Saturday, September 2, 2017

Posti che non esistono più: la casa dei nonni

I miei nonni avevano radici in Veneto ed in Sicilia. La casa della nonna a Lentini (SR), poiché il nonno era mancato prima che io nascessi, è più pallida nei miei ricordi, ma ben presente. Quand'ero piccola andavo in Sicilia tutti gli anni, un anno in treno con la mamma ed un anno con entrambi i miei in camper (o roulotte all'inizio). Ricordo la stradina laterale che proprio davanti all'ingresso del caseggiato si tramutava in scalinata fino quasi la piazza centrale del paese. L'ingresso dava su un cortile dominato da un albero di fico. C'era una scala su cui si aprivano diversi ingressi. Tipica struttura di casa siciliana del XVII secolo. L'ultimo ingresso, in cima alle scale, con un terrazzino davanti, era quello della nonna. Appena entrati si notavano la penombra (Sicilia d'estate...) e la frescura (data dallo spessore dei muri). In ingresso c'era un salottino di paglia. Poi di fronte c'era la cucina,relativamente grande, specialmente rispetto la nostra. Dopo la cucina sulla destra c'era la camera della nonna e poi il salotto. Ove c'era il salotto si trovava una volta la camera dei nonni. Il salotto era di velluto blu.
Vecchia cartolina di Lentini. dal web.
La stanza aveva una porta finestra che dava su un balconcino affacciato sulla scalinata sottostante ed uno stanzino, forse pensato come un guardaroba dal costruttore. In fondo al corridoio c'era il bagno. Sulla sinistra la stanza dove per un certo periodo dormiva mio zio, la scaletta per andare in terrazza ed uno spazio in cui ricordo di aver giocato con uno dei miei cuginetti. La terrazza sul tetto era grande quanto l'appartamento, c'era anche una stanza chiusa che non ricordo e la cisterna per l'acqua. Lentini non è in piano e man mano che si sale diminuisce la pressione nelle tubature dell'acquedotto, specialmente durante il giorno quando aumenta la richiesta. Per questo quasi tutti avevano una cisterna sul tetto che si riempiva durante la notte e garantiva il flusso d'acqua diurno. Chissà se nel frattempo hanno risolto il problema. Il ricordo della casa è strettamente legato a quello della nonna, che da piccola mi ricordava la regina Elisabetta d'Inghilterra, non solo per come portava i capelli brizzolati e mossi, ma anche perché nelle grandi occasioni aveva un gusto particolare per vestirsi, spesso indossando graziosi cappellini in stile... regina Elisabetta. La casa fu pesantemente danneggiata col terremoto del 1990 e ci vollero dieci anni per risistemarla. Non la volli vedere con le travi di sostegno ed i muri squarciati. Non credo di averla vista dopo il restauro, non sono più andata in Sicilia per parecchio tempo. Dopo la morte della nonna la casa è stata venduta.

I nonni di Padova vivevano nella casa costruita (o fatta costruire) dal bisnonno, con aggiunte fatte dal nonno. Per la vicinanza e per averla frequentata più a lungo, me la ricordo benissimo. L'ingresso, rialzato, aveva un pavimento in pietra scura sempre perfettamente lucidato. Alle pareti c'erano la pendola ed un guardaroba con specchiera fatto dal nonno (falegname). Di fronte c'erano la scala per andare al piano di sopra e la porta per accedere al laboratorio del nonno ed al bagnetto annesso, mentre a sinistra si andava in cucina ed a destra in tinello. La cucina era spaziosa, con un grande tavolo coperto di materiale plastico rosso ed i mobili chiari. A destra c'era la vecchia macchina da cucire della nonna (sarta). Tra le finestre il mobiletto ove troneggiava il televisore, sotto l'ultima finestra l'angolo della prozia (ricamatrice), con i suoi filati. 

Vecchia cartolina dell'Arcella, dal web.
La cucina vera e propria, ossia dove si cucinava, era uno stanzino con ampio lavello e soprattutto la vecchia stufa a legna, che la nonna usava anche per fare la polenta. Ovviamente era dotata di moderni fornelli a gas e forno, ma d'inverno si accendeva comunque la stufa. Il tinello, invece, era un'imponente sala da pranzo, circondata dai divani da salotto, originariamente di un velluto beige ma sempre coperti da dei teli blu con fiorellini rossi per proteggerli dalla polvere. Al piano di sopra c'erano le camere, quella della prozia con due letti singoli, ove dormii anch'io, e quella dei nonni con letto matrimoniale. Dai comodini agli scuri delle finestre, era tutta opera del nonno. La prozia aveva anche due rumorosissime sveglie a carica manuale e le foto dei bisnonni in formato gigante appese alle pareti. Tra le due camere si apriva un piccolo terrazzo su cui andavamo la sera d'estate. Con un corridoio sospeso, aggiunto in seguito, si raggiungeva il retro della casa, più recente. Qui c'erano la cameretta che una volta era di mio padre, poi adibita a magazzino, la camera che era di un'altra prozia, mancata quand'ero piccola, ed il bagno nuovo con vasca. Il laboratorio del nonno aveva il pavimento a pietroni, perennemente coperto di trucioli di legno, un'enorme tavolo da lavoro con delle altrettanto grandi morse e tutti gli attrezzi distribuiti attorno. Dal laboratorio si accedeva a quello che chiamavano garage, anche se non c'erano solo le vecchie bici e strumenti di lavoro vari. Ho preso in prestito spesso la bici della nonna, con i freni a bacchetta. Vi ho girato tutta Padova, specialmente il centro, benedicendo l'antico ciottolato. Dietro la casa c'era un grande giardino, con la roulotte dello zio ed una parte destinata ad orto. Lì per la prima volta ho assaggiato i piselli crudi, direttamente dal baccello. Avevo imparato a conoscere i vicini e soprattutto le anziane amiche della nonna e della prozia, oltre alle altre anziane conoscenti sulla via verso la chiesa di San Carlo, ove si andava sempre a piedi.  Se ne sono andati prima il nonno, quand'ero ancora alle medie, poi la nonna, quand'ero già all'università, e poco dopo anche la prozia. La casa è stata presa dallo zio, che l'ha riedificata dalle fondamenta. Anche gli edifici attorno sono cambiati, al posto di alcune cantine c'è un palazzone da 27 appartamenti. La stradina sterrata da cui si accedeva al cortile è stata asfaltata. Il quartiere è cambiato, non è più quella prima periferia tranquilla che conoscevo. 

La casa dei nonni, con i suoi rumori ed odori, esiste ora solo nei ricordi, stimolati da qualche oggetto rimasto. Un giorno sarà così anche per la casa ove vivono i miei? Probabilmente sì. Negli ultimi 8 anni ho cambiato 5 case in tre nazioni e l'appartamento ove vivo al momento è di durata precaria come il mio lavoro a Vienna. La casa ove sono cresciuta è ancora lì, si modifica col tempo in base alle esigenze, ma temo che non andrò mai ad abitarci. Sarà un grande dispiacere cederla a qualcun altro o alle ruspe. I miei hanno dovuto lasciar andare le case ove sono nati. Un giorno, forse, mi farò anch'io una casa come hanno fatto loro o comprerò un appartamento o forse continuerò a vagare. Non ho mai sognato una casa mia.

Wednesday, August 9, 2017

Impressioni d'America (USA)

L’annuale riunione della Società Meteoritica che in passato mi ha portato a Londra, Casablanca e Berlino si è svolta quest’anno a Santa Fe, New Mexico, USA. Per convenienza di viaggio, ho girato negli Stati Uniti per ben 15 gg., passando per tre stati. Durante questa permanenza ho avuto modo di farmi un’idea più completa degli USA. Non ero sola, bensì con una collega tedesca che lavora al museo, così non solo ho affrontato l’esperienza in compagnia, ma ho pure potuto continuare ad esercitare il tedesco.

Cronaca di viaggio:
  • Ven: volo Austrian Vienna-Chicago. Pernottamento vicino all’aeroporto in hotel squallidino, con tassisti imbroglioni da e per l’aeroporto. 
  • Sab: volo United Chicago-Albuquerque, con primo contatto con il caos dell’aeroporto di Chicago. Piacevole shuttle dall’aeroporto di Albuquerque all’hotel a Santa Fe, preceduto dal primo pranzo new mexican, piccante ed abbondante.
  • Dom-Ven: workshop pre-convegno e settimana di convegno a Santa Fe, tra politica e scienza, escursioni geologiche locali e cene di gala (welcome party in tema spagnolo con danzatori di flamenco, cena sociale in tema messicano con musicisti mariachi e karaoke finale, cena di saluto in tema indiano con benedizione). 
  • Sab-Lun: escursione geologica in Arizona, tra Painted Desert, foresta pietrificata, San Francisco volcanic field, Grand Canyon e Meteor Crater, con pernottamenti a Flagstaff e guida in stile militare.
  • Mar: giorno in auto, noleggiata da collega tedesco, tra i parchi nazionali attorno ad Albuquerque e visita a Los Alamos.
  • Mer: volo Albuquerque-Chicago. Pernottamento vicino all’aeroporto.
  • Gio: giornata in aeroporto causa mancanza di deposito bagagli e disorganizzazione locale, invece della programmata visita alla città. Volo Chicago-Vienna con partenza con 4h di ritardo causa maltempo.
  • Ven: felice arrivo a Vienna, Austria, Europa.

una via del centro a Santa Fe
Santa Fe è una cittadina molto carina, pulita, volutamente tradizionale, focolaio di arte e cultura tra Spagna, civiltà Pueblo, Messico e gli USA di oggi. Vi ci si trova la più antica chiesa di tutti gli USA, San Miguel, di ben 400 anni, un record per il posto, una bazzecola per l’Europa, considerando che il Pantheon di Roma ha quasi 2000 anni. Assolata e verde, nonostante in mezzo ad una sorta di deserto su un altipiano di 2000 m s.l.m.. La gente è cordiale e sorridente, tranquilla, con la lentezza del sud nel fare le cose. Geologicamente parlando finalmente mi sono goduta dei meravigliosi graniti e degli shatter cones senza ombra di dubbio, nonostante la pioggia nel giorno della prima escursione ed il mancato arrivo dell’autobus nel secondo giorno programmato. 
Albuquerque, invece, è la grande città, in cui la parte storica è limitata e ricostruita e la parte nuova è dominata da grattacieli in stile “americano”, circondata da autostrade importanti e trafficate, attraversata dalla famosa Route 66 e purtroppo popolata da capi dei vari cartelli della droga. La città paga le dimensioni, la vicinanza relativa al confine col Messico e la povertà dei locali nativi ed immigrati. Panoramicamente è spettacolare, sormontata e circondata da montagne. Il paesaggio cambia rapidamente dal deserto ai boschi “alpini”, da un’enorme caldera vulcanica e relative colate impressionanti alla stratificazione orizzontale triassica, dai profondi canyon scavati da scarni corsi d’acqua al verde che accompagna il Rio Grande. Aeroporto piccolo ma carino ed ordinato.

La chiesa di San Miguel, la più vecchia in USA.
La parte nord-orientale dell’Arizona offre vedute magnifiche. A perdita d’occhio… il nulla. Per chilometri e chilometri si vedono solo altipiani intagliati artisticamente da processi erosivi ed alture di origine vulcanica. La riserva Navajo testimonia l’egoismo dei conquistatori europei che hanno preferito sfruttare il territorio con allevamenti di dimensioni impressionanti relegando i nativi in zone desertiche o quasi, ove questi continuano a vivere in povertà in baracche o roulotte. Per recuperare, gli americani di oggi hanno creato parecchi parchi nazionali, con sentieri asfaltati per permettere ai turisti in ciabatte di visitarli (ma non a chi ha mobilità limitata) e regole restrittive sulla conservazione del paesaggio (non si può toccare nulla). L’eccesso si raggiunge con il Barringer Meteor Crater, che appartiene alla famiglia Barringer. È onorevole che tentino di preservare il primo cratere d’impatto meteoritico riconosciuto come tale e che allo stesso tempo lo rendano accessibile ai visitatori, che finanzino progetti di ricerca e studenti con i soldi guadagnati dal turismo e che contribuiscano alla diffusione della cultura scientifica in un paese piuttosto chiuso religiosamente (gente incontrata per caso confondeva la meteorologia con le meteoriti o i crateri vulcanici con quelli d’impatto e vaneggiava di yeti di montagna ed impatti catastrofici ogni 3000 anni, per tacere dei cartelli dei creazionisti lungo la strada), ma impedire a dei geologi di osservare da vicino determinate caratteristiche, di tenere con le proprie mani un sasso e di condividere foto di strutture peculiari è un’esagerazione ridicola, a mio parere. Da noi, in Europa, i parchi sono per essere vissuti, con la coscienza che nulla è per sempre, anzi la Terra è in continua evoluzione. Altra differenza, da noi si ammirano maggiormente le opere dell’uomo, dall’architettura alla pittura, dalla musica alla letterature, data anche la storia e la densità della popolazione, negli USA, invece, le opere della natura, perché gli umani si concentrano in poche città o vivono separati da centinaia di km.
Il Grand Canyon al tramonto.
Della città di Chicago non sono riuscita a vedere nulla, tranne l’aeroporto e l’area adiacente, dominata da nomi germanici. Vi regna la disorganizzazione totale e la popolazione non è particolarmente gentile, al contrario di Texas, Arizona e New Mexico. L’aeroporto è enorme, possiede 5 terminal, ma è caotico e privo di negozi interessanti, se confrontato ad Heathrow. Non è possibile lasciare i bagagli in un deposito, i tassisti fanno il loro piacimento senza regole,  mancano indicazioni chiare e comprensibili su come e dove raggiungere la stazione degli shuttle per gli alberghi della zona, i taxi, il treno per la città, gli autobus, il collegamento tra terminal, etc. Detto da due persone, come la collega e la sottoscritta, che sono abituate a viaggiare, dall’Australia al Giappone. I controlli per la sicurezza sono inutilmente ed eccessivamente pesanti, anche per chi li effettua. La trovo una cosa priva di senso, perché ribaltare mm per mm una valigia, invadendo la privacy del possessore, solo perché vi sono delle innocue rocce, della crema di nocciole o un flauto metallico, facilmente individuabili ai raggiX, non previene un possibile attacco effettuato con materiali ammessi col bagaglio a mano. Come discussi una volta con un’addetta in Belgio, sono più pericolose la cintura di cuoio, le matite appuntite e le penne di un gancio metallico o di un tagliaunghie. Senza contare che negli USA troppa gente gira armata ed i notiziari ogni giorno riportano di sparatorie. Altro che attacchi terroristici, il vero pericolo sono il traffico (non esistono marciapiedi o regole di sorpasso, i mezzi sono enormi ed hanno limitata visibilità) e la gente armata. Un altro aspetto che mi ha colpito negativamente è lo standard alberghiero. Stanze enormi per letti matrimoniali per single, bagni minuscoli con docce-vasche mortalmente pericolose e totale mancanza di spazzolone per il wc, cosa piuttosto imbarazzante. Parliamo dell’aria condizionata con temperature da freezer? Il mal di gola e la bronchite sono dietro l’angolo, si passa continuamente tra il caldo soffocante dell’esterno ai 18°C dell’interno, per cui bisogna portarsi dietro una giacca per non gelarsi. Per tacere della mentalità dell’usa e getta, per cui la colazione è servita su bicchieri e piatti di plastica da gettare dopo l’uso. In Europa, pure nella più misera pensione dell’est o nel più economico ostello ho sempre trovato piatti e tazze di ceramica e posate di metallo, magari dell’IKEA, ma non di carta o plastica! Durante questo soggiorno mi è stato ripetuto più volte di essere europea. La nostra guida in escursione trattava gli “ospiti internazionali” come degli emeriti ignoranti. Ospiti che a parte un’australiana, tre brasiliani ed una marocchina (comunque tutti molto europei per abitudini) venivano tutti dall’Europa.

Il convegno. Come ho detto più volte, non amo particolarmente il MetSoc perché una riunione politica più che scientifica. Stavolta, però, la perfetta organizzazione di una tedesca trapiantata negli USA ha permesso un buon equilibrio tra studenti ed anziani ed un’ottima possibilità di visibilità e di scambio per i ricercatori emergenti. La parte politica ha dominato comunque, anche se  la vecchia guardia sta progressivamente cedendo il passo per questioni di età e molti europei ed americani hanno "boicottato" l'occasione. Ergo, nonostante la politica ho potuto conoscere altri ricercatori e scambiare idee e promesse di collaborazione. Spero riesca a portare avanti i progetti nati in questi giorni. Ho apprezzato molto che una volta tanto le escursioni del mercoledì avessero tema geologico e non meramente turistico, come solitamente accade in questo convegno. Nonostante apprezzi l’opportunità di visitare posti nuovi in giro per il mondo grazie al convegno, preferirei gustarmeli rimanendo qualche giorno in più piuttosto che rinunciare alla geologia locale, che da sola difficilmente potrei comprendere.


Bilancio finale. È stato interessante, ho visto ed imparato, ma l’esperienza di Chicago e le battute sull’Europa (dettate forse da un sopito complesso d’inferiorità) mi hanno amareggiata. I panorami naturalistici mozzafiato ed ai laboratori superattrezzati non sono motivi sufficienti per me per pensare di lasciare il "vecchio continente"! (N.B. "vecchio" storicamente, ma non geologicamente parlando)

Saturday, July 1, 2017

Maria, ihm schmekt's nicht

"Maria, non gli piace", questo il titolo in italiano di un libro di Jan Weiler da cui è stato tratto un simpatico ma semplicistico film con Christian Ulmen e Lino Banfi, di cui esiste un seguito letterario (ancora da leggere) e cinematografico ( a giudicare dal trailer ancora più insulso del primo). Eppure il testo originale è piacevole da leggere, ironico ed amaro allo stesso tempo. L'ho trovato ad un mercatino di libri usati a Vienna.

copertina del libro originale
L'autore pesca a piene mani dalla propria esperienza personale per raccontare gli Italiani attraverso gli occhi di un tedesco. Come il protagonista del libro e voce narrante, l'autore ha sposato una ragazza il cui padre è italiano, arrivato in Germania come Gastarbeiter nel secondo dopoguerra. Nella prima metà del libro le "stranezze" italiane, specialmente del centro sud, fanno sorridere e disperare il giovane tedesco. Nella seconda metà, invece, si riflette sulle difficoltà di un emigrato, in questo caso Antonio, il suocero, che è destinato ad un futuro senza patria perché ormai diverso dai compaesani rimasti a Campobasso ed allo stesso tempo non pienamente accettato ed integrato in Germania nonostante abbia sposato una tedesca. Antonio chiosa tristemente che l'unico posto in cui l'origine non conta è il cielo, ossia il luogo raggiunto dopo la morte.


Locandina del film (da amazon.de)
Durante la lettura ho esclamato più volte "vero! siamo proprio così" oppure ho chiesto alla collega tedesca "ma davvero per voi questa cosa è tanto strana?". Vivo in un paese di lingua tedesca piuttosto differente dalla Germania, eppure i contrasti culturali, nonostante sia nata e cresciuta nel Nord-Est, si vedono ogni giorno. Non solo la curiosità di sapere cosa pensano i tedeschi quando sentono che sono italiana mi ha spinta a leggere il libro, ma anche il desiderio di conoscere la storia di un italiano emigrato negli anni '60. In quegli anni anche i miei emigrarono in Germania, non erano propriamente "Gastarbeiter" ma hanno conosciuto molti di questi ragazzi che hanno lasciato l'Italia, specialmente il sud, con un contratto in fabbrica. Alcuni di questi hanno fatto come l'Antonio del libro, si sono sposati con una locale e sono rimasti, altri sono rientrati al paese, come la parola "Gast" lascerebbe presagire. Anche i miei, come Antonio, in quanto italiani faticarono a trovare un appartamento in affitto. I nostri connazionali erano considerati degli zingari dai tedeschi e non c'era garanzia che tenesse. Facevano di tutta l'erba un fascio, guidati da sciocchi pregiudizi. Dovremmo ricordarcelo quando riserviamo lo stesso trattamento agli stranieri in Italia

Tornando agli aspetti più leggeri della storia, il titolo rimarca un nostro aspetto italico, ossia il rapporto con il cibo. È buono, ottimo, il migliore al mondo molto probabilmente, ma esageriamo con le porzioni, specialmente con gli ospiti e soprattutto al sud. "Sono pieno" e "non ho fame" sono o sintomo di malattia (ma in quel caso ci si sente dire "mangia che ti passa") o proprio un'offesa, perché sottintendono che la cosa offerta non piaccia. Non abbiamo ancora imparato che il tedesco medio è onesto e diretto in qualsiasi caso, non conosce la diplomazia o l'ipocrisia (a seconda dei punti di vista) della scusa, quando dice di essere pieno è vero, anche se il piatto offerto gli piace molto non riesce più a mandarne giù un boccone.

Saturday, June 17, 2017

Berlin and Italian scientists abroad

It is written. At least once a year, I must go to Berlin. Doesn't matter where I am, Vienna or Brussels, Berlin waits for me. The reason of the journey might be different: a conference, a cooperation, some instrumental analyses, a job interview, a class, etc. Sometimes the final destination was Potsdam, not Berlin, once it was Dresden, but I flew anyway to Tegel. This year I went to Berlin for giving a talk at the Natural History Museum. It was the fourth time in such an event. As the day after my talk was a holiday in Austria (Corpus Domini), but not in the Lutheran part of Germany, I decided to stay one day longer in Berlin, just to enjoy the city.

500 yrs after the Reformation
I do like Berlin. There are many features that make this city unique. Such as the smell of railway in the underground stations, the kindness of the local people, the feeling of continuous activity in a place that seems never to sleep, the quietness of the house blocks, the abundant gardens, the signs of the recent history, etc. Nevertheless, for the first time I felt happy to go back to Vienna after this short visit, saying to myself "finally at home". Berlin has been my dream place for years, but now I'm happy where I am. I don't wish to change. It means that I love to go to Berlin, but I don't blame the destiny for not having gotten a job there. It was not written, probably. I felt "Austrian" during my stay because people had fun of me due to my accent (thanks Vienna! very likely also the grammar mistakes in German have contributed to this impression) and because during the mass I recognised some Austrian church songs. By the way, even though the songs where austrian and 100% catholic, the speech sounded quite lutheran. It's Berlin. Like the well developed public transit network: mostly trams in the former eastern part of the city and mostly underground in the former western part.

Berlin wall memorial.
Italians everywhere! Also in our institute, in Vienna, the Italian community of post-docs is growing. In this case, people from Padova everywhere, or better, in Berlin. Some years ago, I met here a schoolmate of the time of the university, a paleontologist, who was forced to leave Italy with his wife to stay in science. Now he works in Switzerland. But his presence has been "replaced" by an astrophysicist from Padova, a girl who did her PhD in cooperation with a professor of mine and who also was used to play the organ in the church. I was happy to meet her in Berlin, to spend some time with a friend, to talk again about the typical parish life in Padova, and to meet also her mother. On the other hand, I was sad realising that she had to leave Italy, too. She's brilliant, she won a Marie Curie grant.  Italy doesn't change. Italy spends a lot of money to train good scientists and then lets them leaving, bringing European money to other nations, increasing the publication rate of foreigner institutes, being exploited for what they can offer. This is the point. We cannot go back, but we have a few chances to stay where we are. When a permanent position is available, a local is preferentially hired, perhaps someone who has spent years abroad, for a better training. Hiring someone with another nationality is too demanding in terms of bureaucracy, language, and mentality. We are trapped. Like behind an ideal wall, we cannot stay, we cannot go back. We can just live the instant.

Friday, June 9, 2017

Festa della Repubblica Italiana a Vienna

Il 2 giugno in Italia si ricorda il referendum che nel 1946 sancì la fine della monarchia e l'inizio della repubblica, voto al quale parteciparono per la prima volta anche le donne. Paradossalmente molti connazionali non ricordano il motivo di questa ricorrenza, pur probabilmente avendola studiata sui banchi di scuola. Sono passati anni ormai da quando fu reintrodotta come giorno di ferie. Guardando una carta europea ci rendiamo conto di quanti regni ci siano ancora, Spagna, Belgio, Olanda, Danimarca, Regno Unito, Svezia, Norvegia... È importante ricordare che noi, invece, abbiamo deciso per la repubblica e non ci siamo pentiti. Ovviamente in Austria il 2 giugno non si festeggia nulla, ma ogni anno l'Ambasciata organizza una festa a palazzo Metternich per gli Italiani in città. Non tutti, solo alcuni, chi viene invitato. Si tratta dunque di un evento esclusivo. Quest'anno, una collega ricercatrice veneta ha ricevuto l'invito per due persone e ha gentilmente pensato di portarmici. Quale onore! Finalmente potrò festeggiare il 2 giugno, sentendomi orgogliosa di essere italiana, pur se all'estero.

Le nostre bandiere affiancate in una bancarella.
Povera illusa! La delusione è iniziata con la lunga coda all'ingresso, con un cartello che invitata a "pepare" gli oggetti metallici sul tavolini accanto al metal detector. Pazienza, il cartello era stato probabilmente vittima di qualche correttore automatico. Certo, proprio all'Ambasciata d'Italia una svista così?! La festa era anticipata al I giugno sera, ma l'emozione era la stessa. Ho stretto la mano all'ambasciatore! Con un'ora di ritardo rispetto al programma sono partiti gli inni nazionali. Quello italiano è stato coperto dal diffuso chiacchiericcio. Non c'era una banda a suonare, semplicemente una riproduzione digitale. Eh no, questo non va, persino l'università si è permessa un gruppo di ottoni per l'inno ad una cerimonia di dottorato e qui in ambasciata non ci sono nemmeno un pianista ed un baritono italiani ad eseguire dal vivo il Canto degli Italiani?! Pazienza, conta l'emozione. Immaginavo visi commossi, mano sul cuore e cori da stadio. Macché, queste cose si fanno appunto solo allo stadio o al bar, quando gioca la Nazionale. L'inno austriaco non voleva partire. Solo al quarto o quinto tentativo siamo riusciti a sentirlo per intero. L'inno europeo ha avuto meno problemi. A quelli che si lamentano del ruolo della Germania all'interno dell'EU vorrei far presente che cantiamo una composizione di Beethoven, tedesco, su testo di Schiller, tedesco. Ecco finalmente il momento dei discorsi ufficiali! L'ambasciatore e le personalità presenti (dai rappresentanti della NATO a quelli dell'OSCE) hanno pronunciato solenni parole. Almeno credo, ma non sono riuscita a comprendere nulla, perché il resto del popolo continuava rumorosamente a borbottare, bellamente ignorando la parte istituzionale della ricorrenza. Le uniche parole che tutti hanno udito sono state "il buffet è aperto" e questo ha scatenato l'arrembaggio alle pietanze. Per fortuna la collega ricercatrice che mi aveva invitata ha proposto di andar a cenare fuori e così siamo uscite da quella bolgia.

Palais Metternich (da qui)
Non sono stata affatto delusa dall'organizzazione della serata, studiata nel migliore dei modi, ma dal comportamento di alcuni connazionali che mi ha fatto vergognare della mia origine. Mi resta l'amaro in bocca di un'occasione perduta. Avrei voluto sentire le parole dell'ambasciatore, avrei voluto potermi commuovere alle note allegre del nostro inno ed alla vista del tricolore, avrei voluto sentirmi onorata di poter conoscere persone così importanti nei rapporti tra il nostro paese e l'Austria. Niente di tutto questo è stato possibile. Ricordo un evento organizzato dalla camera di commercio austriaca a Bruxelles, con interessanti considerazioni sul ruolo di ogni nazione all'interno dell'Unione Europea, sulla storia dell'Austria, sulla politica interna, etc. Il cibo era stato l'ultimo dei pensieri. Come agli incontri al museo di storia naturale a Vienna. Ci si va per i discorsi, non per il bicchiere di vino finale. L'unica nota positiva della serata in ambasciata è stato scambiare una parola col gentilissimo Marcello Farabegoli, curatore delle mostre d'arte ospitate a palazzo Metternich e conoscere altri italiani impegnati nella promozione del nostro Paese, dalla lingua alla cucina, dalla scienza (siamo sempre di più...) all'arte. Alla fine siamo quell'espressione geografica senza alcun peso politico che si è ironicamente comprata il palazzo Metternich.

Sunday, May 21, 2017

Leggere a Vienna

Anni fa raccontai qui il mio entusiasmo per il Kindle, che mi permetteva di evitare di caricarmi di tomi per i lunghi viaggi in treno tra Austria ed Italia. Nonostante continui ad apprezzare la versatilità del suddetto dispositivo, da quando sono tornata a Vienna sono nuovamente circondata da libri cartacei. Non si tratta di nostalgia delle sensazioni date dalla carta ingiallita, ma di opportunità. Vienna ama la lettura e non è raro incontrare giovani con libri in mano sulla metro o nei parchi. Per i piccoli spostamenti l'ingombro di un libro è trascurabile rispetto alle più pesanti attrezzature di cui siamo dotati ogni giorno, tra telefoni grandi quanto televisori e caricabatterie più pesanti dei portatili che dovrebbero supportare. Inoltre a Vienna è più facile ed economico procurarsi un tascabile che l'equivalente digitale.

(By Johannes-Jansson. Licensed under CCA)
Come è possibile? A parte le fornitissime biblioteche (la Prunksaal merita una visita solo per la sua bellezza), a Vienna si possono trovare libri anche in posti meno convenzionali, come:
- Biblioteche all'aperto. In parecchi angoli della città si trovano degli scaffali pieni di libri ove chiunque può prenderne e lasciarne. Una volta terminato di leggere qualcosa si può riportare ove era stato preso oppure tenerselo o prestarlo ad un amico.
- Bücherflohmarkt, ossia mercatini del libro usato. Ne organizzano sia le parrocchie sia associazioni laiche varie. I libri vengono venduti al kg o a prezzi irrisori (50 cent al libro), sono donati da volontari ed i magri guadagni servono per finanziare opere di carità o per le necessità della parrocchia o dell'istituto organizzatore.
In entrambi i casi si trovano libri in diverse lingue, non solo in tedesco. Mi sorprende sempre notare come, nonostante difficilmente in banca o negli uffici pubblici l'italiano venga fornito come lingua straniera (invece le lingue slave ed il turco sono molto diffusi), per quanto riguarda la letteratura l'idioma di Dante quasi supera l'inglese. Questa disponibilità di libri mi ha avvicinato alla letteratura austriaca, per comprendere meglio il paese in cui mi trovo, ovviamente in lingua originale.

Naturalmente una fonte inesauribile di libri sono le librerie, ma talvolta gli ostacoli linguistici od economici frenano dal frequentarle. Anche a questo c'è rimedio. Nelle librerie Kuppitsch, tra cui una all'interno del Campus dell'Uni nel vecchio ospedale (altes AKH), si trovano decine e decine di testi a prezzi scontatissimi perché edizioni difettose. Ciò non impedisce la lettura ed anzi salva il libro dal cestino della carta straccia per un trascurabile errore di stampa. Quasi tutte le librerie cittadine hanno sezioni in varie lingue, ma la libreria Hartliebs in Porzellangasse si è specializzata nella letteratura italiana (e francese) e periodicamente organizza incontri con l'autore. Da segnalare anche il club di lettura dell'Istituto di cultura, che non diffonde libri ma è un ottimo invito alla conoscenza della letteratura contemporanea e non nella nostra lingua. In conclusione, non ci sono scuse per dire di no ad un libro, specialmente in questa città. Buona lettura!

Saturday, April 29, 2017

EGU, 10 anni dopo, vecchie e nuove generazioni di geologi

Questa settimana non ho avuto un momento di respiro, nonostante... non abbia partecipato attivamente all'assemblea annuale della EGU (unione europea di geoscienze). L'ultima volta che vi presentai qualcosa, non contando un poster clandestino nel 2012, fu nel 2007, quando ci venni con i colleghi del dipartimento di geologia (allora si chiamava ancora così, ora dipartimento di geoscienze) dell'università di Padova. Durante il mio primo post-doc a Vienna ero costantemente fuori città in questo periodo, o a Berlino per lavoro o in Italia in vacanza. Quest'anno non mi sono mossa e quasi ogni giorno ho avuto un pranzo e/o una cena con ex-colleghi, che mi hanno ricordato quanto accaduto in questi dieci anni.

Sabato sera ho rivisto tre degli ex-dottorandi di Vienna, ossia una ragazza polacca che ora si è stabilizzata in Polonia con il marito, un americano, che era venuto anche a Bxl ed ora fisso in Sudafrica con la moglie russa, anche lei geologa e con un dottorato a Vienna, ed un austro-ungherese astronomo che è rimasto in città. Mancava solo un altro astronomo veneto, che dopo due anni in Canada è tornato a Vienna per un anno. Gli altri ex-dottorandi di quel gruppo, arrivato nel 2010 come me, se ne sono andati dopo circa un anno. Si trattava di due italiane ed un tedesco, che poco dopo aver lasciato la città hanno trovato lavoro nel privato nei rispettivi paesi o altrove.

Domenica ho cenato con ex-colleghi pisani, tra cui un amico che vive da anni a Vienna e lavora(va) nel privato, un geologo che vive e lavora in Scozia e che conobbi prima ancora di laurearmi ad un corso a Basilea ed una geologa che solo ora è riuscita a rientrare a Pisa dopo aver trascorso anni di ricerca in Alaska, Sudafrica e Brasile. Abbiamo ricordato i vecchi convegni ove ci siamo conosciuti, le bevute assieme, i nostri ex-capi, i corsi a Perugia, etc. ossia i tempi in cui io iniziavo a conoscere il mondo accademico mentre loro, già con qualche anno di esperienza, me ne mostravano gli aspetti positivi. Con gli anni ho scoperto da sola quelli negativi, ad averli conosciuti subito forse non avrei intrapreso questa strada, nonostante l'entusiasmo non sia mai venuto a mancare.

Lunedì sono rimasta in ufficio, organizzando gli incontri dei giorni successivi. Martedì ho pranzato con gli ex-dottorandi viennesi del mio gruppo, quelli del sabato, ma cui si sono aggiunte anche l'attuale dottoranda turca, che lavora al convegno, e la moglie russa del collega americano, che ha svolto il dottorato su campioni provenienti dallo stesso affioramento su cui feci il dottorato e con cui ho amabilmente discusso di possibili future collaborazioni. A sorpresa ho pure rivisto un collega belga, da anni a Brema per un post-doc.

Mercoledì ho pranzato con un ex-compagno di università, ora a Roma, che ha sposato un'altra compagna di corso. Siamo scappati dal caos della zona convegno per poter conversare tranquillamente al sole, di fronte all'alte Donau. Tra aggiornamenti reciproci, idee per possibili collaborazioni e l'immancabile confronto Italia-Estero le ore sono volate. Dopo cena ho rivisto un amico di lunga data, ex-collega di Padova, venuto al convegno quasi senza preavviso e solo per un giorno.

Giovedì ho cenato con gli ex-colleghi dal Belgio, che avevo già visto velocemente martedì. Due di loro, un dottorando belga fiammingo ed uno di origine olandese, sono venuti un po' prima all'università, così hanno potuto vedere dove lavoro ora. Per cena ci ha raggiunto anche un dottorando brussellese e ci siamo lasciati solo dopo un numero appropriato di allegre chiacchiere e di birre austriache. Nonostante questi ragazzi lavorino su argomenti molto distanti da ciò di cui mi occupo, abbiamo legato a Bxl grazie ai numerosi pranzi assieme in mensa ed un'escursione in Baviera. La vita sociale dell'università resta uno dei pochi ricordi piacevoli della permanenza a Bxl.

Venerdì ho iniziato con la colazione con l'ex-collega pisana di domenica, per un ultimo saluto prima di chissà quanto, visto che l'ultima volta che c'eravamo viste risale credo all'autunno 2010 a Padova. Dopo un seminario di un ottimo ricercatore inglese che lavora a Padova (rarissimo caso di emigrazione al contrario...), per pranzo mi ha raggiunta un'ex-dottoranda triestina che aveva lasciato Vienna anni fa per iniziare una brillante carriera accademica nella sua città. Mi ha confermato l'effetto straniante nel tornare in questo posto, che non muta mai ed è fuori dal resto del mondo e dalla realtà.

Finalmente l'EGU è terminato. Per incontrare alcuni degli amici sono andata alla sede del convegno, ove lavoravano colleghi ed ex-colleghi dell'università di Vienna, quindi saltavo dall'inglese al tedesco e all'italiano in continuazione. È stata una settimana intensa. Per caso non ho rivisto alcune persone del mio passato accademico che preferivo non rincontrare (credo sia un sentimento reciproco, visto che non mi hanno cercata, pur sapendo che sono in città), non solo italiani. Al contrario, mi ha fatto molto piacere rivedere così tante persone, conosciute negli anni ed in giro per l'Europa. Spero di essere stata per i più giovani di loro quello che i più anziani sono stati per me all'inizio del dottorato ed ai primi convegni. Ognuno vive questa esperienza in modo diverso, ma sono più le persone che incontriamo che ci fanno crescere di quello che ci viene insegnato sulla materia.

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