Monday, September 14, 2009

convegno a Liverpool

Per la terza volta mi sono trovata in Inghilterra, ma dopo due volte a Londra questa volta a Liverpool. L’occasione è stata un convegno biennale dal titolo “meccanismi di deformazione, reologia e tettonica” e quest’anno dedicato alla memoria di Martin Casey, professore scomparso recentemente. Ovviamente ho viaggiato con la Ryanair, con la quale ormai ho l’abbonamento...Partenza sabato 5 e ritorno giovedì 10. In realtà il convegno era limitato tra il 7 ed il 9, ma la disponibilità dei voli era limitata e la spesa in più d’albergo è stata compensata dalle tariffe economiche del volo.


Liverpool è più pulita di Londra, non so se per merito del vento che spazza le strade gratuitamente o per l’aria salmastra che corrode anche lo smog (si trova alla foce del giume Mersey). La seconda città della Gran Bretagna e che ragigunge quasiil milione di abitanti ha in realtà un centro piccolo, che si gira in mezza giornata. Credo che la costruzione più antica risalga alla fine del XIX secolo, i palazzi vittoriani sono alternati a costruzioni ultra moderne dalle forme asimmetriche e dai vetri scuri. Il gran numero di immigrati dalla vicina Irlanda per lavorare nei cantieri navali storici ha costituito un’enclve cattolica entro il dominio tradizionalista anglicano. Invece di farsi la guerra (come è avvenuto nell’Irlanda del nord di una ventina d’anni fa), le due confessioni hanno cercato un punto d’incontro ecumenico, per questo la cattedrale cattolica è stata progettata da un anglicano e quella anglicana da un cattolico, ed entrambe si trovano ai due capi di Hope Street (via della speranza).

Una panoramica delle foto del porto, dei bacini usati dagli antichi cantieri, dell’ampia foce del Mersey che viene periodicamente inondata dalle maree e dell’architettura della città si può vedere su facebook; perciò non mi dilungherò oltre sulla descrizione di ciò che ho visto, ad eccezione della visita ai musei. Il museo nazionale sulla tratta degli schiavi è davvero impressionante, la disumanità degli essere umani colpisce sempre, purtroppo la storia sembra relegata ai musei perché c’è sempre qualche folle seguito da masse deliranti che si avventa contro i propri simili per ragioni assurde. Ho visto anche la Tate, il primo museo di arte contemporanea della mia vita. Ho capito il senso di molte provocazioni ma sinceramente continuo a non considerarle ‘opere d’arte’. Il museo che mi ha entusiasmato di più è stato quello dedicato alla navigazione. Nei bacini di Liverpool sono state varate navi che hanno fatto la storia delle traversate atlantiche e... che ne hanno decretato la fine come il Titanic ed il Lusitania. All’interno di questo museo un’intera sezione era dedicata alla battaglia dell’Atlantico, durante la II guerra mondiale, la parte per me più interessante ed entusiasmante (per pregresse passioni), tanto che vi ho trascorso due ore senza rendermene conto! Nei sotterranei del museo, invece, è stata ricostruita l’atmosfera della Liverpool dell’Ottocento, ove vi ho ritrovato l’atmosfera descritta nei romanzi del periodo, anche se ambientati in altre città. Nei vicoli bui, umidi e maleodoranti (l’odore, per fortuna, si poteva solo immaginare nel museo), ci si aspettava da un istante all’altro l’uscita di qualche marinaio ubriaco o di qualche delinquente armato di coltello. Senza andare al museo, una bettola un po’ imboscata mi ha dato la stessa impressione (in questo caso però l’odore e lo sporco si percepivano nettamente, non c’era bisogno d’immaginarli). Una sezione del museo era dedicata anche all’emigrazione verso il Nuovo Mondo, facendomi riflettere su quanto le cose non siano cambiate: mollare tutto ed imbarcarsi in condizioni disagiate per un viaggio verso l’ignoto, con la speranza di trovare un posto migliore e l’incognita di non arrivarci proprio. Non ho visitato il museo dedicato ai Beatles perché... era l’unico a pagamento, e pure profumatamente. Davvero lode agli inglesi per l’abitudine di conservare splendidi musei senza far pagare un centesimo ai visitatori: una vera e propria promozione della cultura!


Temendo che la visita alla chiese fosse a pagamento come a Londra (ed in Olanda), la domenica mi sono affrettata per partecipare alle cerimonie religiose entrando gratuitamente ed avendo l’opportunità di sentire pure gli strumenti di cui erano dotate. Ho scelto la santa messa nella cattedrale cattolica sia per motivi confessionali sia perché in quella anglicana era prevista una messa di Mozart (chi mi conosce, capirà). La celebrazione era presieduta dall’arcivescovo Kelly. Davvero impressionante la commistione tra il rito tradizionale ed alcune perculiarità a noi estranee, come ad esempio l’intonazione gregoriana ed il canto ti tutte le antifone previste per la messa, la presenza di un coro maschile in ‘divisa’ (come alla Sistina, per intenderci, ma di qualità nettamente superiore), l’uso di musiche ed inni di 800 e 900 invece del repertorio più antico, la divisa rossa anche per l’organista (con ampio spacco per poterla lasciare a coda mentre si usano i pedali), l’invito ad un momento d’incontro (a base di the e dolci) appena terminata la celebrazione (tradizione più protestante che cattolica, ahimé), etc. Per i Vespri mi sono spostata nella cattedrale anglicana, ove, secondo le mie informazioni, doveva esserci l’organo più grande d’Inghilterra. Gli anglicani mi fanno sempre un’impressione strana... a parte l’ingresso delle donne al sacerdozio, a partire dalla tonca per finire con la complicata coreografia dei movimenti, sono rimasti agli usi della chiesa del ‘500, pre-riforma.


Lo scopo del viaggio a Liverpool non era però il turismo, relegato al primo ed ultimo giorno nella città, ma il convegno. La dedicazione alla memoria di Casey ed il boicottaggio da parte di alcuni gruppi hanno favorito la selezione di alcuni argomenti a scapito di altri. Il periodo concomitante con l’inizio dei corsi in molti atenei nordici, con la campagne sul terreno di molti geologi e pure con un convegno di geomeccanica che, pur coinvolgendo una platea diversa, ha sottratto persone divise tra diversi argomenti, hanno contribuito alla mancanza di molti professori. In compenso i giovani abbondavano ed è stato comunque interessante e stimolante confrontarsi con coetanei sui temi di studio. Ovviamente ogni studente riflette l’approccio del proprio gruppo e di conseguenza era come visitare le signole università. Bilancio positivo con nuovi contatti, lavorativi e d’amicizia,e nuovi spunti su come portare avanti gli argomenti presentati. Alla prossima, tra due anni!

Tuesday, September 1, 2009

how to write a scientific paper

Il titolo di questo post è copiato da quello di un libro che tratta come scrivere un articolo scientifico. A conoscere la faccenda, il fine ultimo non sembra, però, comunicare i risultati della propria ricerca, ma arrivare senza intoppi alla pubblicazione del lavoro. Il numero di pubblicazioni è un titolo che all’estero è molto valorizzato, in Italia un po’ meno in nome di altre "priorità". Il valore della pubblicazione dipende dall’impactfactor della pubblicazione, ossia, semplificando, una specie di rapporto tra il numero di articoli ricevuti, quelli pubblicati ed il numero di citazioni degli articoli. L’impact factor viene valutato solamente per le riviste ISI, ossia che hanno un sistema di revisioni. Ed ecco il punto, per pubblicare bisogna superare indenni il parere dell’editore e dei revisori.

L’editore si può imbonire abbastanza facilmente con la cover letter, in cui immancabilmente si descrive il proprio lavoro come rivoluzionario, d’importanza mondiale, imperdibile per la comunità scientifica etc. L’editore, se crede che l’argomento possa essere pubblicato sulla sua rivista, lo manda a 2 o più revisori. A seconda delle riviste, i revisori possono essere "suggeriti" dagli autori o si può dire chi non si vorrebbe come revisori, ma in ogni caso è a discrezione dell’editore scegliere i revisori tra quelli che crede siano più esperti in materia.

I revisori sono volontari. E’ davvero un lavoro oneroso se fatto bene. Volontari forse non è la parola giusta, perché una volta che un ricercatore inizia a pubblicare gli editori iniziano a chiedergli una revisione sugli articoli degli altri. Non è bene rifiutarsi di fare da revisore. Purtroppo ci sono dei revisori che liquidano molto rapidamente i lavori altrui o perché di un gruppo "rivale" o perché non esperti nel dettaglio o perché non hanno molto tempo e perché si fidano di una prima lettura superficiale, magari solo dell’abstract(riassuntino iniziale). Questo tipo di stroncature è il peggiore, perché in poche righe viene riassunto un giudizio negativo non sull’articolo ma sull’intero progetto che ha occupato gli autori per anni, investendoci tempo e denaro (pubblico o di privati finanziatori). 

Altri revisori, invece, dedicano molto tempo a questa occupazione, controllando ogni minimo dettaglio, rifacendo i calcoli, verificando la bibliografia ed addirittura leggendosi altri lavori già editi per addentrarsi nell’argomento che magari non conoscono a perfezione. A questi revisori bisognerebbe fare una statua! Sono quanto mai preziosi per gli autori. Presasi la briga di fare una seria revisione del lavoro, propongono all’editore delle revisioni maggiori o minori che non impediscono la futura pubblicazione del lavoro, ma indicano agli autori la strada da seguire per perfezionare l’articolo, anche con altre analisi, e portare a buon fine il progetto.

Questa differenza di comportamento si può spiegare anche col fatto che i revisori scelgono se essere anonimi o meno. E’ più facile mandare a quel paese qualcuno sapendo che il destinatario non sa chi siamo piuttosto che ritrovarselo ad un convegno e non sapere cosa dirgli! Adesso vogliono proporre anche una specie di revisione pubblica su internet, così chiunque voglia si legge in anteprima l’articolo e poi scrive i propri commenti, agli autori la libertà di rispondere o meno.

Scrivere un articolo, una volta terminato lo studio intrapreso e convinti della bontà del progetto, diventa la parte più difficile del lavoro. Si tratta di descrivere quanto fatto prevedendo le domande e le critiche. Ovviamente il libro su citato contiene dei suggerimenti su come destreggiarsi, sullo stile da adottare, sull’importanza delle figure etc., l’esperienza poi rende sempre più abili nella tecnica di scrittura... ma è sempre un terno al lotto. Magari aspetti un anno intero per ricevere una risposta negativa ed impieghi un altro anno per rivoluzionare il lavoro ed essere più fortunato, magari dopo un mese ricevi una risposta positiva per un lavoro che nel frattempo hai giù smentito con nuovi studi. Il bello della comunità scientifica!

Monday, August 17, 2009

Italia vs Giappone: X

Il confronto è avvenuto in casa per gli italiani, o meglio a casa mia, perché per alcuni giorni è venuta a trovarmi un’organista giapponese conosciuta ad Haarlem, in giro per l’Europa assieme alla madre. In passato altri confronti simili erano avvenuti con una geologa russa, in terreno neutro con un’organista spagnola ed in trasferta con un cantante inglese. In questa occasione, mentre illustravo loro le bellezze e le ricchezze di Venezia e Padova, io e Shiori abbiamo avuto modo di chiacchierare e di confrontare usi e costumi di due popoli così distanti e così mitizzati da entrambe le parti.

Un oggetto d’uso comune per noi come il bidet ha destato la curiosità della mia amica che non ne aveva mai visto uno prima. In Giappone ci sono wc super-tecnologici che in pratica ti fanno un bidet ogni volta li utilizzi. Da questa sciocchezza si comprende quanto i Giapponesi siano puliti, ordinati ed avanzati tecnologicamente. Nel pieno sviluppo informatico riescono però a mantenere vive antiche tradizioni.

Se la nonna di Shiori, la mia amica, indossa ancora il kimono e dorme sul tatami, già la figlia ha uno stile misto con ampi e lunghi vestiti sopra i jeans. Altro esempio di tradizioni miste è la cerimonia nuziale, in cui la ritualità buddista è mescolata agli abiti occidentali. Shiori ed un ragazzo danese di erano innamorati durante il corso di Haarlem, la storia sembrava destinata ad un lieto fine ma... lontani di vista, lontani di cuore. In realtà lei è giunta ad un’età in cui solitamente le ragazze giapponesi si sposano ma lui non voleva impegnarsi così presto con un matrimonio avendo ancora anni di studio davanti e non ancora una lavoro stabile che gli permetta di mantenere una famiglia. Conclusione? Lei in primavera sposerà un ex-fidanzato conosciuto quando aveva 12 anni, che forse non ama ma che le darà una casa, il denaro ed il rispetto che merita, ed anche la libertà visto che trascorrerà almeno 16 ore al giorno fuori casa per lavorare.

Altra grande differenza tra Italiani e Giapponesi: noi lavoriamo per vivere, lì vivono per lavorare, ma solamente gli uomini, mentre le donne una volta sposate dedicano alla casa ed alla famiglia tutte le loro energie. Questa cosa avevo già avuto modo di osservarla in una giovane coppia di geologi giapponesi, lui era in Europa per un dottorato mentre lei lo seguiva senza proseguire gli studi ma anche senza più applicarli. Ora mi spiego anche perché tutte gli organisti giapponesi conosciuti sono giovani donne... l’unica donna con qualche anno in più che viveva del proprio mestiere e non era sposata era emigrata in Germania!

Dal punti di vista religioso l’integrazione è più avanzata che da noi. La mia amica è cristiana anglicana (d’altronde suonando l’organo è difficile non venire in contatto con la chiesa protestante) ma il fidanzato ed il resto della famiglia sono buddisti. Se per i matrimoni è più diffuso lo stile cristiano-occidentale, nei riti funebri prevale il rituale buddista, con cremazione seguita da numerose manifestazioni di rispetto e di affetto per il defunto da parte dei parenti. Noi abbiamo ormai perso l’abitudine di rendere grazie a tavola prima dei pasti, ma in Giappone esiste una formula rituale di ringraziamento e benedizione prima ed dopo i pasti. La gratitudine è un valore fondamentale per i Giapponesi!

Se la passione per Bach ci unisce (cosa strana per entrambe perché sia l’Italia cattolica che il Giappone buddista sono molto lontani dalla tradizione luterana tedesca di 3 - 4 secoli fa), nei gusti sui ragazzi ci dividiamo nettamente. A Shiori piacciono ragazzi che noi italiane scarteremo perché bassi, magri e troppo maniaci dell’ordine e della pulizia... da noi impera il modello finto trasandato, alto e moderatamente muscoloso. A parte gli scherzi, anche nell’osservare le opere d’arte (in Italia prevalentemente di argomento sacro) le differenze culturali emergono, anche se non saprei schematizzarle a parole.

L’unico stereotipo che Shiori e sua madre mi hanno confermato è... l’amore per le fotografie, ma d’altronde il padre di Shiori è fotografo!

P.S. Non sapevo che in Giappone esistessero dolci così buoni! Mi sono fatta promettere un libro di ricette scritto in inglese o in tedesco... poi vi farò sperimentare!

Monday, August 3, 2009

Vacanza nell'Est Europa

Finalmente una settimana di vacanza nel vero senso della parola, lontana dalla civiltà (niente connessione internet o altri impicci elettronici) e dal lavoro (il computer a casa). Meta la Polonia per un brevissimo giro nel Sud ed un tuffo nella storia. Abbiamo attraversato in camper prima l’Austria, poi un pezzettino di Germania, poi nuovamente l’Austria, infine tutta la Slovacchia ed uno spuntone di Rep. Ceca prima di giungere in Polonia.


Prima veloce tappa a Berchtesgaden. Questo nome ai più non dirà nulla... si tratta di una celebre località turistica bavarese scelta da Hitler per farvi il suo rifugio. Qui trascorse un terzo della sua dittatura, ospità i grandi del tempo (Mussolini compreso) e diede gli ordini d’invasioni e stermini che hanno modificato per sempre l’Europa. Come località turistica, a parte la bellezza dei campi da golf in quota, preferisco di gran lunga le mete italiane. Le Dolomiti sono uniche ma anche qualunque vallata del Trentino Alto-Adige batterebbe simili panorami. Dopo una bella salita a piedi siamo arrivati ad Obersalzberg, luogo di partenza per il famigerato Nido dell’Aquila e sede del centro di documentazione sull’intero Terzo Reich. Purtroppo il museo era già chiuso quando siamo arrivati (ultima visita alle 16!). Il Nido o quel poco che è rimasto si può ammirare anche dal basso. Le rovine sono state trasformate in un ristorante panoramico. E’ da non credersi, gli Anglo-americani sono riusciti a bombardarlo, purtroppo quando l’occupante principale non c’era, ma in compenso sono riusciti a mancare altri obiettivi ben più grandi e visibili!!!

Seconda tappa il campo di concentramento di Auschwitz, presso il paese polacco di Oswiecim. E’ impressionante quanto il complesso sia vasto e quando il solo Auschwitz II -Birkenau sia grande. A perdita d’occhio baracche e filo spinato. Camminando ci si impiega quasi mezz’ora solo a percorrere il marciapiedi lungo i tre binari morti al suo interno... ed è il lato corto del campo. Il museo raccoglie tutto il materiale ritrovato alla liberazione, quantità impressionanti di oggetti d’uso comune e di documenti sullo sterminio qui perpetrato (non solo, ma principalmente degli Ebrei) e sul tentativo di nasconderlo. Credo che i negazionisti dovrebbero essere moralmente obbligati a fare un giro qui e spiegare alcune cose... Le condizioni di vita testimoniate dei sopravvissuti (vedi anche Primo Levi) erano talmente dure che erano da considerarsi ‘fortunati’ quelli che andavano direttamente nelle camere a gas.

Piccola riflessione. Gli Statunitensi, che si vantano di portare la civiltà nel mondo, hanno adottato per anni nelle loro esecuzioni capitali lo stesso gas usato dai nazisti, e le tecniche di tortura tornate in auge nei recenti conflitti non sono dissimili dall’annientamento messo in atto da Höss, Himmler e compagni. Senza parlare dell’abitudine di tenere nascoste o camuffare le malefatte... Anche noi Italiani avremmo di che pentirci... Homo homini lupus.

Terza tappa decisamente più leggera: le miniere di sale di Wielicka, a sud di Cracovia. Decisamente spettacolari. Purtroppo mi sono persa il tour geologico (credo solo in polacco senza prenotazione da parte di un gruppo) ma quello turistico è stato egualmente interessante e piacevole. Unica nota negativa l’ascensore per tornare in superficie. E’ lo stesso che usano (e usavano) i minatori, con la grande ruota visibile, ma  stipare i turisti in nove per metro quadro e su 4 livelli... Trovandomi nella zone in cui ha trascorso l’infanzia e la giovinezza Karol Wojtyla, il suo passaggio in entrambe le tappe polacche è testimoniato sia da cardinale sia poi da papa col nome di Giovanni Paolo II.

In conclusione alcune impressioni sui paesi da poco entrati in Europa ed attraversati in questi giorni. La Slovacchia è veramente povera, pur se le immense pianure e le basse alture popolate da castelli potrebbero rubare turisti all’Austria. Centinai di cantieri aperti sulle strade (sembra di percorrere la Salerno-Reggio Calabria), gente anche giovane che non conosce nè il tedesco nè l’inglese, strade statali mal messe, casermoni e fabbriche ereditate dal regime comunista, un generale senso di abbandono... C’è ancora molto da fare. A partire dall’educazione stradale della popolazione: in autostrada spopolano inversioni ad U, aree di servizio imboccate contro mano, sorpassi da destra, etc. La Polonia è sempre povera ma molto più curata. Case piccole e caratteristiche con disegni artistici dei tetti (da far impazzire un architetto per gli incroci), giardini con bellissime aiuole, musei ed indicazioni turistiche, chiese antiche e nuove di stupenda fattura, gente cortese ed educata (tutti parlano almeno l’inglese, qualche anziano ricorda il tedesco). L’impressione generale è che l’occupazione tedesca, pur se ha portato espropri e violenze, ha anche dato un’impronta di ordine e pulizia che i disordinati russi non sono riusciti a cancellare, nel complesso mi ha ricordato l’ex DDR (la Germania dell’Est) subito dopo la caduta del muro. Le strade, ahimé, sono un disastro anche qui, tra buche e cantieri si procede a passo! La Rep. Ceca, per quel poco che ho visto, mi è sembrata più simile alla Polonia che alla Slovacchia, comprendo la divisione. Vorrei far notare, a tal proposito, che qui la seprazione culturale tra i due popoli è evidente, a partire dalla lingua, la stessa cosa non avviene in Italia, dove qualcuno auspicherebbe una divisione simile, in cui i difetti ed i pregi sono egualmente spalmati nella popolazione dell’intero stivale, comprese le isole!
  
P.S. Niente foto, per il momento.

Tuesday, July 21, 2009

post di mezza estate

Padova, 14/07/2009

Questo post avrebbe dovuto essere dedicato al racconto della campagna in Piemonte con il prof. ma non ci si è andati. Era una cosa attesa da tempo e da altrettanto tempo rimandata. Una cosa da fare per concludere un capitolo iniziato con il dottorato e per iniziarne uno nuovo. Avrebbe contribuito anche ad una equa successione di post, dopo tanto spazio dato alla musica. Ma... è stata rinviata per l’ennesima volta.Ahimè, la successione di scadenze del prof. (la settimana scorsa esami per tre giorni, terminati anche alle 23) hanno impedito la partenza programmata.

Effettivamente tra il caldo (la settimana scorsa non è mancato e questa si prevede sia la più afosa di tutto l’anno) e la vegetazione lussureggiante, forse non sarebbe nemmeno la stagione migliore. L’affioramento è piuttosto basso (tra 250 e 570 m s.l.m.) ed in periodo vacanziero i sentieri sarebbero pieni di curiosi che oltre a rallentare il lavoro con le loro domande potrebbero creare qualche problema per il metodo non proprio ‘ortodosso’ di estrazione dei campioni. 

Devo ammettere, però, che un po’ mi dispiace che non si sia ancora andati. Pur se impedita in campagna sia per scarsa abilità fisica sia per impreparazione e poca esperienza di terreno, mi manca la geologia ‘manuale’ dopo tanta ‘tecno-geologia’ o ‘fanta-geologia’! Lavorare al microscopio, ottico od elettronico, e poi elaborare dati al computer e contribuire alla costruzione di modelli FEM sono parti fondamentali del mio approccio alla geologia. Parti interessanti e gratificanti, che mi piacciono molto. Eppure, dopo tanto tempo seduta davanti ad una scrivania, mi manca il terreno.

Deve mancarmi veramente se appena vado a fare una passeggiata con papà in Altopiano inizio ad analizzare gli affioramenti come se dovessi fare un altro campo di rilevamento o sciorino una lezione di tettonica alpina ad un collezionista di pietre... Pazienza, aspetterò l’autunno!

Carbonare, 19/07/2009
Notizia dell’ultima ora, forse si riuscirà a fare una corsa in Piemonte a fine agosto! Giusto in tempo per un convegno d’inizio settembre nel paese natale dei Beatles. Così se mi faranno domande sulla faccenda (ringraziando il Cielo la richiesta di presentazione orale è stata dirottata su un poster) saprò come rispondere.

Quanto mi manchi la geologia ‘manuale’ si è manifestato ancor più oggi, quando un gruppo di amici musicisti e non è venuto a trovarmi quassù. Io avevo progettato piccole passeggiate tra le bellezze storiche e naturali del luogo (vedere qualche post fa), ma se per alcuni dei miei amici per la prima volta in montagna c’era la voglia e l’entusiasmo di camminare, per la maggior parte di loro, abituati all’arrostimento in spiaggia, la giornata doveva essere trascorsa in panciolle al sole, mangiando, giocando a carte, spettegolando etc. Ora capisco le pance di alcuni dei maschietti e le abbronzature perfette delle femminucce.

Cambiando discorso, altrimenti m’inalbero, merita una nota il corso su Linux seguito in settimana. Mi ha fatto conoscere una valida alternativa al nevrastenico Windows che non costi quanto il Mac! Continuo a considerare il Mac molto rilassante, piacevole ed intuitivo come nessun altro... inoltre mi permette di usare i programmi nati per Linux senza le acrobazio dei pc, ma volendo risparmiare denaro e nervi avrò facoltà di scelta al prossimo acquisto di computer. Egualmente interessante la parentesi su Latex, ma anche qui non è tutto oro quello che luccica, ci sono occasioni in cui conviene usarlo ed altre in cui 'bisogna' ricorrere al vecchio word editor (non necessariamente della Microsoft)!

Tuesday, July 7, 2009

Concerto a Lucca

Prima uscita con il coro fuori dal Triveneto con conseguente pernottamento. Perché Lucca? Perché il direttore del Mortalisatis (prima di toccarvi... per chi non lo sapesse il nome non porta male, significa “sufficiente per un mortale”, per dettagli sulla storia www.coromortalisatis.it) quest’anno ha avuto una supplenza proprio a Lucca... da cosa nasce cose... ospitata quanto mai gradita!


La preparazione è durata mesi, con almeno due prove a settimana, ore di studio domestico (sempre troppo poche), rimproveri da parte del maestro per le assenze, la mancanza di puntualità, la poca pazienza e rispetto verso gli altri coristi e la poca elasticità nel seguire il suo gesto. Per testare il programma si è fatto un suggestivo concerto a Maserà, sede del coro, in un’antica pieve. Il concerto-prova non è andato benissimo, forse per la tensione tra coristi... stonature, calate ed uscite dal tempo sono state frequenti... per fortuna il programma era in gran parte novecentesco e quasi nessuno del pubblico (65 persone circa) s’è accorto delle sbavature. La partenza è stata funestata anche da un evento luttuoso che ha colpito una corsta. Ahimé, quest’anno i lutti attorno al coro si sono succeduti anche troppo frequentemente! La musica è una buona medicina o almeno il cantare assieme fa sentire la vicinanza e l’unità dell’intero gruppo. 

Sabato siamo partiti in pullman. Dopo 4h di viaggio siamo giunti, non senza qualche difficoltà, all’albergo, immerso nelle colline della Versilia. Rapido spuntino, distribuzione delle camere e cambio d’abito, poi di corsa in città per la prova. La chiesa scelta per il concerto è dedicata a San Paolino, patrono di Lucca. Chiesa molto bella con un riverbero che impreziosisce la musica sacra. Il pubblico era abbastnza numeroso per la stagione e l’occasione ed a parte un impercettibile sfasamento ritmico in un brano e qualche incertezza nel bis (non provato), il caldo assurdo dei fari ed il rumore lontano di un bar vicino, il concerto è stato magnifico! E’ molto piaciuto al pubblico perché un repertorio di difficile ascolto (prevalentemente novecentesco-contemporaneo) ed anche perché in una serata speciale il coro ha recuperato la propria essenza polifonica e grande comunicativa! 


Al concerto è seguito un buffet che merita menzione per l’abbondanza, la varietà e la bontà dei prodotti toscani elaborati dalle donne del posto. Come ringraziamento s’è cantata una rielaborazione di un canto popolare che è stato molto gradito, forse anche perché con armonie tipicamente “da coro di montagna” non così diffuse in Toscana. Rientro in albergo e meritato riposo. Al mattino dei domenica ho fatto una passeggiata rigenerante tra le strade della contrada ammirando il verde che ha reso famoso il luogo in tutto il mondo. Dopo la colazione e la preparazione delle valige, siamo tornati in città in pullman, con meta la chiesa di San Michele per l’animazione della messa. Al termine, aperitivo e saluto con il direttore della Polifonica Lucchese e fautore del gemellaggio, pranzo luculliano sulle mura della città, saluto ad una corista di lunga data che torna nella natia Sardegna ed ampio giro digestivo-culturale per visitare il centro di Lucca. 

Lucca è una città davvero bella, pulita, pedonale, ricca di chiese e di opere d’arte! Non mancano gli spazi verdi, anche nei posti più impensati (c’è un giardino pensile sulla torre più alta della città). Se posso trovarvi un neo, da organista... le numerose chiese sono tutte dotate di magnifici strumenti storici dall’architettura stupefacente (anche se credo che in molti casi di storica sia rimasta solo la cassa) ma immancabilmente muti, sostituiti indegnamente da strumenti elettronici pur se nuovi e di buona qualità!

Ritorno in serata dopo un lungo tratto di coda in autostrada, una lunga tappa prima di poter risolvere uns diffusa “emergenza idraulica” ed una lunga traversata degli Appennini. Come sempre si ritorna pieni di ricordi piacevoli e di stanchezza, ma credo che questo viaggio sia stato utile al coro per ritornare alle origini, per recuperare un’intimità musicale che aveva un po’ perso durante quest’ultimo anno a causa forse della varietà di repertorio affrontato anche con l’accompagnato di strumenti vari ed orchestre ed a causa degli assestamenti interni con nuovi arrivi e partenze.

Wednesday, July 1, 2009

magia dell'Altipiano

In tema d'egoismo, mi sono presa due giorni per raggiungere i miei in Altopiano e poter lavorare al fresco. La fuga dall'afa della pianura è stata, come il solito, un'odissea. La partenza dopo un pranzo frettoloso, il treno con temperature da freezer, l'attesa della coincidenza in una soffocante stazione di Padova, altro treno congelatore, altra attesa deodorata dagli scarichi degli autobus ed infine 2 ore di paesetti e tornanti (solo l'ultima mezz'ora).


Non è la prima volta che soggiorno in Altopiano, sempre fantastico e sottovalutato sia dal lato Veneto sia dal lato Trentino, anche se devo ammettere che i Trentini sanno valorizzare meglio le proprie risorse con strade ben asfaltate, marciapiedi curati e numerosi sentieri segnalati. L'altopiano è tristemente famoso soprattutto per essere stato teatro della I guerra mondiale e proprio ove ora c'è il confine di regione un secolo fa correva il confine tra Impero Austro-ungarico e Regno d'Italia. Le vestigia di quel conflitto decorano il perimetro verso la pianura veneta e pure se non tutte trasformate in musei sono meta di numerosi escursionisti. 

La magia dell'Altopiano, d'estate e d'inverno, si avverte nei boschi. Basta allontanarsi di pochi passi dalla strada asfaltata per trovarsi improvvisamente lontani dalla civiltà, per udire solo cuculi ed altre centinaia di uccelli di cui non conosco il nome ed il verso, per perdersi in mezzo agli alberi ove spesso affiora qualche frammento di storia geologica quasi nascosto dalla vegetazione. Il tempo si ferma e sembra di sentire le voci dei soldati austriaci ed italiani che attendevano pazientemente una scaramuccia o i rumori della produzione del formaggio (ved. zona del Vezzena, non solo Asiago) o dei mulini (ved. Buse).

In questa estrema propaggine dell'Altopiano in cui mi trovo, in una sella tra la valle dell'Astico e la Valsugana, basta aprire le finestre per vedere scoiattoli, lepri e caprioli. Una passeggiata nel bosco si è tradotta in una scorpacciata di dolcissime fragoline. Un'altra camminata ed ho ripassato la geologia della zona (tra le sequenze giurassiche ed i porfidi). Ahimè, la chiesa è in restauro e con essa l'organo storico, altrimenti l'alienazione sarebbe stata completa. 

La tecnologia di questo portatile e dell'immancabile telefono cellulare mi ha rimesso in contatto con il mondo. Mi spiace che questo posto sia così poco considerato a favore di ben altre mete montuose. Qui si riempie solo a Ferragosto ed a Capodanno, ora i paesi sono morti, con centinaia di case per ferie chiuse. I villeggianti biennali vengono per pochi giorni cercando più il frastuono delle feste che la pace dei boschi. Non sanno cosa si perdono, poveretti. Egoisticamente, però, mi fa piacere, perché solo nel silenzio e nella solitudine si possono apprezzare le magiche atmosfere descritte da Mario Rigoni Stern!

P.S. Peccato, non ho con me le foto, anche se nessuna immagine rende l'atmosfera come esserci!