanno perché non si fanno, punto. Non ci si domanda se una legge sia giusta o meno, è legge. Gli austriaci, poi, amano la burocrazia asburgica, mentre i tedeschi adorano avere copie cartacee di qualsiasi formulario.
3. Turismo. In entrambe le nazioni qualsiasi pozzanghera diventa un prestigioso lago meta di villeggiatura. Due rovine fanno aprire un museo dedicato.
4. Orari di lavoro. Non si portano il lavoro a casa. Una cosa dev’essere terminata, ma appena varcata la porta dell’ufficio non si controlla più nemmeno la posta elettronica del lavoro. Nei negozi iniziano a spingere la gente fuori 15 minuti prima dell’orario di chiusura e non esiste che si ritardi la chiusure per accontentare l’ultimo cliente. Nei ristoranti la cucina chiude in genere verso le 22, dopodiché non è possibile avere nemmeno un tè caldo o un dessert dal frigo.

Avvertimento! Nonostante i tedeschi emigrino in massa in Austria, non sono molto amati dagli austriaci. Pensateci bene prima di dare del tedesco ad un austriaco! Viceversa, i tedeschi considerano gli austriaci corrotti quasi come noi italiani, quindi attenzione pure a dare dell'austriaco ad un tedesco! Per sperimentare l'ebbrezza della reazione, provate a dire "napoletano" ad un veneto o "milanese" ad un siciliano.

Sunday, March 26, 2017

Buda e Pest in un giorno

Anni trascorsi a Vienna senza aver mai visitato le capitali europee a pochi passi dalla città. Per vedere Praga ho dovuto aspettare un convegno nel 2015. Finalmente, grazie ad un'amica viaggiatrice, mi sono concessa un assaggio di Budapest con una gita di un giorno.

Viaggio in pullman, con la nota low cost dei collegamenti internazionali. Il treno permette più libertà di movimento ed impiega solo 2h40 rispetto alle 3h del bus, ma il costo non è nemmeno paragonabile. Inoltre si tratta di mezzi nuovi, dotati di tutti i comfort, compresa toilette a bordo e wi-fi gratuito. Partenza alle 7 e ritorno per le 22. Dalla stazione degli autobus, una decina di minuti di metropolitana ci ha portate nel centro di Pest. La metropolitana era decisamente datata, tanto da farci ripiombare tra gli anni ’70 ed ’80 nell'est socialista. Ciononostante efficiente ed economica, con numerosi controlli nelle stazioni.
tipica meta turistica per fotografare il Parlamento dall'altra sponda del Danubio
Il giro turistico è partito e si è concluso a Pest, dedicando a Buda una bella passeggiata attorno l'ora di pranzo. Pest ha tutte le caratteristiche della capitale coloniale, con piazze ariose, viali alberati e circondati da palazzi decorati, zone pedonali che accostano antico e moderno, facciate liberty e neo gotiche, fino ad una cattedrale barocca (guarda caso dedicata a Santo Stefano!) ed a numerosi parchi quasi disneyani. Buda, invece, abbarbicata sulla collina a picco sul Danubio, cerca di dare l’impressione di capitale storica ed imponente, con finta fortezza, finta cattedrale antica, finti palazzi reali, finto centro storico medievale. In realtà qualcosa di antico è stato preservato, ma inglobato in una marea di pietra di fine ‘800 (ringraziamo di questo gli Asburgo) che cerca di imitare altre epoche. Tipico esempio il capitello romanico racchiuso nella kitchissima chiesa di San Mattia, ove l’evento per eccellenza fu l’incoronazione di Carlo d’Asburgo nel dicembre del 1916. Tra tutto questo camminare, prendere mini-bus pieni all’inverosimile, girare tra metropolitane storiche e dalle deliziose stazionicine decorate con legno e maioliche a quelle post-comuniste, l'amica ed io ci siamo pure concesse qualche piccola pausa per riempire la pancia con snack locali, compresa una fetta di torta… in stile viennese. Prezzi molto economici ovunque, rispetto l’occidente, anche se i locali sembrano iniziare a capire il valore del turismo internazionale mettendo attrazioni a pagamento ovunque. Il tutto accompagnate dalla musicalità della lingua locale, completamente incomprensibile.

Impressione finale: città pulita, dignitosa, carina. Merita una seconda ed una terza visita, con più tempo, specialmente per i musei che in questo veloce giro non ho potuto visitare. Nella mia esperienza accademica ho incontrato parecchi ungheresi, tutti gentili, ben educati, modesti. Nella capitale ho notato un atteggiamento quasi ostile verso i turisti, nonostante la gentilezza non sia mai venuta meno. Conto, quindi, di tornare in Ungheria, ma per visitare paesini di confine ove il turismo non è così pesante come a Budapest, ove si possa ancora conoscere l'originale, lontano dalle vie dello shopping, uguali in tutte le capitali europee.

Saturday, March 11, 2017

Pane e cipolla

Mia madre cita spesso un modo di dire siciliano, che suona più o meno "mangio pane e cipolla ed entro egualmente", riferito al gatto che facendo finta di nulla compie azioni proibite cinque minuti prima, come saltare sulla credenza o giocare con una bottiglia vuota. L'idea del pane e cipolla è di un cibo povero, economico. In passato in Sicilia il pane non mancava, si faceva anche in casa, ma il companatico era merce rara e costosa, per cui ci si arrangiava con quel che c'era, principalmente verdura o frutta e talvolta anche solo con un goccio d'olio d'oliva e spezie. Non lontano dallo Schmalzbrot che servono qui assieme al vino, ossia una fetta di pane nero condito con strutto spalmato e cipolle. In Veneto, anche il pane, inteso come panini bianchi, era difficile da reperire per i poveri, per cui si sostituiva regolarmente con la polenta. Polenta e "tocio", ossia col sugo che profumava di carne o pesce ma di cui raramente ce n'era l'ombra, oppure con la soppressa (un tipo d'insaccato) o il formaggio nei giorni di abbondanza, o semplicemente col latte, anche a colazione. Almeno da quanto ricordo dei racconti dei miei nell'immediato dopoguerra, quando faticosamente l'Italia cercava di rialzarsi.

Da qui

Questa immagine, del cibo povero, del pane e cipolla, per me significa anche cena sbrigativa. Nonostante possa permettermi cibi più sofisticati, ogni tanto opto anch'io per pane e cipolla, perché mi piace. Ho personalizzato la ricetta. Cuocio le cipolle in padella con un goccio invisibile d'olio, un pizzico di sale ed un po' d'origano, poi le verso su pane tostato, talvolta con un formaggino spalmatoci sopra o con del formaggio in fette. Ovviamente il tutto mandato giù con mezzo bicchiere di rosso. Un piatto che riempie anche se non il massimo in fatto di valori nutritivi. Appunto, un piatto povero.

Gli italiani che arrivano all'estero di questi tempi si dividono secondo me in due categorie, quelli che mangiano "pane e cipolla" e quelli che non lo fanno. La denominazione "che mangiano pane e cipolla" non si riferisce certo all'alimentazione, ma all'atteggiamento. Si tratta di giovani e non più giovani connazionali che si spostano in un paese straniero senza lavoro e senza conoscerne la lingua, ma che da subito si adattano a lavorare come camerieri o lavapiatti, magari sfruttati da altri italiani, mentre in parallelo si pagano corsi intensivi di lingua e cercano di evitare i connazionali per immergersi totalmente nel nuovo mondo. Queste persone fanno enormi sacrifici ma alla fine ottengono quel che meritano, passando a lavori via via più qualificanti e con il tempo costrundosi una vita serena, con casa e famiglia. Quelli che si rifiutano di mangiare pane e cipolla, invece, arrivano egualmente senza lavoro e senza conoscere la lingua, ma pretendono l'aiuto degli altri già sul posto da qualche anno, poi si lamentano per il costo della vita in città, per lo sfruttamento subito dai connazionali, per le abitudini "barbariche" dei locali e per i sacrifici che non vogliono fare, illusi da un'idea di estero simile ad un paradiso ove chiunque venga accolto col tappeto rosso. Quest'ultima categoria di persone in genere non resiste a lungo e prima o poi torna in Italia, ove magari sarà costretta egualmente a mangiare "pane e cipolla", ma almeno immersi nella propria cultura.

La sottoscritta appartiene ad una terza categoria di connazionali emigrati, ossia quelli che lo fanno con un contratto prima di partire e che si spostano per scelta in un paese straniero. Mancando il fattore disperazione, anche se la scelta è stata comunque obbligata, non si arriva a questi estremi, ma il concetto del "pane e cipolla" come di atteggiamento volto all'integrazione ed al sacrificio resta.

Thursday, March 2, 2017

Nozze di rame... con l'estero

Ieri ho festeggiato 7 anni di vita all'estero! Se fosse un matrimonio diremmo "nozze di rame". In genere si crede che il VII anno sia quello della crisi di coppia. Nel mio caso, il rapporto si è stabilizzato ed è maturato col tempo, quindi al momento posso dirmi piuttosto fiduciosa.

Questo matrimonio si doveva fare. Per certi versi è stato "combinato", o meglio forzato, perché non avevo molte altre alternative. All'inizio, come sempre, c'è stata una grande passione, travolgente. Tutto all'estero era infinitamente migliore rispetto all'Italia. Inoltre Vienna era la città dei sogni, vista da turista e rivista poi nel telefilm Rex. È seguita una fase di sconforto e delusione per la scoperta della vera anima del posto, ben nascosto sotto la facciata rococò. L'insofferenza è sfociata in una nuova partenza, verso Bruxelles. Anche in questo caso la meta è stata dettata dal lavoro, non da una scelta consapevole. Qui ho sviluppato proprio repulsione per la città ospite, però rivalutando Vienna. Infine, tornata nella capitale austriaca, la relazione con l'estero è diventata solida, come in un matrimonio datato, in cui l'affetto ed il rispetto reciproci permettono di convivere serenamente, apprezzando ogni istante. Anche nella prospettiva di un nuovo trasloco. Chi può saperlo? In ogni caso, il fuoco della passione iniziale è passato. Qualche battibecco c’è sempre, ma di modesta entità. Si fa pace subito.
 
il confine
E l'ex, ossia l'Italia? È finita? No, non del tutto. O meglio, le voglio ancora bene. Come potrei dimenticare il posto che mi ha visto crescere e che mi ha dato la lingua e molto altro?! Resta sempre un senso di amarezza per la relazione forzatamente conclusa. Nonostante tutto col tempo si era raggiunto un compromesso. Si andava d'accordo. Un po' con rassegnazione da parte mia, devo ammetterlo. La rassegnazione di chi vorrebbe cambiare le cose in meglio ma si deve scontrare ogni giorno con problemi radicati nella cultura locale. Si è rimasti amici. Torno in Italia volentieri da turista, oltre che per rivedere i miei. Se loro si trasferissero altrove, probabilmente visitare il mio paese d’origine perderebbe di senso. A che pro? Resterebbe un bel ricordo, o meglio un ricordo che si abbellisce col tempo, rimuovendo le esperienze spiacevoli. Non è mai stata facile, non ci siamo presi completamente sin dall’inizio. Un minimo sospetto è rimasto da entrambi i lati. Mi aspetto sempre la delusione dall’Italia e forse nemmeno lei mi ha mai considerato sua cittadina al 100%, nonostante il passaporto, la lingua e talune abitudini.

Come festeggio questo importante traguardo? Con un lusso unico, ossia una lavatrice in casa. È stata un’avventura, come sempre all’estero, ma alla fine ce l’abbiamo fatta! Uso il plurale per ricordare amici e colleghi che mi hanno sostenuto ed aiutato e senza i quali questo regalo sarebbe stato meno piacevole. Quest’anno l’anniversario cadeva di mercoledì delle Ceneri, per cui ho aspettato oggi per ricordarlo pubblicamente. Buon inizio dell’ottavo anno all’estero a me!

Friday, November 25, 2016

10 (funny) facts about Vienna I (dis)like

Since four months, I’ve been living in Vienna again. Apparently nothing has changed, but now I realize there is something I had forgotten during the Belgian time: those little things partly very pleasant and partly quite annoying. Here is my (new) half-serious list:

foto da ÖAMTC
+ Musical train: some Siemens locomotives “play” a music scale when starting.
- Half-filled sandwich: the bread roll is cut only on one side and the filling is therefore half in the bread and half outside it, perhaps to show the filling. Guess what! Cucumbers are always present.
+ Telephone booth: still present and working down here.
- People stuck in a spot in a half empty tram: come on guys, just a few steps and there are even free seats!
+ Dessert (cake) list in the menu: if you came to Vienna just for eating Sacher, you are wrong, very wrong!
- Church tax and TV-radio tax: even though much lower than in Germany, I don’t like the persistence in asking money (I pay both, don’t worry).
+ Weekend events: it is impossible to attend all of them, no way you get bored here.
- Smoke allowed in bar/restaurants: yes, unfortunately people smoke in public places and it is considered historical. There is a non-smoker room in restaurants… after the common room.
- Dachlawinen (ice avalanches from the roof): rather than installing a protection (like in Germany), here there is just a sign on the sidewalk. Your choice, either risking an ice avalanche on your neck from the 5-6 storey building or be run over by cars.
- Dialect: after a while I learned to like the local dialect… until you receive a voice mail from the plumber and you only understand it is a kind of germanic language. Not mentioning its own dictionary, not only for food (Erdäpfel instead of Kartoffel), but also for diseases (e.g., Feuchtblattern instead of Windpocken), so you have to learn two words at the place of one.
But I deeply love everything else in Vienna. I mean, I appreciate so many things that listing all of them would require pages and pages. I can provide a list in a personal message, if you are interested.

Friday, October 14, 2016

Ciac! Si gira... in costume

La sottoscritta si è dilettata di teatro in gioventù, ma finora si era avventurata nei mezzi di comunicazioni di massa solo con qualche intervista radiofonica, in diretta per stazioni locali (a Vienna ed a Bxl) e registrata per una trasmissione nazionale (Radio24). Poi un giorno un altro italiano pubblicizza su Fb l'annuncio di una produzione austriaca che cerca comparse italiane per un documentario storico ambientato nel nostro paese. Beh, sono italiana, sono a Vienna, sono curiosa... proviamo! Così ho fatto ed incredibilmente mi hanno presa per interpretare una popolana al mercato.

La prova costumi si è svolta in una calda domenica estiva in centro. Me la sono cavata presto, soprattutto per quanto riguarda il "trucco e parrucco": avendo i capelli corti hanno optato per un fazzoletto sul capo. Le riprese, invece, sono partite una settimana dopo, all'inizio di un lungo e caldo settembre, allo Schloß Neugebäude. La faccenda vestizione è durata di più, perché le truccatrici non si sono limitate a mettermi il fazzoletto in testa, ma hanno provveduto a fissarlo con delle forcine, ad incollare i capelli in posizione, a fermare le ciocche con delle molle (sì, molle, come quelle dentro le biro a scatto, non mollette tradizionali). Una giornata intera per pochi minuti di filmato conclusivo, per cui cibo e bevande erano a nostra disposizione in qualsiasi momento. E lunghe panche ove sedersi, perché con quegli abiti si occupano i posti di due persone e ci si stanca pure a restare in piedi dato il peso. Le ragazze erano in maggioranza italiane e del nord. I ragazzi, a parte alcune eccezioni italiane o austriache, venivano da un'agenzia slovacca. Ho fatto nuove conoscenze, tra cui una violinista di cui parlo qui. Tutti sembravamo molto più belli con i costumi dell'epoca. Giusto! L'epoca. Il gruppo cui appartenevo rappresentava fine 1500, prima di noi c'era il 1400 e dopo di noi metà 1700. Il nostro turno è stato fortunato, ci hanno tenuto lì "solo" dalle 9 alle 19. Abbiamo inscenato un mercato, di giorno, tutto ricreato in una cantina, con luci che sembravano raggi di sole tra bancarelle e ciottolato, senza dimenticare la nebbia finta. Onestamente un po' distante dalla mia impressione del posto rappresentato, per tacere del silenzio, decisamente atipico per un mercato italiano, ma sono sicura che il prodotto finale sarà di tutto rispetto. La cura nei dettagli era estrema a mi hanno addirittura coperto i fori per gli orecchini. Alla fine eravamo stanchi morti, fosse solo per il peso dei costumi e per il dover ripetere le stesse azioni per infinite volte.

È stato interessante vedere che il "cinema" funziona proprio come me l'ero immaginato, o come la serie Boris ci aveva fatto intuire. Nel senso che ci vuole un sacco di gente, che le scene vengono ripetute più volte finché il regista è soddisfatto e con diverse posizioni della telecamera per avere un'altra angolazione, che tra luci, costumi, trucco, audio e tecnici alla ripresa si comprende come una produzione anche piccola costi così tanti soldi e che l'assistente alla regia faccia il grosso del lavoro mentre il regista si limiti agli aspetti artistici. E questa è solo una piccola parte. Per il prodotto finale hanno dovuto selezionare le comparse prima, guardando centinaia di candidature (almeno non dovevano provinare di persona gli attori) ed immaginandole nello script e dovranno lavorare settimane sul montaggio, aggiungendo pure la voce del commentatore e delle musiche di sottofondo. Un lavoraccio! Come dicevo, interessante, ma come "attrice", nel senso di colei che fa, preferisco di gran lunga il teatro, ove ci si arrangia un po' per costumi, accessori e trucco, ma quando si comincia si va come un treno fino alla fine, avendo la flessibilità di recuperare improvvisando se ci si dimentica una battuta o l'altro cambia parole. Il teatro regala una forte scarica d'adrenalina ed allo stesso tempo permette di immedesimarsi in un'altra persona. Per quanto ho visto il cinema è diverso. L'attore, stavolta inteso come colui che recita, da un lato è agevolato dalla possibilità di ripetere e di dover imparare a memoria poche scene per volta, ma dall'altro è sminuito dalla ripetizione e dalle scelte del regista. C'è meno spazio per l'improvvisazione e forse anche per l'immedesimazione nel personaggio. Apprezzo il cinema (televisione, etc.), ma preferisco il ruolo di spettatrice.

P.S. Qualche giorno dopo si è manifestata una malattia che mi ha tenuta a casa per un paio di settimane. Per fortuna ho fatto a tempo a fare le riprese e soprattutto senza segni sul volto. Un'altra esperienza singolare nel diario dei ricordi.

Sunday, August 28, 2016

Vacanze, terremoto e gli Italiani

Dopo il convegno a Berlino, mi sono concessa una bella vacanza come un tempo, ossia con i miei, in montagna, in Italia e raggiungendo in treno la meta prescelta. Mi piace volare, ma andare in aeroporto è una scocciatura non da poco. Ore di anticipo perché non si sa mai. Code interminabili (in Italia e Belgio), disorganizzate e dominate dai furbetti. Controlli di sicurezza alla carlona oppure ingiustificatamente scrupolosi. Attese eterne in terminal rumorosi e magari con poche sedie. Costi assurdi di panini smilzi e mini-bottigliette d'acqua. No! Infinitamente meglio viaggiare in treno. Non importa se ci si impiega 8h per raggiungere una località che dista solo 1h di volo. In treno si può ammirare il panorama, dormire, leggere, scrivere, lavorare al computer, ferri o uncinetto, ascoltare musica, mangiare e bere quel che si è portato da casa, passeggiare lungo il corridoio e magari pure scambiare una parola con gli altri passeggeri. Le mie esperienze con i treni austriaci sono state sempre ottime dal punto di vista del trasporto, ma povere in termini di conversazione. Mi è stato rivolto verbo solo da non viennesi, meglio poi se stranieri del tutto. Stavolta il viaggio in treno ha riservato due incontri degni di nota. All'andata una coppia austriaca in bici che parlava un dialetto a me difficile da comprendere (Voralberg) ma che scherzava cordialmente, al ritorno una famiglia romana che si scontrava con la barriera linguistica e culturale una volta varcato il confine.

Cimitero austro-ungarico in territorio italiano.
La vacanza è stata praticamente perfetta. L'ottimo meteo ha permesso di passeggiare a lungo, scoprendo nuovi sentieri e tragitti, mentre gli ottimi pasti e le lunghe chiacchierate in famiglia sono state deliziate dal rapporto sempre più stretto col micio di casa. L'Austria era onnipresente pure qui, non tanto per il lavoro (che avrei voluto svolgere ma che ho bellamente ignorato), ma quanto per le bandiere, cimiteri di guerra, ex-ospedali, trincee e monumenti. Questo era il confine prima del conflitto mondiale del '14-'18. Una corsa al paese d'origine, in pianura, ha ricordato quanto sia difficilmente sopportabile il caldo estivo laggiù, come testimoniato da qualche beccone di zanzara diurna.

Il giorno del ritorno è stato scandito dalle notizie dal centro Italia con gli effetti devastanti di un sisma di "moderata" intensità in una zona ad elevato rischio sismico. Passavano i giorni ed i bilanci peggioravano. Dopo L'Aquila non abbiamo dunque imparato nulla? Scuole ed ospedali crollati o danneggiati, proprio gli edifici che dovrebbero fare da supporto in situazioni simili. Poi sono iniziate le bufale e le truffe. Possibile che si debba speculare così sul dolore della gente? Poi sono spuntate le interpretazioni soprannaturali dell'evento (punizione divina per le recenti leggi sulle unioni civili). Se fosse così, l'Olanda, orgogliosa del proprio ateismo, dovrebbe essere stata rasa al suolo da tempo. Un evento drammatico che ha risvegliato anche il peggio dell'Italiano. Una generale mancanza di rispetto per le numerose vittime. Per fortuna ci sono storie bellissime di onestà e solidarietà e la maggioranza di noi italiani non è come quel tipo che è partito da Napoli per andare a rubare nelle case abbandonate in fretta e furia la notte del sisma. Come Italiani, però, non ne usciamo bene comunque. Un paese sulla carta evoluto, civilizzato, tra i primi al mondo, ma che è messo in ginocchio da un terremoto che tutto sommato si sapeva sarebbe potuto accadere. Al momento si contano quasi 300 morti. Da geologa mi fa ancor più rabbia vedere per l'ennesima volta la corsa all'opinione dell'esperto DOPO il danno, mentre PRIMA si sono tagliati i fondi per la ricerca nel settore e si sono praticamente ignorati gli appelli di chi ci lavora (vedi mappe rischio sismico). Stavolta siamo tutti responsabili, lasciando andare un paese allo sfascio. È colpa anche nostra se in una terra ad alto rischio sismico, vulcanico ed idro-geologico non s'investa sulla prevenzione e la ricerca. È colpa nostra se continuiamo a votare le promesse elettorali e poi non pretendiamo vengano mantenute. È colpa nostra se aspettiamo che sia lo Stato a pagare per i danni dovuti anche alla nostra ignoranza o pigrizia o superbia (penso ai lavori abusivi) ma poi ammettiamo che qualcuno ci speculi sopra e ci guadagni a spese di tutti. Dopo gli attentati in Belgio ed in Francia è stato detto che un po' se l'erano cercata. Ebbene, credo che allo stesso modo loro possano dire che ora noi questa tragedia un po' ce la siamo voluta. Non possiamo (ancora) prevedere esattamente quando un terremoto avverrà, ma conoscendo la zona possiamo e dobbiamo prevenirne i danni.


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