Saturday, August 21, 2010

Dottorato, ovvero l'erba del vicino sembra più verde

Dopo 6 mesi da immigrata in Austria, penso di essermi fatta un'idea di come funzioni un dottorato di ricerca in Scienze della Terra qui e posso confrontarlo con uno in Italia. Ho avuto conversazioni anche con amiche che stanno svolgendo un dottorato in Germania, scoprendo che ci sono caratteristiche in comune con la situazione austriaca. Tenendo conto che la qualità del dottorato dipende dalla persona che ne assume la supervisione, non ho trovato differenze sostanziali!


In Italia c'è un termine per la consegna della tesi, in Austria sono più elastici e non sembrano esserci cicli a livello nazionale. In Italia la borsa di dottorato non prevede orario mentre in Austria è considerata part-time, quindi solo per 20 ore settimanali; l'ammontare è lo stesso ma i contributi e l'assicurazione sanitaria in Austria sono migliori. In entrambe le nazioni è possibile fare un secondo lavoro previa autorizzazione, il limite in Austria è l'orario, in Italia l'importo. Ci sono dei corsi da seguire in entrambi i casi, compreso uno base sulla lingua nazionale.

da qui
Ma in sostanza? Il povero dottorando dipende in tutto e per tutto dal proprio prof.: nei fondi, nei corsi ma soprattutto nel progetto. Passare 4-5 mesi senza sapere bene cosa si dovrà fare è normale qui come in Italia, avere un prof. latitante, che passa dal dipartimento raramente o in orari improbabili o che è sempre impegnatissimo è pure molto comune, è diffuso anche che il prof. non sappia bene cosa facciano i propri dottorandi, avendoli scaricati al ricercatore/collega di turno. Poi ci sono professori che seguono in ogni passo i propri dottorandi, stimolano la loro creatività, educano il loro spirito critico, li promuovono ai convegni internazionali e via dicendo. Ci sono quelli, invece, che assegnano dall'alto progetti che nulla hanno a che fare con la preparazione dello studente (più frequente se si cambia ateneo o docente tra la laurea ed il dottorato), che negano la partecipazione a convegni ed analisi speciali proposte dallo studente con la motivazioni che i soldi sono pochi o che quel tale collega è un incompetente, che non sanno cosa stia facendo lo studente e perché non arrivino i risultati sperati, etc. Ovviamente esistono migliaia di gradi intermedi tra questi due estremi. Capitare in una categoria o nell'altra di professori è solo... fortuna!

Alla luce di questo, ormai godendo dell'autonomia data dallo stato di post-doc, penso di essere stata fortunata durante il dottorato. Il supervisore perfetto probabilmente non esiste, ma nemmeno il dottorando ideale. Almeno ho potuto fare le cose che mi piacevano e che avevo studiato, apprendendo approcci diversi al problema e... maturando, grazia anche agli scontri ed alle incomprensioni (poi risolte) con i capi. Ora, però, mi dispiace vedere amici che soffrono perché sono incappati nella seconda categoria di supervisori, ma non ho ancora il potere di cambiare le cose. In futuro, se avrò dei miei dottorandi, spero di mettere a frutto queste esperienze per non ricadere nella II categoria, perché una volta che uno raggiunge il potere è difficile mantenere i propri principi... i nostri politici insegnano.

In conclusione, non vale la pena emigrare pensando di trovare di meglio. Vale la pena emigrare perché all'estero ci sono più possibilità di trovare un'occupazione nell'ambito della ricerca, perché in genere ci sono più fondi ed attrezzature e perché vivere in altro paese è sempre utile per la formazione di una persona.

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